Torna alla luce il capolavoro perduto del noto pittore Jacopo Vignali: a ritrovare la preziosissima tela è stato lo storico d’arte casentinese Michel Scipioni. Si tratta di uno dei ritrovamenti più importanti nel panorama dell’arte toscana del Seicento. L’opera è stata subito restaurata ed esposta alla grande mostra “Montevarchi alla riscoperta del suo patrimonio artistico” organizzata dall’amministrazione comunale di Montevarchi e visibile fino al 28 aprile nel Palazzo del Podestà, insieme alle opere di Botticelli e della Robbia. La tela eseguita in origine per il convento cappuccino di Montevarchi, raffigurante il Beato Felice da Cantalice, è stata identificata da Scipioni grazie alla segnalazione dei colleghi Luca Canonici e Lucia Bencistà, nel convento di Montughi a Firenze. «Questa scoperta, sicuramente una delle più importanti degli ultimi decenni nel panorama dell’arte seicentesca toscana, spero possa sensibilizzare le istituzioni, soprattutto casentinesi, a dedicare a Jacopo Vignali la giusta considerazione, magari dedicandogli una grande mostra monografica – ha dichiarato Scipioni – questo con la certezza che il nostro territorio, posso essere promosso soltanto attraverso una sua profonda e sensibile conoscenza e continua riscoperta. Ringrazio Bruno Santi, Luca Canonici e Lucia Bencistà, che non solo mi hanno segnalato l’esistenza del dipinto, ma l’hanno subito accolto nella loro grande mostra di Montevarchi, dandogli una posizione di rilievo nel percorso espositivo, permettendomi così di scrivere su un artista di cui solo pochi anni fa ammiravo gli studiosi di fama internazionale, non pensando che avrei mai aggiunto qualcosa alle loro scoperte». Secondo un antico manoscritto (1704) redatto da Filippo Bernardi, l’opera venne finanziata dalla nobile famiglia Soldani-Benzi di Montevarchi e collocata nella prima cappella a sinistra intitolata già nel 1625 al laico cappuccino Fra Felice da Cantalice. Sul tramonto del secolo scorso, conseguentemente all’abbandono del convento valdarnese da parte dei frati, il dipinto di cui si disconosceva l’autore, fu trasferito alla sede centrale dei Cappuccini a Montughi, dove poi ne sono state perse le tracce fino alla svolta di qualche mese fa. Il dipinto raffigura il momento in cui fra Felice, abbandonati il bastone e la sacca a terra che alludono alla sua natura di “cercatore”, si inginocchia a piedi nudi e rivestito dal saio cappuccino con la tradizionale toppa sul fianco, cingolo e corona con teschio e crocifisso, riceve tra le braccia e bacia affettuosamente il Bambin Gesù e sembra silenziosamente dire «et Verbum caro factum est», che era una delle frasi ricorrenti nelle sue appassionate preghiere.