di Melissa Frulloni – Essere condotti per mano nel mondo del costume, del cinema, del lavoro che c’è dietro ad un film o ad una serie che ci guardiamo su Netflix… È questo il viaggio che abbiamo fatto grazie alla chiacchierata con Roberta Goretti, costumista casentinese che oggi vive a Roma e che abbiamo incontrato virtualmente, per scoprire di più sulla sua carriera e sul suo interessantissimo lavoro.
“La responsabilità è tutta di mia mamma! Quando ero piccola non stavo mai ferma e allora per tenermi occupata mi regalò un libro intitolato “Non c’è tempo per annoiarsi”. Quel libro mi dava la possibilità di imparare tantissime cose e fu sfogliando quelle pagine che iniziai a fare delle bambole di pezza e a cucire i primi vestitini. È stato un incentivo importante per la mia creatività!” Ci ha raccontato Roberta.
All’età di 10 anni era già intenta a stringere ed aggiustare i suoi vestiti di carnevale sulla cuginetta, pettinandola e truccandola come se dovesse impersonare veramente una principessa o qualche altro personaggio carnevalesco: “Lei è stata la mia prima cavia!” Continua divertita.
“E poi c’è stata la mia esperienza da Lorj… Andavo in negozio con mia mamma, quando doveva comprare dei vestiti e ogni volta rimanevo stupefatta dalle cose che aveva. Erano gli anni ’90, quelli dei grandi stilisti e delle top model e in negozio c’erano delle cose pazzesche, le novità del momento che facevano tendenza. Mi piaceva così tanto stare lì che spesso ci andavo per dare una mano a sistemare, solo per poter passare del tempo in quell’ambiente.”
Roberta ha studiato ragioneria; “contro la mia volontà”, precisa, riuscendo a prendere il diploma con diverse difficoltà; quella scuola non faceva proprio per lei. Finite le superiori i suoi l’avrebbero voluta a lavorare in banca, ma lei decise di seguire la sua strada iscrivendosi a Lettere Moderne, a Firenze, con indirizzo Musica e Spettacolo e laureandosi in Storia e Critica del Cinema.
“All’Università ho scoperto la commistione tra il cinema e il costume, capendo come funziona tutta la macchina della produzione dal punto di vista teorico. Ho iniziato ad amare Antonioni, Truffaut, e da lì ho capito cosa avrei voluto fare; lavorare nel cinema.”
Grazie all’Università, Roberta riesce ad andare a Venezia e a partecipare alla Mostra del Cinema; un’esperienza che la segnerà per sempre: “La prima volta mi è letteralmente scoppiato il cuore! Mi ricordo ancora il momento in cui da Venezia stavo andando al Lido… Ho pensato: “Allora i sogni si possono avverare!” Per me essere lì era qualcosa di grandioso che si stava realizzando e non potevo credere che stesse succedendo proprio a me.”
Roberta ha sempre lavorato, anche durante gli studi; per un periodo anche da Gucci. Poi trova online un corso dello IED e riesce a passare la selezione, rientrando tra i 13 ammessi.
Lascia anche Gucci, nonostante gli fosse stato offerto un buon posto e un contratto, per seguire il suo sogno.
“Allo IED è stato bellissimo! Con quel corso sono riuscita ad incanalare nel giusto modo la mia creatività prendendo da quella scuola quello che più serviva alla mia carriera. La mia tesi piacque molto. Nel redigerla utilizzai dei bozzetti particolari, fatti con ritagli di giornale e pezzi di stoffa e creai dei costumi, utilizzando come modelle le barbie. Devi sapere che sono una costumista un po’ atipica, perché non so disegnare… Da lì mi hanno chiamato a fare il primo film e così è iniziata la mia carriera. Allo IED ci sono tornata come insegnante ed è stata una grandissima soddisfazione. Poi purtroppo ho dovuto lasciare la cattedra perché vivendo a Roma era davvero dura fare la spola tra casa e Firenze.”
Oggi Roberta vive stabilmente a Roma in una casa-laboratorio che utilizza come punto di riferimento per le sue prove costume e per mettere su carta le tante idee che ha, ma il lavoro vero e proprio lo svolge sul set. “Ho lavorato sia Italia che all’estero, qui a Roma ho una base, ma poi, per amore del mio lavoro, sono disposta a spostarmi ovunque nel mondo. All’inizio ho fatto la classica (e durissima!) gavetta; parti come volontaria, poi fai l’aiuto, poi l’assistente e infine passi a ruoli più importanti, la costumista o, come ho fatto io, la personal costume di personaggi come Adam Sandler, Jonathan Pryce, Donald Sutherland. Questo mi ha portato a viaggiare perché quelli fatti con loro sono stati progetti internazionali. Prima del Covid avevo imboccato una buona strada anche in Italia, però l’arrivo della pandemia ha bloccato tutto. Non posso viaggiare, ma anche nel nostro Paese è tutto molto rallentato. Quando ci hanno bloccato stavo lavorando su Mission Impossible, a Venezia.
Finito il lockdown le riprese sono riiniziate, ma il costumista Jeffrey Kurland, per cui lavoravo ha lasciato il progetto e di conseguenza anche io mi sono dovuta fermare con questo lavoro. Comunque collaborare con Kurland è stato molto interessante, lui è veramente una roccia in questo settore e ha lavorato a molti film di Woody Allen. Prima del Covid sono riuscita a vivere esperienze pazzesche! Quando ti confronti con attori che sono dei veri e propri colossi la paura è tanta, non sai bene come comportarti, specialmente all’inizio, come approcciarli, ma io sono una temeraria e non mi sono mai fermata davanti a niente.”

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Quali sono le emozioni che si provano stando sul set? Sono le stesse dei primi ingaggi?
«I primi lavori sono sconvolgenti. Ti ritrovi in un set dopo averlo solo studiato sui libri; la prima volta che ho visto la macchina da presa scivolare sui binari per me è stata una cosa assurda, non riuscivo a reggere l’emozione… Il rovescio della medaglia è la fatica, il fatto che questo è un lavoro davvero duro. Non disegni vestiti tutto il giorno, questa è solo una parte di quello che devi fare. Più che altro ti confronti continuamente con le persone che hai intorno e, con il tempo impari ad avere tanta diplomazia e pazienza. Sì, devo dire che negli anni le emozioni un po’ si attutiscono, ma ci sono sempre lavori che ti segnano, nel bene o nel male. Ad esempio, quando giri scene di massa, con tutte le comparse vestite; è bellissimo! Ho fatto la personal costume di Jonathan Pryce nel film “I due Papi”, in cui lui interpretava Bergoglio. Sul set ci sono stati momenti davvero emozionanti; le comparse vestite da cardinali, i suoni dei passi sul marmo, i colori delle tuniche, i movimenti che facevano… Per me queste cose sono poesia! Vedi davvero realizzarsi quello che avevi immaginato, su cui hai lavorato e quando poi vedi il film al cinema ti emozioni ancora di più perché sai la costruzione che c’è dietro. Non hai creato solo l’abito, ma hai contribuito a dare vita ad un’atmosfera, dando un senso alla sceneggiatura. Devi sapere che la costumista si occupa dei costumi di tutti, dal protagonista all’ultima comparsa. Ai protagonisti devi sicuramente dedicare molto più tempo, anche dal punto di vista psicologico. Il personaggio che viene interpretato è fluido, aveva una storia prima che si aprisse una finestra sulla sua storia e la sua vita proseguirà anche dopo la fine del film. Non può avere solo una camicia e un paio di jeans. Una donna, ad esempio, viene rappresentata anche dai sui capelli, dagli anelli che porta, dal rossetto che indossa. Devi prendere in considerazione tante cose per raccontare il personaggio. Un bottone che manca in una giacca può dire moltissime cose. Così lo rendi veritiero e lo fai vivere agli occhi di chi guarda il film. Un bravo costumista è quello che guarda tutto. Piero Tosi riempiva anche i cassetti dei mobili con la biancheria d’epoca, anche se non venivano mai aperti, diceva che tutto nell’inquadratura doveva essere come se fosse stato vero. Curare ogni dettaglio, anche quello che non si vede.
Ad esempio, in un costume d’epoca è importante mettere tutti gli strati. Certo l’attrice non sarà comoda nel recitare, ma in questo caso la scomodità dell’abito è fondamentale, perché è una caratteristica reale dei costumi di una volta. Devi ricreare quel mondo, non solo nell’estetica, ma anche nell’idea intrinseca che porta con se.»
Che rapporto hai con il Casentino?
«Le mie amiche, la mia famiglia, gli affetti più cari che ho sono in Casentino. Per me il Casentino è il Casentino! I suoi boschi, le passeggiate nel silenzio della foresta, la sensazione che mi dà la vallata, sono uniche. Tutto è partito da questa terra e a questa terra sarò sempre grata. Purtroppo in Casentino non ci sono grosse produzioni, ma invece sarebbe bellissimo perché il nostro è un territorio che si presterebbe molto a questo tipo di attività. Funzionerebbe da un punto di vista estetico, ma anche logistico; il traffico non c’è, ci si muove con facilità; sono tutti punti di forza per girare e mettere su un set. Lo propongo spesso ai produttori che incontro.»
Avrete sicuramente capito che il ruolo della costumista è molto complesso; è fatto di fatica e duro lavoro, ma anche di esperienze uniche, bellezza e poesia. Un’arte basata non soltanto sull’attitudine di creare un abito, ma piuttosto sulla capacità di far vivere un personaggio attraverso il suo costume; farlo esistere davvero utilizzando un capo, un gioiello, un’acconciatura, creando un’atmosfera…
Da “Non c’è tempo per annoiarsi” Roberta di strada ne ha fatta tanta, ma sarà sicuramente grata a sua mamma per averle permesso, fin da piccola, di dare vita ai suoi sogni.

(tratto da CASENTINO2000 | n. 325 | Dicembre 2020)