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lunedì, 28 Novembre 2022

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San Lorenzo a Bibbiena: il 25 maggio si avvicina

Tutto pronto per il grande evento del 25 Maggio prossimo alle ore 18.00 presso la Chiesa di San Lorenzo. Nell’ambito del programma “I giovedì dell’arte” il comune di Bibbiena e l’associazione Mazzafirra presentano i restauri di due dipinti della chiesa francescana di San Lorenzo a Bibbiena. I dipinti sono stati restaurati con il finanziamento della Prefettura di Arezzo. In questa occasione l’amministrazione comunale illustrerà anche il progetto per il recupero del complesso architettonico che partirà con il restauro del bellissimo chiostro seicentesco.

Alla giornata saranno presenti, accanto al Sindaco Daniele Bernardini e al Vice Sindaco Francesca Nassini, il Prefetto di Arezzo Dottoressa Clara Vaccaro, Padre Raffaele Mennitti, Rettore del seminario diocesano, Paola Refice, storico dell’arte, Michel Scipioni storico dell’arte e Samuela Ristori architetto del Comune.  I due dipinti restaurati sono collocati, uno al secondo altare di sinistra e raffigurante la Madonna del Carmelo alla presenza di santi francescani e carmelitani, l’altro al secondo altare di destra e decorato con Sant’Antonio da Padova. Le tele sono state restaurate da Alessandra Gorgoni e Nadia Innocentini.

La Madonna del Carmelo alla presenza di santi francescani e carmelitani L’olio su tela fu eseguito intorno alla metà del Seicento (un’iscrizione sulla base della colonna dell’altare riporta la data 1660 o 1661), per il secondo altare di sinistra della chiesa francescana di San Lorenzo a Bibbiena. L’autore dell’opera, certamente di notevole qualità pittorica, allo stato attuale delle ricerche rimane anonimo, ma crediamo vada ricercato in ambito fiorentino, forse fra gli allievi più dotati del noto pittore Francesco Furini. Il quadro presenta nella parte centrale un’ulteriore tela amovibile ed ancorata su di esso con una cornice ottagonale, dove è raffigurata la cosidetta “Madonna del Carmelo” o del “Carmine”, riconoscibile dallo scapolare che la Vergine tiene in mano. Questo tipo di devozione, molto antica (XI secolo) e di origine eremitica-contemplativa, si riferisce alla visione di Maria da parte di San Simone Stock, il quale ricevette appunto lo scapolare, ad indicare la trascendente protezione di tutto l’Ordine, sul monte palestinese del Carmine nel 1251. Ai lati del piccolo dipinto si vedono quattro santi in adorazione della Vergine con il Bambino: a destra si trovano due santi francescani, ovvero Santa Chiara d’Assisi (una delle prime seguaci di San Francesco riconoscibile dall’ostensorio che tiene in mano) e San Bonaventura (vescovo ed eletto capo dell’Ordine francescano nel 1257, noto in particolar modo per aver compilato la Legenda Maior, divenuta poi la biografia ufficiale del Poverello d’Assisi. A sinistra della Madonna sono raffigurati Santa Teresa d’Avila, in atteggiamento estatico e con lo sguardo rivolto verso la luce divina, e un Santo, senza alcun attributo evidente, dalla cui testa stilla un rivolo di sangue: evidente segno di martirio. Nella parte più bassa della tela, in secondo piano rispetto alla scena sacra, si intravede un verdeggiante paesaggio collinare, su cui si ergono il campanile e la Cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze.

Gesù Bambino appare a Sant’Antonio da Padova L’opera, di non eccelsa qualità pittorica, collocata sul secondo altare di destra della chiesa di San Lorenzo, fu realizzata probabilmente fra la seconda metà del Seicento e la prima metà del Settecento, sicuramente da un artista locale. La tela raffigura Sant’Antonio da Padova secondo l’iconografia canonica: un giglio in mano a simboleggiare la sua purezza e la lotta contro il male, la giovinezza che si collega con gli ideali di purezza e bontà, e la figura di Gesù, che ricorda l’apparizione del Bambino che il santo ebbe a Camposampiero, che esprime il suo attaccamento all’umanità di Cristo e alla sua intimità con Dio. Sullo sfondo della scena miracolosa si vede il paesaggio della Verna, con un piccolo romitorio. Nella parte inferiore della cornice dorata vi è vergata un’iscrizione che rammenta la data «1895», anno non coerente con lo stile dell’intaglio, collocabile invece entro la prima metà del Seicento, ma che probabilmente si riferisce alla data di assemblaggio della tela entro la nuova cornice e al suo posizionamento in un altare le cui dimensioni differenti fanno pensare non sia stata la sua originaria destinazione.

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