di Lara Vannini – Neve, freddo pungente e vetri appannati dal calore della legna. Così doveva essere lo scenario all’interno della grande cucina padronale quando la famiglia contadina, “presa dal freddo” si rintanava davanti al fuoco, aspettando il momento di andare a dormire. In realtà i vetri più che appannati, erano ghiacciati e non essendo a tenuta termica, permettevano agli spifferi gelati di penetrare all’interno della stanza, creando cristalli di ghiaccio dalle forme geometriche molto originali. Tale bellezza della natura era pericolosissima per il vetro che per lo sbalzo termico, poteva arrivare addirittura a spaccarsi. In questo scenario così complicato, ma anche così fiabesco, il calore del fuoco era ancora più gradito ai membri della famiglia contadina, e le veglie diventavano degli ottimi momenti per riscaldarsi entrando in relazione l’uno con l’altro. L’atmosfera era perfetta per raccontare storie sopratutto ai più piccoli, per fumare, ma anche per stare in silenzio, perché spesso la stanchezza e il freddo, facevano apprezzare il crepitio della legna senza bisogno di aggiungere altro.
La vita contadina era sicuramente più pratica di quella attuale e meno propensa alle chiacchiere fatte tanto per fare anche se la convivenza forzata tra più generazioni e tra suocere e nuore, portava a segrete alleanze e qualche pettegolezzo di troppo. Nelle rigide sere invernali, l’argomento più gettonato di cui parlare era sicuramente il tempo relativo alla giornata seguente, che veniva interpretato tramite “un rituale di antica sapienza”. Era opinione del capofamiglia che se il fumo del camino avesse tirato bene senza spargersi nella stanza, la giornata successiva sarebbe stata molto fredda, pungente e probabilmente scossa da venti di tramontana. Se il tiraggio del camino non fosse stato perfetto e il fumo rompendosi avesse faticato a salire, la giornata seguente sarebbe stata probabilmente più mite perché stava cambiando il vento. Davanti al camino tra un tiro di pipa e un giro di calza, oltre al tempo, poteva esserci spazio per alcune notizie sui malanni dei compaesani o aggiornamenti sullo stato di salute di qualche bestia che stava per partorire.
In passato il Casentino è stato interessato da nevicate molto abbondanti che a volte iniziavano a fine ottobre e terminavano a marzo anche se erano intervallate da tempo più mite e senza neve. Non c’era nessuno a liberare le strade come oggi e ogni paesano doveva scavare un sentiero con la pala davanti alla propria casa e quando la strada ghiacciava, cospargerla di cenere per non scivolare. La cenere era una pratica molto facile e molto diffusa anche se aveva il brutto inconveniente di macchiare la strada quando la neve si sarebbe sciolta.
I sentieri scavati nella neve a volte erano dei veri e propri tunnel tanto che nei punti dove i tetti delle case si toccavano, il passaggio diventava quasi sotterraneo. In Casentino una forte nevicata di questo tipo avvenne nell’inverno del 1929.
A causa della neve del ghiaccio e delle basse temperature, a volte uscire di casa poteva diventare molto pericoloso, ma il bisogno veniva prima di tutto così come recitava un antico detto popolare “bisognino facea trottar la vecchia”. Potevano cedere i tetti delle stalle o ghiacciare l’acqua della fonte, rendendo complicato il prelievo del liquido tramite la mezzina. In questi momenti chi non poteva uscire per ragioni di salute, era costretto a restare in casa per molti giorni stando anche a letto per non trasformare una bronchite in qualcosa di più serio e difficilmente curabile.
Nonostante i disagi la neve ha sempre rappresentato un gran divertimento per i bambini che uscivano a fare a pallate senza piumini impermeabili o giacche termiche. Il vestiario da neve o meglio per l’inverno, era rappresentato da pesanti maglioni di lana, calzettoni e cappelli fatti a maglia, stivali di gomma per chi poteva permetterseli.
I giochi preferiti dai bambini erano: fare a pallate, lo slittino e bere i cristalli di ghiaccio che pendevano dai tetti. La neve pulita messa in un bicchiere con vino e zucchero poteva rappresentare anche un ottimo gelato.
I contadini temevano il “gelo” ma attribuivano alla neve funzioni benefiche per orti e campi coltivati. Era opinione comune che il terreno restando sotto la neve per giorni e giorni aveva la possibilità di assorbire l’acqua in maniera corretta e capillare aspettando che la neve si sciogliesse piano piano per il calore solare e l’aumento delle temperature. La pioggia in questo senso era più dannosa perché riversandosi nei campi in maniera violenta e sovrabbondante allagava i terreni provocando a volte frane e smottamenti.
La neve vantava anche una funzione protettiva nei confronti delle gelate perché trattenendo il calore dal terreno, evitava brusche escursioni termiche deleterie per le coltivazioni invernali. Non è un caso che i contadini abbiano coniato questo detto: “sotto la neve pane, sotto l’acqua fame” proprio per la funzione protettiva attribuita alla neve nei confronti delle coltivazioni.

(tratto da CASENTINO2000 | n. 314 | Gennaio 2020)