di Mauro Meschini – Da questa frase, scritta da qualche parte su un qualche muro in una qualche città, è partita la riflessione proposta da Paolo Crepet giovedì 23 marzo al cinema Italia di Soci. Un cinema tutto esaurito per l’evento organizzato da Confartigianato Arezzo che, per l’ottavo anno, ha proposto la scuola per genitori “Insieme per Crescere“.

Sono state due ore veramente piene di spunti, di sollecitazioni ed esempi, due ore in cui non si è solo potuto ascoltare, ma anche “sentire” le emozioni e gli stimoli che accompagnavano le parole del prof. Crepet. Il tema d’altra parte era uno dei più attuali, perfettamente riassunto nel titolo del libro dello stesso Crepet edito lo scorso anno da Mondadori Strade Blu: “Baciami senza rete. Buone ragioni per sottrarsi alla seduzione digitale”.

Baciami senza rete

Le considerazioni proposte da Paolo Crepet non portano a demonizzare assolutamente la tecnologia e quello che oggi ci mette a disposizione, il problema è riuscire ad avere un giusto rapporto con “prodotti“, perché di questo si tratta, in grado di cambiarci la vita, e non necessariamente in meglio.

La cambiano così tanto che per la prima volta esiste al mondo un oggetto che piace indistintamente a tutti, o quasi tutti, gli abitanti della terra. Miliardi di persone affascinate dallo stesso prodotto. Perché accade questo? Perché è comodo e permette di fare tutto con una facilità disarmante. Lavorare, comprare, parlare, cercare una strada, un’informazione, basta passare un dito sullo schermo, due tocchi sulle icone e il gioco è fatto.

Ma così facendo riduciamo molto l’utilizzo delle nostre potenzialità, dei nostri sensi, della nostra capacità di pensare. Deleghiamo ad un “oggetto” molto della nostra vita, ci culliamo nella semplificazione che gli strumenti digitali permettono, ma semplificare troppo poi significa perdere contenuto, sapere, concetti, riflessioni e, non da sottovalutare, emozioni.

La comunicazione e i rapporti digitali sono superficiali, in codice, portano a riassumere in 140 caratteri concetti che avrebbero bisogno di ben altro spazio e tempo per essere affrontati. Ma il tempo non c’è, la comunicazione digitale è una valanga di notizie e per farvi fronte devi necessariamente adeguarti, essere veloce, sintetizzare, pensando di aver capito qualcosa che, invece, magari significa completamente l’opposto.

In questo modo anche il dibattito pubblico diventa solo una girandola di slogan che si inseguono, di frasi più o meno ad effetto buttate nel calderone di un confronto-scontro in cui nessuno ascolta gli altri e in cui tutti si sentono autorizzati a parlare di tutto e su tutto, perché è facile e perché nel web “1 = 1“.

Ma davvero è così?

Livellare il dibattito non lo migliora ma, al contrario, comprime conoscenze, meriti, esperienze. Svuota di contenuti le discussioni, favorisce la diffusione di banalità, impoverisce il confronto e, alla fine, e questo è il pericolo più grande, azzera il valore del sapere e della formazione.

Perché preoccuparsi di studiare se tutti possono pretendere di parlare di tutto?

Poi capita che, in alcuni casi, vedi imprenditori che, pur avendo figli, preferiscono vendere le loro attività ancora in ottima salute perché nessuno è in grado di gestirle.

Ma se continuiamo a crescere generazioni che non sanno pensare, imparare e fare, cosa succederà quando  non ci sarà più niente da vendere?

Ecco allora il compito fondamentale che hanno genitori, insegnanti, adulti in genere perché dovrebbero essere loro a fare da guida in questa sfida per niente semplice. Ma il problema è che, anche in questo caso per la prima volta nella storia, i genitori fanno le stesse cose dei figli. Così ecco che il primo pensiero della mattina diventa inviare al gruppo la fotografia del cappuccino che stiamo bevendo al bar; ecco che ci lambicchiamo il cervello perché il messaggio che abbiamo inviato da 7 minuti, pur essendo stato letto, non riceve risposta; ecco che quando usciamo per una pizza con il compagno, con la compagna, con gli amici, con la famiglia la discussione è azzerata e ognuno chatta con altri, che si trovano chissà dove, senza considerare chi è seduto a pochi centimetri.

Questa è ciò che vogliamo per i nostri figli?

Vogliamo che il loro futuro sia chiuso in un “oggetto” che porta a guardare solo uno schermo che sta a 30 centimetri dai loro occhi?

Vogliamo davvero che continuino a pensare che le tre cose fondamentali che occorrono nella vita siano: i soldi, le raccomandazioni e il “culo”?

Vogliamo spingerli ad avere paura del mondo, così da indurli a chiudersi in casa con noi e non avere contatti con nessuno?

Oppure pensiamo che sia giusto spingerli a guardare lontano, verso l’infinito; sollecitarli a utilizzare i loro sensi, a fare esperienze, a “toccare” il mondo, a sentire e riconoscere gli odori, a essere curiosi; portarli a preferire la realtà vera, il contatto e il confronto con le persone, sicuramente più difficile e a volte doloroso, ma sicuramente più ricco e sincero?

Non so se siamo riusciti a sintetizzare nel modo migliore la valanga di informazioni e emozioni che ha “travolto“, durante l’incontro con Paolo Crepet, anche chi scrive. In ogni caso non è certo un argomento che può essere esaurito in un libro, in una serata o, tantomeno, in un articolo.

Educare, essere genitori non è assolutamente facile e i mezzi che la modernità ci mette a disposizione rendono forse ancora più complicato questo compito. Ma abbiamo la possibilità di scegliere cosa vogliamo per noi e per i nostri figli e forse ci può aiutare pensare che, in fondo, avere la possibilità di inviare una mail o una fotografia e rispondere istantaneamente ad un messaggio non sono poi un grande cosa in confronto a quello che ci può offrire e farci sentire una vita vissuta… davvero.