di Giorgio Innocenti Ghiaccini – Accanto a piazza Tarlati c’è un luogo molto amato da tutti i bibbienesi… Spesso leggo articoli o informazioni storiche non esatte, che sembrano scritte per sentito dire. Parlare di storia senza tener conto delle “fonti” è come crearla di nuovo, senza rispettare i fatti e gli avvenimenti realmente successi. Certo, si può cadere nella trappola di chi scrive per sentito dire o magari per aver appreso notizie da chi, a sua volta, con superficialità, non si era curato di riscontri oggettivi.
Per me uno scritto di storia senza le “note” dovrebbe essere inaccettabile e illeggibile.
Le “fonti” devono essere le più fidate e le più vicine possibili agli avvenimenti. Per questo normalmente si attinge ai documenti originali e ai cronisti del tempo. Devono essere cercate “frugando” negli archivi e non attingendo a storici che non scrivono dove hanno appreso le notizie. Toccherò sette punti essenziali per dimostrare quante cose non esatte sono state dette sulla pieve dei SS. Ippolito e Cassiano di Bibbiena.
1) Un esempio classico di storia distorta è quello che viene scritta sulla Pieve dei Santi Ippolito e Cassiano di Bibbiena. Così chiamata nella visita pastorale del 15 Giugno 1525 e in una del giorno 14 settembre 1558 (Pieri, Volpi, Visite pastorali, tomo II, pagg. 31 e 293).
Il Beni scrisse erroneamente che la dedicazione era ai Santi Ippolito e Donato e molti lo hanno seguito senza approfondire e senza che sorgesse un dubbio, visto che molte antiche pievi in Toscana, come Bibbiena, erano consacrate ai Santi Ippolito e Cassiano e nessuna mai ai santi Ippolito e Donato. Eccone alcune, ma non sono sicuramente tutte: Asciano, Bagnone, Cascina, Conèo (Colle Val d’Elsa), Lastra a Signa, Laterina, Pisa, S. Casciano, S. Cassiano in Stratino, Turbone (Montelupo). Nelle visite pastorali fino all’anno 1614 e nelle altre mie ricerche trentennali, non ho mai trovato, a parte nel Beni, la dedicazione a S. Donato della nostra Pieve e all’interno non ho mai visto un’immagine che ritragga quel Santo con il calice di vetro.
Nella visita pastorale del 9 settembre 1579 (Pieri, Volpi, Visite pastorali, tomo III, pag. 253), si legge: “In plebe sancti Bla[xii] (BIBBIENA) “, ovvero: Nella pieve di S.Biagio”, senza dubbio era il terzo Santo patrono.
Rilevo nella visita pastorale del 19 settembre 1614, che nel titolo della chiesa si trova S. Blasii come secondo copatrono: “Ecclesia sanctorum Hipoliti et Blasii” (Pieri, volpi, Visite pastorali, tomo VIII, pag. 460). Dal Beni, come copatrono, è stato tirato in ballo anche S. Giacomo, di questo non ho mai sentito parlare, se non da lui. Un’immagine di san Giacomo è comunque nel trittico di Bicci di Lorenzo.
Probabilmente per quello che scrisse il Beni, la nostra antica Pieve è stata riconsacrata il 6 marzo 2016 ai Santi Ippolito e Donato
2) Altro esempio: ho letto che la Pieve vecchia del Castellare risalirebbe al VI secolo. Potrebbe essere anche precedente, ma non esistono documenti o ritrovamenti archeologici che lo confermino, quindi l’affermazione è quantomeno azzardata e le pietre che, come Gruppo Archeologico, abbiamo ritrovate sono successive di qualche secolo al VI.
3) Ancora: ho sentito che il luogo dove si trovava l’antica pieve, si chiamava “Castellare”, “situato su un piccolo rialto, in parte formato da macerie”. Non c’erano macerie! Infatti nel 1240 c’era un castelletto con la chiusura della Pieve vecchia e con una vigna in basso. Un documento raccolto dal Pasqui ci racconta appunto: “Marcellinus miseratione divina episcopus Aretinus dilectis filiis Rolando plebis sancti Ypoliti de Biblena [ … ] clausuram de Plebe veteri, et totum castellare cum vinea inferius ibi posita …”. Ovvero: “Marcellino vescovo [ … ] chiusura della Pieve vecchia, e tutto il castellare con la vigna posta lì sotto …” (Pasqui, Documenti per la storia della città di Arezzo, doc. 535).
4) Rilevo, anche da qualche scritto, che la Pieve dei Santi Ippolito e Cassiano fu trasferita già nel basso medioevo nell’attuale Propositura, dentro la città (il basso medioevo va dal 1000 al 1492).
Dai documenti risulta che la dedicazione a S. Ippolito era stata trasferita presso Bibbiena già nel 979. In quell’anno, infatti, il giorno 4 agosto, un atto di vendita di alcuni terreni, che il Vescovo di Arezzo Everardo aveva in Emilia Romagna, fu materialmente redatto in località Bibbiena, tant’è vero che fu scritto sulla pergamena:” Actum in suprascritto loco Beblena, ante ecclesia sancti Ipoliti feliciter”, ovvero: fatto nel soprascritto luogo Bibbiena, davanti alla chiesa di Sant’Ippolito sotto i migliori auspici (Pasqui, Documenti per la storia della città di Arezzo, doc. 77). Il documento si trova nella Biblioteca di Faenza. Quindi la chiesa era già in Bibbiena, perché altrimenti il notaio avrebbe scritto loco Castellare o altro toponimo se il castellare non ci fosse ancora stato. Il nome di quel luogo potrebbe essere uno dei tanti citati negli atti antichi nei pressi di Bibbiena non piu localizzabili.
Forse qualcuno potrebbe pensare che dire Castellare equivaleva a dire Bibbiena, ma sottovaluteterebbe i notai dell’epoca che invece erano precisissimi e quasi tutti i documenti che abbiamo erano atti notarili. Se la pergamena fosse stata scritta, per esempio, a Lontrina, località molto più vicino al castello di Bibbiena del luogo detto Castellare, avrebbero scritto come nel documento 632 del Regesto Cam.: “Act. In poio de Luntrine prope castro de Biblena”, ovvero: fatto nel poggio di Lontrina accanto al castello di Bibbiena e non Bibbiena. Inoltre la precisione dei notai faceva scrivere loro il luogo esatto dove mettevano la “seggiola” e la “cartella” su cui scrivere, addirittura se fuori o dentro un edificio. I toponimi citati erano tantissimi. C’è da tenere presente che anche tutti i campi avevano un nome perché non c’erano le particelle numerate del Catasto come oggi, ma si dovevano riconoscere gli appezzamenti di terra per appellativo. Fino a ieri lo hanno fatto i contadini che dicevano: «Quest’anno semineremo il grano al Sorbinino, l’orzo alla Querce Gobba e l’avena alla Putidella. Tu domani porterai le vacche alla Vetrice e i ragazzi andranno con le pecore ai Massi Bianchi».
Per togliere ogni dubbio, riporto qualche esempio dello scrupolo dei notai: nel 1073 venne rogato un altro atto nella piazza davanti alla porta della chiesa di S. Ippolito: “Dum in Dei nomine adesset Constantinus venerabilis episcopus sancte aretinensis ecclesie in curte sua de Beblena, in platea, ante portam eclesie sancti Ipoliti…” (Pasqui, Documenti per la storia della città di Arezzo, doc. 209). Se in una località anche piccola e vicinissima alla principale si stipulava un atto, veniva sempre specificato il posto preciso: “Act. A Monticelli, supto Marciano”. Fatto a Monticelli sotto Marciano. (Regesto cam., doc. 1186). Si rogavano gli atti anche in campagna e si specificava dove: “Act. Longo fluvio Arclano”, nei pressi di Contra (Regesto cam. doc. 509); oppure sotto un porticato come: “… factum est intus castro q. v. Gressa in portico S. Petris”. È fatto dentro il castello che è chiamato Gressa nel portico di S. Pietro (Regesto cam. doc. 423). Addirittura in un documento vi fu scritto che il notaio lo aveva registrato nel 1264, presso il castello di Bibbiena, tra il palazzo del signor vescovo e il campanile vicino alla chiesa: “Acta sunt hec in castro Biblene, intra palatium dicti domini episcopi et campanile …”, (Pasqui, Documenti per la storia della città di Arezzo, doc. 625). Evidentemente la chiesa era già incastellata (quanto leggo in questo documento mi induce a pensare che, in Borgonovo, sul retro della pieve, come a Socana e Romena, doveva esserci il campanile, forse abbattuto nel 1289). Inoltre all’epoca del primo ricordo di Bibbiena, anno 979 circa, la località più importante della zona era Lontrina, citata come villaggio già nel 967 (Regesto Cam, doc. 3), mentre la nostra città, nel 1035, era ancora “casale” (Regesto cam. doc. 153). Nel settembre 1035, si riporta infatti: “in casale Bibbiena casam et curtem donnicatam cum terris vineis et pertinentis suis” (Regesto cam., doc. 153). Nel 1045 un atto fu stipulato “… intus casa et curte donicata de Biblena …” senza ancora citare il castello (Regesto cam. Doc. 230).
Il Castello di Bibbiena è ricordato solo nel 1083: “Act. In castro de Biblina” (Regesto cam., doc. 456) quindi la chiesa era nata molto prima del castello e non vi poteva essere dentro, com’era sempre stato per tutte le pievi. Fu incastellata solo molto dopo, perché si può ipotizzare che il primo fortilizio forse occupava poco più della larghezza della piazza grande e forse arrivava a Piazzolina
Altro particolare non trascurabile è il tipo di muratura con la quale la prima chiesa, quella con l’ingresso al piano della Porta dei Fabbri, fu costruita. Questo tipo di muratura detta a “filaretto”, della quale si vedono i resti rimasti dopo la distruzione voluta dai fiorentini, è caratteristica degli anni attorno al mille in Casentino.
Nel locale della caldaia della canonica si vede invece la muratura in pietre squadrate della facciata.
5) Da qualche parte ho letto che “la chiesa si trovava fuori le mura medievali, cioè in plebe (plebe non è un luogo), in mezzo al popolo che lavorava nella campagna”. Non c’entra nulla il lavoro della plebe o dei servi della gleba, ma come tutte le pievi era lungo una strada importante e fuori dal castello. Tutti gli abitanti del territorio plebano dovevano poterla raggiungere anche in caso di guerre tra castelli e poter ricevere il battesimo che si somministrava solo lì. Via Berni (lungo la quale fu costruita la Pieve), citata come Borgonovo nel 1360 in un Consiglio Comunale fatto in S. Lorenzo (Pasqui, Documenti per la storia della città di Arezzo, doc. 827), era una strada molto importante che portava a Camaldoli dal Ponte di Arcena presso Pollino, e fu citata come “Romana” nel 1047 (Regesto Cam. Doc. 239) Fu strada provinciale fino al 20 maggio 1871 (Arch. Com. Bibb., faldone F- I,4, Delibera). In antico si trovavano lungo il suo percorso: poco prima del mille la Pieve vecchia del Castellare dedicata a S. Ippolito, la pieve di Bibbiena nel mille, la villa romana di Domo e la Pieve di Partina. Quindi la nostra Pieve rispettava, già nell’anno 979, tutti i canoni del tempo: orientata verso est (leggermente ruotata verso sud), fuori dal castello e in ultimo l’accessibilità a tutti.
6) Però la notizia più suggestiva, per non dire ridicola, che ho letto da qualche parte, è che in antico, prima di diventare pieve, sarebbe stata la cappella dei Tarlati. Questa è destituita da qualsiasi fondamento. Di questo non ne parla nemmeno il Beni, che comunque conferma la chiesa anteriore al 1000 (C. Beni, Guida del Casentino, cur. Da Fiamma Domestici, FI, 1987, pag. 353).
Va da sé che, se i Signori medioevali avessero voluto una cappella, l’avrebbero fatta dentro la rocca, come si vede a Poppi e in tutti gli altri castelli. Lì vi celebravano anche i loro matrimoni e la Messa l’avrebbero presa senza disturbarsi troppo e soprattutto lontani dai loro servitori e servi della gleba. Per la cronaca una cappella privata è visibile anche nel palazzo comunale bibbienese e in altri.
I Tarlati s’interessarono di Bibbiena solo dopo il 1312. Probabilmente, prima della battaglia di Campaldino, non avevano mai avuto contatti documentati con Bibbiena. Sembra che solo Guccio o Uguccio Tarlati fosse presente in Campaldino e fosse morto lungo l’Arno scappando verso Arezzo dopo la sconfitta. Scrivo sembra, perché da come scrive Dante: “Quiv’era l’Aretin [ … ] e l’altro ch’annegò correndo in caccia” (Divina Commedia, Purg, VV.15 – 18) non si capisce se fosse il cacciato o il cacciatore in un’altra occasione.
Comunque il primo di loro, che si conosce ed aveva una qualche importanza, fu tale Ildebrandino, che nel 1283, il rettore del monastero S. Bartolomeo di Anghiari lo elesse come podestà e rettore del castello di quel luogo: “dominum Ildebrandinum de Petramala in potestatem et rectorem in castro predicto [ … ] M.CC.XXXIII [ … ]”, (Arch. di St. di Firenze). A quell’epoca la chiesa del Castellare era già abbandonata e nel 1240 fu chiamata: “… Plebe veteri …”, come già ricordato.
Un altro è stato Tarlato o Tarlatuccio, Capitano dei Ghibellini nel 1266 (Annales aret.). Forse il nome della casata Tarlati discende da questo personaggio come per tante altre famiglie (i Berardi da Berardo, i Raineri da Rainerio, i Feralmi da Feralmo, conseguenti dal genitivo latino Filii) . Il terzo è Angelo padre di Pier Saccone e del vescovo Guido che, il giorno 11 maggio 1332 venne ricordato come “quondam” (morto) padre di Neria.
I Tarlati cominciarono a interessarsi di Bibbiena da quando, dopo la morte del vescovo Ildebrandino dei Conti Guidi di Romena, fu eletto vescovo di Arezzo Guido Tarlati, che prima era Canonico della Cattedrale. Con l’elezione diverrà Conte e anche Signore di Bibbiena. Papa Clemente V, con lettera del 7 luglio 1312, ne decretò la nomina dal monastero di Grausello presso Malancene (Francia) (Pasqui, Documenti per la storia della città di Arezzo, doc. 704). Come si evince solo da allora, i Tarlati, influirono sulle vicende bibbienesi. Per questi motivi, di certo, la pieve di Bibbiena non poteva essere e non è mai stata in antico la cappella dei Tarlati.
Il Vescovo Guido fu scomunicato e papa Giovanni XXII, il giorno 20 luglio 1325, notificò tale decisione al Proposto della Chiesa Aretina Boso degli Ubertini, nominato amministratore della Diocesi, ma non Vescovo: “ Dilecto filio Boso Bardi de Ubertinis, preposito Ecclesie Aretine et administratori esiusdem in spiritualibus auctoritate apostolica deputato […] Guido tunc episcopus Aretinus prefatis hereticis et ydolatris post sententiam et condempnationem huiusmodi adheserat …” (Pasqui, Documenti per la storia della città di Arezzo, doc. 735). Guido sarà riammesso ai Sacramenti solo poco tempo prima della morte
Inoltre, se la nostra Pieve fosse stata la cappella dei Tarlati, certamente ci sarebbe stato, da qualche parte, uno stemma di quella famiglia, che troviamo solamente nella chiesa di Montecchio affiancata all’arma dei conti degli Aldobrandeschi. ■
7) Sento sempre dire che la seconda pieve di Bibbiena, quella a croce greca alla quota attuale, sarebbe stata rifatta dal vescovo Guido Tarlati nel 1310. Anche questo è un piccolo falso.
La Pieve fu fatta distruggere dalle milizie fiorentine dopo la battaglia di Campaldino. Non ci fu bisogno di porre assedio: “… sonata colle trombe la ritratta della caccia dietro a’ fuggitivi, sì si schierò l’oste dei Fiorentini in su il campo (Campaldino), e ciò fatto, se n’andarono a Bibbiena, e quella ebbono sanza contrasto; e rubata e spogliata d’ogni sustanza e di molta preda, le feciono disfare le mura e le case forti infino alle fondamenta, e più altre castelletta intorno e soggiornatovi otto di” (Giovanni Villani, Cronica…, tomo II, Cap. CXXXII). Giovanni Villani, nel 1289, aveva 9 anni e apprese le notizie dai reduci di quella battaglia.
Certamente la chiesa non poteva essere stata ricostruita dal vescovo Guido nel 1310 sui muri rimasti e ancora visibili come si dice fosse scritto sull’architrave della “porta delle campane”, ma solo dopo il 1312 e prima del 1325, quando era in carica. Il responsabile di questo piccolo falso è certamente Carlo Beni che lesse la scritta in latino e rilevò che stava: “… scomparendo …”. Forse lesse realmente MCCCX (1310), perché le lettere successive (dal III in poi) erano già corrose, male fa solo chi, dopo lui, ripete l’errore senza controllare e senza documentarsi.

(tratto da CASENTINO2000 | n. 288 | Novembre 2017)