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martedì, 17 Febbraio 2026

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Turismo: non più una Chimera

di Mauro Meschini – Una ricerca, un libro, tre territori italiani completamente diversi e tre destini turistici altrettanto diversificati. Se volete scoprire di chi e cosa stiamo parlando, è sufficiente digitare questo indirizzo internet sul motore di ricerca: https://series.francoangeli.it/index.php/oa/catalog/view/1480/1877/8204, in un attimo sullo schermo apparirà il PDF del libro scritto da Federico Paolini e Francesco Sanna, «Il turismo in Casentino: una chimera economica?» un viaggio che racconta il passato, la trasformazione e il presente del turismo nel nostro territorio compiendo un lungo viaggio che parte dal 1881, anno in cui Carlo Beni pubblicò la sua «Guida illustrata del Casentino», e arriva ai giorni nostri e al presente desolante in cui un contesto ricco di potenzialità e possibilità deve ancora arrancare per trovare un suo spazio, una identità e una sua collocazione nel panorama turistico italiano.

Uno degli autori di questo interessante volume è Federico Paolini, volto noto per il nostro giornale che ha anche diretto. Con lui è stato facile prendere contatti e scambiare qualche pensiero e riflessione sui contenuti del libro.

Da dove nascono questa ricerca e questo libro, qual è il contesto in cui sono stati realizzati, quale ruolo hai avuto in tutto questo percorso? «Il volume è nato all’interno di un progetto di ricerca nazionale che mette a confronto i destini turistici di tre territori italiani molto diversi: Venezia, le Cinque Terre e il Casentino. Un triangolo apparentemente inconciliabile, ma scelto proprio perché racconta tre estremi della parabola turistica del paese: l’eccesso ingestibile, la pressione crescente e il mancato decollo. L’Unità di ricerca dell’Università di Macerata – guidata da me, in qualità di professore associato di Storia contemporanea – ha dedicato la propria indagine al Casentino, assumendolo come caso emblematico di un territorio ricco di potenzialità, ma dove lo sviluppo turistico non è mai riuscito a compiere il salto di qualità. Il libro ricostruisce questa storia lunga e irregolare – dal 1881 al 2023 – attraverso documenti, statistiche e testimonianze raccolte sul campo».

Le Cinque Terre soffocate dal turismo, il Casentino che non lo vede decollare. Cosa ci dicono queste opposte esperienze che stanno vivendo due territori, certo diversi, ma che comunque si trovavano nel dopoguerra in una situazione simile? «Una delle domande di fondo della ricerca riguarda la distanza, ormai abissale, che separa il destino turistico delle Cinque Terre da quello del Casentino. Eppure, negli Anni ’50 e ’60 le due aree condividevano condizioni molto simili: isolamento, agricoltura povera, spopolamento, carenza di ricettività e di servizi. Poi, qualcosa cambia. Le Cinque Terre diventano una destinazione di rilevanza internazionale, fino ai problemi odierni di overtourism; il Casentino invece rimane ai margini, incapace di intercettare i nuovi flussi del turismo globale. Il motivo principale? La geografia. Essere località di mare colloca automaticamente le Cinque Terre in uno dei due grandi poli della domanda turistica italiana, insieme alle città d’arte. Questo significa un bacino virtualmente inesauribile di visitatori, un vantaggio strutturale con cui il Casentino non può competere. Ma non c’è solo la geografia. Il successo ligure è alimentato da una narrazione forte: il paesaggio iconico, i sentieri, l’identità; mentre il Casentino, pur ricco di storia e spiritualità, fatica da decenni a costruire un’immagine unitaria e riconoscibile. A questo si aggiungono il ritardo infrastrutturale, la mancanza di coordinamento tra amministrazioni e una promozione spesso frammentata. Tutti elementi che hanno lasciato la valle ai margini, proprio mentre altrove il turismo diventava un motore economico».

Da questa analisi sul turismo in Casentino emergono, forse, i soliti limiti ormai noti di questa vallata. Limiti oggettivi nella viabilità, servizi che si riducono a partire da quelli sanitari, scarse possibilità di lavoro per i giovani, mancanza di percorsi formativi universitari… si potrebbe dire che, prima di pensare ad uno sviluppo del turismo, sarebbe importante garantire alle persone di viverci in questo territorio? «La ricerca ha messo in luce un tema fondamentale, che va oltre il turismo e riguarda la tenuta stessa della comunità locale: la carenza strutturale di servizi, opportunità di lavoro e accessibilità. Oggi, quando, ad esempio, si parla di centro storico di Firenze svuotato dai residenti per far spazio ai turisti, si sottolinea come l’eccesso possa essere distruttivo. In Casentino accade il contrario: lo spopolamento è dovuto alla scarsità di servizi e di prospettive, e questo frena anche lo sviluppo turistico. In altre parole, non si può attrarre visitatori se non si riesce prima di tutto a garantire ai residenti la possibilità di restare. La qualità della vita e quella dell’offerta turistica sono due facce della stessa medaglia».

Quanto pesa in una efficace programmazione turistica la mancanza di omogeneità amministrativa, insomma la divisione in 10 comuni, anche piccolissimi, è un limite, soprattutto se non c’è un vero coordinamento (non esiste per esempio in queste settimane un programma unico che presenti e promuova le iniziative e i mercatini natalizi, ogni realtà pubblicizza i propri…)? «Uno dei nodi più persistenti messi in evidenza dalla ricerca riguarda la frammentazione amministrativa. Il Casentino è composto da dieci comuni – alcuni piccolissimi – ognuno con tradizioni, priorità, progetti e a volte rivalità tutte proprie. Già dagli Anni ’80 si chiedeva di superare “campanilismi e divisioni paesane” per costruire una politica turistica condivisa. Da allora si sono susseguiti comitati, consorzi, tavoli unitari: molti nati con entusiasmo, molti scomparsi rapidamente. Le Pro Loco, pur preziose, spesso agiscono ognuna per conto proprio, a volte perfino in concorrenza tra frazioni dello stesso comune. Il risultato è visibile anche oggi: calendari di eventi non coordinati, identità comunicative incoerenti, progetti che non dialogano tra loro. Per chi guarda alla valle dall’esterno, l’immagine è frammentata, difficile da comprendere».

Partendo dalla realtà esistente a quale possibile futuro si può pensare. Probabilmente non si arriverà in Casentino ad avere problemi di overtourism, ma quali passi irrinunciabili sarebbero necessari per dare un impulso a questa attività che, pur non rappresentando, da sola, la soluzione di tutti i problemi, potrebbe comunque contribuire a risolverli? «Il quadro che emerge dalla ricerca suggerisce che non debba esserci rassegnazione. Anzi, la gran parte degli indicatori dimostra che il Casentino ha una risorsa che molte destinazioni oggi invidiano: non è sovraccarico. Gli indici di pressione turistica sono tra i più bassi della Toscana. Questo significa che il territorio può crescere con calma, senza il rischio di snaturarsi. Sono uno storico, non un esperto di management e promozione, ma la ricerca suggerisce alcune direttrici: la necessità di costruire una governanza unitaria, capace di dare continuità alle scelte e parlare con una sola voce; il miglioramento dei servizi e delle infrastrutture, perché la qualità della vita dei residenti è la vera base del turismo sostenibile; l’urgenza di investire sulla professionalizzazione degli operatori, ancora oggi uno dei punti deboli più evidenti; la creazione di una narrazione coerente, che valorizzi ciò che il Casentino è davvero: una valle forestale ricca di spiritualità, cammini, borghi integri, produzioni artigianali e vinicole emergenti; lo sviluppo di forme di turismo lento ed esperienziale che più si sposano con la natura del territorio.

Il Casentino non diventerà mai (per fortuna?) una “piccola Cinque Terre”. Potrebbe diventare, però, un modello interessante di turismo lento. La ricerca ci ricorda che il passato pesa, e molto, le tre destinazioni principali restano quelle già definite a fine Ottocento (Camaldoli, La Verna, Poppi), ma questa non significa che debba essere un limite eterno che impedisce di costruire un futuro. Il Casentino resta un territorio sospeso, ricco di potenzialità inespresse. E forse è il momento di trasformare la “chimera” in una storia vera».

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