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martedì, 22 Giugno 2021

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Una nuova (possibile) partenza

di Federico Bronzin – Vedo ma non vedo, sento ma non ascolto, capisco ma, ancora oggi, qualcosa mi sfugge. Sfugge via il senso logico delle cose, quando il sistema condiziona le correnti di pensiero.

A oltre un anno dall’entrata nelle nostre Vite del Covid-19, mentre tutti sono presi a salvare il mondo con i vaccini, nessuno – lo ripeto, nessuno – ha avuto lo scrupolo di farsi un esame di coscienza e ammettere che siamo noi gli unici veri responsabili di questa tragedia.
L’innalzamento dell’aspettativa di Vita, che simboleggerebbe il risultato del progresso, in realtà si sta rivelando una torre di Babele. Dall’ebraico balal, Babele significa “confondere”, abbiamo forse confuso il termine “qualità” con il termine “quantità”.

Da un anno il mondo ha acceso i riflettori sugli anziani, le principali vittime del più grande mostro del XXI° secolo (per ora), ma prima? Prima i riflettori erano spenti, gli anziani praticamente invisibili, lasciati soli, in un’epoca in cui tutto corre veloce, lasciando dietro la cosa più importante: la prevenzione primaria. Molti tra i nostri cari sono arrivati all’ultimo step della Vita con due, tre quattro o più patologie croniche, in testa le malattie cardiovascolari e il diabete, le quali, per loro natura, sono quasi sempre il risultato di uno stile di Vita, non conseguenza diretta e inevitabile dell’invecchiamento.

Argomento scomodo per una società narcisista, argomento scomodo per un sistema sanitario mondiale che, pur essendo positivo per tante cose, va sciolto dall’esasperata idolatria che venga fatto tutto per il bene delle persone. È giocoforza l’effimero equilibrio di questa epoca, la sanità deve essere finanziata, pertanto gli interessi sono inevitabili, “the show must go on” in un’economia il cui business si basa in buona parte sulla salute (non salute) degli esseri umani. Se fino a qualche tempo fa dimenavo la mente, rifiutando categoricamente tale realtà, oggi ne attesto la fisiologica esistenza, aprendo un varco per osservare la situazione da una prospettiva nuova.

La scienza e la sanità vanno bene così (diciamo che ho raggiunto un compromesso con la mente), però hanno bisogno di unirsi e collaborare con l’istruzione.
C’è bisogno che medici e scienziati riconoscano l’importanza dell’educazione, il paziente (o ricevente, come preferisco chiamarlo) deve essere parte attiva al ripristino o mantenimento della propria salute, non un mero numero da essere esaminato e curato. Per educare si deve partire dalla scuola che, nonostante il mondo stia correndo, rimane incagliata nel suo modus operandi, diventato – mio modestissimo parere – obsoleto per il mondo di oggi.

Se davvero la scuola è il trampolino di lancio verso la Vita, deve porre, al pari delle materie tradizionali, l’educazione alimentare e l’educazione fisica, temi più che mai di attualità per una società con un’abbondanza alimentare sproporzionata al reale fabbisogno e uno stile di Vita che porta sempre più alla sedentarietà. E anche, sarebbe necessario creare figure professionali deputate all’educazione dei soggetti adulti, perché un’abitudine pericolosa può essere cambiata a qualsiasi età e, talvolta, salvare la Vita, ancor più di un farmaco.

I dotti che usano la Scienza per decretare cos’è meglio per l’umanità attraverso i numeri, dovrebbero pragmatizzare la relazione tra salute ed educazione così che, in futuro, il prossimo mostro “covidiano” non faccia più così tanta paura agli – come a me piace chiamarli – overfanciulli di domani, non porti al collasso gli ospedali e non faccia una strage.
Tra flebili speranze, augurandoci di imparare qualcosa da questa situazione, termino con una citazione di Martin Luter King: «Occorre fare degli ostacoli che incontriamo dei punti di partenza».

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