di Fiorenzo Rossetti – È stata una vera fortuna incontrare qualche anno fa Franco Michieli, geografo, esploratore, garante internazionale di Mountain Wilderness, scrittore e redattore per molti anni delle riviste Alp e RdM. È tra gli italiani più esperti nel campo delle grandi traversate a piedi di catene montuose e terre selvagge.
Dell’immenso fascino dei suoi racconti (ricchi di immagini di avventure ed esplorazioni geografiche e paesaggistiche) mi colpii profondamente la sua testimonianza di un viaggio a piedi (150 giorni) nelle terre di Norvegia. Un percorso (fatto unicamente insieme ad un’altra persona) con l’obiettivo di andare ben aldilà della “semplice” esplorazione di terre selvagge. Viaggiare a piedi per chilometri in luoghi isolati, con sulle spalle uno zaino e una tenda, senza Gps, strumenti ricetrasmittenti, mappe, bussola e orologio, orientandosi e navigando esclusivamente con i segni dell’ambiente e le… facoltà umane. Un vero e proprio esperimento scientifico, che parte dalla contemporaneità di una civiltà sempre più nutrita da scorciatoie tecnologiche e mondi virtuali.
Racconta Michieli che dopo un paio di giorni in queste condizioni, pian piano emergeva in sé una parte di “umano primitivo”. A poco a poco si recuperava il rapporto uomo e natura e ci si trasformava in una sorta di animale migratore dotato di innate capacità per potersi orientare e proseguire nella marcia.
Il lento sviluppo fino all’attuale forma umana ha indubbiamente selezionato caratteri che si sono evoluti insieme al mondo naturale; nel nostro DNA, tra i numerosissimi filamenti di cui la scienza non sa ancora dire a cosa servano, sono celati i geni che ci donano le capacità per vivere in un ambiente naturale e selvaggio.
E a questo punto entrano in gioco alcune considerazioni sul dato del grandissimo numero di fruitori escursionisti del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi. Persone che con grande abitudinarietà, nei momenti concessi dai riposi lavorativi, salgono in auto e si recano nei maestosi scenari naturali del Parco per trascorrere momenti di cammino attorniati da ambienti isolati, dal grande fascino e permettetemi, dal sapore ancestrale. È una vera e propria esigenza, che viene chiamata erroneamente “svago”, ma che è legata all’effettivo star bene in questi luoghi, la cui motivazione risiede nella nostra storia evolutiva di Sapiens, sempre a contatto con piante, animali, terra, cieli e panorami naturali.
Lasciare le nostre città, apparentemente luogo di vita ideale e immergerci nei luoghi del Parco è come tornare nella nostra vera casa, in un posto che dona effetti positivi al nostro corpo; il cervello sa questo meglio della nostra ragione.
Il Parco nazionale dovrebbe approfondire questi concetti a metà tra antropologia, scienze biologiche e neuroscienze. Sarebbe l’occasione per avviare un processo di riconoscimento di un ulteriore valore associato alle aree naturali protette. Ci vorrebbe un poco più di dinamicità culturale e intellettuale da parte dell’Ente Parco.
Stimolare l’opinione pubblica con l’obiettivo di identificare gli ambienti naturali e protetti (Foreste Casentinesi incluse!) al pari di presidi medici per tutti i nuovi mali di questa ultimissima generazione della specie umana, ipertecnologizzata e dallo stile di vita e alimentare profondamente alterato. Ecco quindi spiegata (in altri termini) quello a cui può essere legata l’irresistibile esigenza che hanno diversi frequentatori del Parco di doversi immergere, con regolarità, nei maestosi ambienti naturali. È come se il nostro corpo avesse nostalgia di quei luoghi cha hanno contribuito ad affermare la nostra specie; ed ecco che molti cercano di ritornarvi ogni settimana per lenire le ferite del distacco e trarne beneficio.
Cervelli “antichi” immersi in un mondo sociale, chiamato “moderno”, dall’eccessiva dipendenza da tecnologie digitali, AI e internet che rimodella relazioni sociali e lavoro, trovano la giusta riconnessione in luoghi selvaggi. Abbiamo dunque trovato (e toccato) il limite umano al proliferare di questa era umana che stiamo vivendo?
Parrebbe di sì a giudicare dal numero sempre più crescente di quanti, o per consapevolezza maturata, o per istinto primordiale, riescono a ritagliarsi il tempo necessario per recarsi in un Parco naturale.
Un valore aggiunto per il nostro Parco, che deve essere identificato, sviluppato e fortemente rappresentato come visione che faccia da contraltare a un modello attuale di società e di ambiente di vita dai contorni davvero disumani!


