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domenica, 5 Dicembre 2021

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Dalla Pampas a Soci… con amore

di Anselmo Fantoni – Abbiamo fatto una chiacchierata col Parroco di Soci Don Josè Salgado, che dalla lontana Argentina oggi si ritrova a condurre la comunità del paese più grande del Casentino, fatto di gente operosa e proveniente da tutta la vallata, portata qui non solo dalle opportunità lavorative, ma anche da una piazza viva e da tradizioni antiche. Ci sediamo nel bellissimo oratorio parrocchiale e l’atmosfera si fa subito familiare, così mentre Don Josè sorseggia il suo matè si dipana una storia fiabesca infarcita di persone normali ma straordinarie.

Com’è successo che dall’Argentina è arrivato a Soci?
«Nel 2011 sono venuto a studiare a Roma pernottando nel collegio argentino, a giugno del 2013 mi sono laureato nella Pontificia Facoltà Teresianum in Teologia spirituale facendo la dissertazione di licenza su: «La liturgia delle ore e la santificazione del tempo. Preghiera del Popolo di Dio come complemento del sacrificio Eucaristico». Successivamente frequento dei corsi nella Pontificia Facoltà teologica “Marianum” per il conseguimento del diploma in Mariologia. Nella primavera del 2012, a seguito della richiesta di Mons. Fabrizio Vantini, vengo a Soci durante le vacanze pasquali, estive e natalizie per aiutarlo nel suo impegno pastorale. La mia vicinanza con tanti missionari italiani in Argentina ha facilitato il mio impegno e permesso di ricambiare il bene ricevuto in sud America. Nel 2013 divento vice Parroco e nel 2014 rientro in patria e su richiesta dell’Arcivescovo Riccardo Fontana ritorno nel 2017 per continuare il mio lavoro a fianco di Don Fabrizio, con la sua nomina a Vicario generale mi ritrovo a prendere il suo posto a Soci, con grandissimo piacere permettendomi di proseguire quanto iniziato insieme».

Lei è connazionale di Papa Francesco, le vostre storie di somigliano?
«Più che somigliare si sono intrecciate stranamente, io essendo nato nel 1981 non ho vissuto come il Santo Padre il periodo tragico della dittatura. Nella mia Diocesi di origine c’è un Santuario mariano molto importante dedicato alla Madonna di Luján, molto visitato dai miei connazionali e per un periodo vi ho prestato servizio, Bergoglio veniva spesso al Santuario e naturalmente si fermava con noi Sacerdoti per le confessioni e anche per i convivi. Siamo entrambi figli di emigranti (il 25 ottobre del 2020 lo Stato Italiano mi ha riconosciuto la cittadinanza italiana sin dalla nascita) e quando nel 2013 è diventato Papa per noi argentini che avemmo la fortuna di trovarci a Roma fu una gioia immensa, gustando anche il privilegio di incontrarlo di persona, una cosa che non scorderò mai. Entrambi siamo finiti a svolgere il nostro compito in Italia, Lui per il bene della Chiesa universale, io oggi per il bene della Comunità di Soci, Lui Papa e io semplice Parroco, quindi vite simili culturalmente e religiosamente ma sostanzialmente molto diverse nei ministeri».

Tra Italia e Argentina c’è un feeling particolare, siamo molto diversi?
«Le differenze fra gli argentini e gli italiani non sono poi così importanti. I valori cristiani che permeano le due nazioni fanno si che i valori della famiglia e della fede siano molto presenti nella vita di tutti i giorni. Le differenze si possono riscontrare più nelle diversità geografiche, il Casentino, zona montana è più simile alle zone andine, hanno ritmi più lenti rispetto alle zone delle grandi pianure della Pampas. In Argentina non ci sono stati molti contrasti tra etnie diverse e oggi ci sentiamo tutti argentini, un po’ come in Italia dove le differenze regionali si sentono ma tutti oramai si sentono italiani».

Quanto è difficile oggi fare il Parroco?
«Nessuna vocazione e missione sono facili da sviluppare, occorre impegnarsi molto e ci sono numerosi sacrifici da affrontare soprattutto in questi giorni viviamo momenti difficili e complessi ed essere a capo di una comunità ha risvolti molto impegnativi. Se da un lato le soddisfazioni sono enormi perché il Parroco è punto di riferimento per tante persone, lo stesso si deve comportare come un buon padre di famiglia ma anche come un manager di una grande azienda, con tutte le noie burocratiche del caso. Diciamo che i parrocchiani sono molto disponibili a dare un grande aiuto in tutte le attività, anche se servirebbe ancora di più l’impegno dei laici per implementare ancora le varie iniziative e crearne di nuove, rispondendo al Sinodo Diocesano appena concluso che ci invita a diventare una Chiesa tutta ministeriale. Sono moderatamente soddisfatto ma vorrei che tutti gli abitanti di Soci vivessero la parrocchia come centro di aggregazione sociale e di accoglienza e annuncio del Vangelo, dove potersi aiutare sviluppando le potenzialità e la generosità tipiche del paese che cresce ogni anno di più».

La Parrocchia ha investito nell’oratorio, che risposta hanno avuto i giovani?
«Questo ambizioso progetto comincia a dare i propri frutti, questi nuovi locali hanno rinnovato l’opportunità di creare punti di ritrovo per tutti, giovani e non, spazio di felicità dentro il paese dove fermarsi a riflettere e proseguire il bellissimo cammino insieme a Gesù, inseparabile compagno di viaggio. La risposta dei giovani è in crescita e speriamo che piano piano l’Oratorio diventi riferimento per la vita come centro ricreativo e di amicizia per vivere e conoscere gli aspetti della vita cristiana. È importante ricordare la necessita anche di un impegno sempre maggiore da parte dei familiari e degli adulti per accompagnarli in una crescita felice e cristiana».

Cosa si dovrebbe fare in comunità perché il vangelo torni ad essere di moda?
«Il Vangelo non è una moda perché è sempre attuale. La Parola di Dio si vive spesso se si va contro corrente quando le proposte di questo mondo presentano modelli che non portano alla felicità. Il Vangelo attira se la comunità si aiuta e si vuole bene, oggi vivere la Buona Novella significa riscoprire i veri valori di fede che possono sostenerci nelle difficoltà e prove di tutti i giorni».

Quali sono le cose che ama di più dei sociani?
«Mi sono trovato e mi trovo molto bene a Soci, non ho sentito diffidenza nei miei confronti, il sociano è simpaticamente toscano, con un cuore grandissimo. Se dovessi sintetizzare il sociano con una parola direi solidarietà, sono sempre pronti a tendere una mano a chi ha bisogno e spesso usano la parrocchia per farlo in modo riservato, un comportamento da buon samaritano molto bello ed educativo».

Quali sono i nostri peggiori difetti? «I difetti non si dicono, indubbiamente ci sono, chi non ne ha? Dico solo che sono contento della comunità che sto guidando in cui io svolgo un servizio, ma che per realizzarsi ha bisogno del contributo di tutti. Non importano i difetti importano le virtù».

Finita la chiacchierata si riparte, c’è già un parrocchiano che attende per risolvere qualche problema, che sia un rubinetto che perde o un’anima in pena per qualche avversità, Don Josè è disponibile a tendere la mano, ogni giorno con fatica ma con tanto amore, col suo cuore argentino, a un passo dal Papa.

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