di Denise Pantuso – Ho letto da poco il testo di Francesca Mannocchi Bianco è il colore del danno un libro che si può considerare un’autobiografia nata a seguito della diagnosi di sclerosi multipla. Francesca Mannocchi è una giornalista reporter, di recente è intervenuta alla Pieve di Romena in occasione di Aspettando Naturalmente Pianoforte. In questa occasione ha portato la sua esperienza di reporter e visione “politica” in merito al suo viaggio in Israele sul quale ha scritto il libro Sulla mia terra. Storie di israeliani e palestinesi. Incuriosita dalla profondità con cui l’ho sentita parlare di guerra, morte e civiltà mi sono comprata i suoi libri tra cui il primo che ho citato, Bianco è il colore del danno.
Il testo inizia già con una postura particolare, postura che fa da file rouge all’espressione dei vissuti contenuti nel testo: “Cosa chiedi, se quel che vai cercando è una domanda?”. Questa frase delinea in maniera semplice cosa diviene la vita in presenza di malattie croniche, degenerative: una domanda continua, la ricerca della domanda giusta che possa lenire, ammorbidire quanto di più incisivo accade nella vita, avere corpo guasto come dice l’autrice. Il corpo guasto può prendere tante forme, visibili e invisibili, guastarsi gradualmente o rapidamente, può sorprendere o tradire, ciò che è stabile di un corpo ammalato è che questo incide fortemente nella percezione della propria vita. Attesa delle visite, aggravamenti di malattia e remissioni, nuovi sintomi da curare influenzano l’esistenza umana di chi, come l’autrice, ha una malattia cronica.
Nonostante le cure che vengono gradualmente inserite e poi tolte, nonostante le visite più o meno pesanti, nonostante gli esiti anche favorevoli un soggetto con malattia cronica si ritrova a porsi domande esistenziali costantemente, a colorare lo sguardo con cui guarda il mondo con i colori della malattia. Allora Francesca sottolinea come una parola scritta sui referti, seppur incomprensibile alla sua mente in quanto parola della scienza, non solo attiva ricerche su Google, ma attiva fantasie su cui i pensieri si depositano o ingrandiscono, perché una parola, seppur sconosciuta, evoca comunque percezioni di gravità e sospensione nel vuoto. E succede che Francesca, divenuta madre poco dopo la diagnosi iniziasse a vivere il fantasma di non riuscire a veder crescere suo figlio e si domanda Come è fare la mamma guastata? Fare giornalismo da sola non è più possibile e quindi come rimanere giornalista con una malattia che le impedisce proprio di muoversi, cosa necessaria alla professione stessa?
Dove finisca il dolore quando è ingabbiato nelle griglie rigide della lingua medica è l’altra grande domanda che mi accompagna da allora. (Il momento del referto). Domande sulla postura dei medici, sulle parole che loro utilizzano e dove collocano il dolore umano è un altro discorso che l’autrice porta a galla. Come la dimensione del tempo: non sono più padrona del mio tempo, nella sala d’aspetto prima delle visite non ha precedenza chi arriva primo a prendere il posto, ma la priorità che i medici stessi danno alla tua situazione.
Ci sono spesso sogni della persona che ero prima, pensieri su ciò che si era e che non si è più. Ci sono continue domande su come aggiustare la vita a seconda dei sintomi che si sviluppano, le ricadute, i momenti acuti. Non devo metaforizzare la mia malattia dice l’autrice facendo riferimento a cosa possa significare la malattia, da dove viene, perché, in che modo lei ne è stata partecipe affinché arrivasse.
Il testo pone tante riflessioni sul rapporto che l’essere umano può intessere con la malattia. Lo trovo prezioso per il sostegno a tutti coloro che ogni giorno si confrontano con la prossimità alla fine come la chiama l’autrice.

Dott.ssa Denise Pantuso Psicologa e psicoterapeuta individuo, coppia e famiglia www.denisepantuso.it – tel. 393.4079178
(Rubrica ESSERE L’Equilibrio tra Benessere, Salute e Società)


