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sabato, 7 Febbraio 2026

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Fiori d’arancio… contadini

di Lara Vannini – Cosa desiderano i giovani oggi? Senza dubbio rendersi autonomi economicamente, trovare un lavoro stabile e possibilmente continuativo nel tempo e sognare (non esageriamo!) di vivere da soli o con un compagno/a di vita. Sono dei veri e propri salti mortali che portano le giovani generazioni, a pensare alla famiglia in un’età decisamente adulta rispetto ai “ragazzi” di almeno settant’anni fa.

Tutti gli aspetti in cui in un recente passato era possibile “arrangiarsi”, oggi per un cambio culturale e sociale non sono più possibili e anzi, la coppia che decidesse di sposarsi e andare a vivere con la suocera, sarebbe sicuramente additata come “strana”. Nonostante ciò, i dibattiti sul matrimonio sono molto più attuali oggi che nel passato proprio perché entrati in un’epoca in cui gli individui sono liberi di compiere le proprie scelte, legarsi in matrimonio è un atto non scontato e senz’altro voluto o quantomeno meditato senza costrizioni né limitazioni. Chi si sposa oggi lo fa certamente con maggior cognizione di causa che nel passato anche se la vita di coppia rimane un viaggio bellissimo ma impegnativo.

Il rito del matrimonio da concretezza giuridica e/o sacrale, all’unione di due individui che, nel nostro passato molto recente, ante 2016, ha riguardato esclusivamente un uomo e una donna. Non è sempre stato così, ma possiamo dire che quando il Cristianesimo divenne religione ufficiale dell’Impero Romano, furono bandite le unioni dello stesso sesso. Il matrimonio così come vuole l’etimologia del termine, si lega all’idea di dare legittimazione alla nascita dei figli. E così era per i nostri nonni la cui data del matrimonio coincideva con l’uscita da casa (sempre per la donna) e il mettere su famiglia. Il matrimonio era uno status symbol diremo oggi, era l’entrata ufficiale nel mondo degli adulti, la possibilità soprattutto per la donna di emanciparsi, sperare di migliorare la propria esistenza e condividere gioie e dolori con una numerosa famiglia.

La dote e il corredo La donna contadina nel corso del fidanzamento, aveva un ruolo tutt’altro che passivo. Suo era l’onere e l’onore di preparare la dote matrimoniale, e il corredo, gelosamente custodito in cassoni di legno. Oggi il cassone spesso troneggia negli ingressi come oggetto d’arredo, ma un tempo era un vero e proprio armadio. La dote dimostrava al marito e alla futura comunità le possibilità della famiglia di origine. Il corredo era generalmente composto da: lenzuoli, coperte e in generale da biancheria per la casa, in numero di 12 per ogni tipologia. La dote era composta da alcune categorie di mobilia come il “comò” per la camera da letto e beni materiali a seconda delle possibilità della famiglia di origine, come denaro o animali.

Il fidanzamento e il successivo matrimonio era quasi un obbligo sia per l’uomo che per la donna. Restare zitella o “signorino” significava attirare le critiche e le derisioni delle persone, soprattutto per il sesso femminile. Chi non si sposava erano generalmente persone disabili o molto malate, chi faceva lavori particolarmente significativi per la comunità come il maestro o la maestra, e chi soprattutto per i giovani uomini, doveva provvedere alla madre e ai fratelli se il capofamiglia fosse venuto a mancare. In tutti gli altri casi il matrimonio era un obbligo. Una donna nubile, di una certa età, veniva chiamata “zitella”. Possiamo dire che le donne soprattutto di campagna, superati i trent’ anni avevano un alto rischio di rimanere sole per sempre anche perché il loro principale ruolo era quello di mettere al mondo la “prole” e più avanzavano gli anni e più la procreazione era messa in discussione.

Nonostante la società sia radicalmente cambiata ed evoluta rispetto ad un secolo fa, immaginare una donna single, senza figli e realizzata è qualcosa che desta ancora oggi più di una perplessità, e questo ci fa comprendere come i retaggi culturali purtroppo siano duri a morie. In Italia durante il fascismo e fino al 1943, è esistita la tassa sui celibi di sesso maschile.

Matrimonio, rito collettivo Nel passato, i periodi in cui generalmente due fidanzati convolavano a nozze erano: Autunno e Primavera perché soprattutto nell’ultimo caso, con il rifiorire della natura, iniziavano i lavori dei campi e c’era molto da fare. I periodi invernali dell’Avvento e della Quaresima, erano periodi dedicati alle ricorrenze religiose e non potevano essere disperse energie per altre celebrazioni. Per quanto riguarda l’Autunno il periodo migliore in cui sposarsi era dopo la vendemmia e prima del sopraggiungere dei rigori invernali perché soprattutto per la famiglia del novello sposo, uscendo dal nucleo familiare, quest’ultimo era una bocca in meno da sfamare e per quell’anno aveva contribuito a tutti i lavori gravosi. Motivi pratici a motivi religiosi, definivano così il calendario annuale dei matrimoni. Il matrimonio nel mondo contadino era prima di tutto un rito collettivo. Soprattutto oggi per motivi di costi e di soggettive sensibilità, è possibile scegliere per sposarsi, luoghi che nulla hanno a che fare con il vissuto dei singoli sposi, ma un tempo il paese era un’entità vivente. Tutti i compaesani condividevano gioie e dolori gli uni degli altri, un legame strettissimo che poteva incendiare le malelingue, ma allo stesso tempo godere di una vicinanza e una solidarietà comunitaria che oggi difficilmente possiamo immaginare.

La sposa L’abito da sposa spesso era cucito in famiglia per una questione economica ma anche perché un tempo, l’arte del cucito era la normalità in tutte le famiglie. Spesso la futura sposa veniva coinvolta nella preparazione del corredo, dal cucito al ricamo. Oggi i preparativi per un matrimonio possono avere tempi relativamente brevi, ma un tempo era necessario preparare manualmente tutto ciò che occorreva alla nuova e giovane famiglia, un lavoro certosino in cui si ricamava e si siglava con le iniziali dei nomi degli sposi, qualsiasi elemento del corredo, perfino i fazzoletti. Non era scontato che l’abito nuziale fosse bianco. In certi periodi storici, soprattutto durante le due guerre mondiali, spesso le nozze erano celebrate in maniera molto frettolosa perché il neosposo doveva partire per la guerra, oppure a volte per motivi di lavoro gli uomini si assentavano per lunghi mesi andando a lavorare altrove ad esempio in Casentino si partiva per il taglio del bosco o le bonifiche.

Date tutte queste circostanze, a volte la celebrazione del matrimonio purtroppo coincideva con una triste partenza. Non era raro in queste occasioni che la povera sposina scoprisse nel corso dei mesi di essere rimasta incinta e di dover partorire senza il marito accanto, che ancora non aveva ottenuto licenza o non aveva finito il proprio lavoro. Come sempre la vita del contadino era un rincorrersi di eventi lieti, incombenze e sacrifici, ma quando era possibile i momenti di festa erano sacri e sempre vissuti in allegria e vita comunitaria.

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