testo e foto di Andrea Barghi Goaskim – D’improvviso, come un battito di ciglia, la foresta — resa immobile dall’inverno — diventa animata. Ogni primavera, tra i rami ancora carichi di gemme, esplode una frenesia antica quanto il mondo. Una frenesia amorosa, fatta di agitazione intensa, di attività concitata, quasi febbrile. È una necessità vitale per i piccoli uccelli che vivono nelle foreste casentinesi.
Chi percorre, in quel periodo, sentieri e radure, si accorge del traffico d’ali, di fili d’erba e di richiami brevi, senza sosta: solo l’urgenza di costruire casa, fare l’amore e crescere la prole, prima che il tempo limitato a loro disposizione si esaurisca. Non è solo “fare tanto”. È farlo come se il tempo stesse per finire. Per loro è come una danza di sopravvivenza: è l’agitazione gioiosa, primordiale, della nidificazione.
Basta sedersi alla base di un antico faggio o di un vetusto abete, e rimanere in silenzio, per accorgersi del loro fare continuo, metodico, senza tregua. I nostri piccoli amici sono interessati a tutto ciò che può servire alla loro “casa”: muschi, fuscelli, peli di cervo, cortecce sottili. Ognuno di loro si ingegna in base alle proprie possibilità. A noi, vedere tanto fermento, dà la carica: ci dimostra che la vita va vissuta in pienezza e che la natura è una guida perfetta. In questo, le Foreste Casentinesi sono un santuario di foreste antiche, regno di faggi e abetine, dove il bosco parla senza teatralità. Il vivace canto del picchio muratore — un tui-tui-tui insistente — ci permette di vivere, come lui, la stagione riproduttiva. Ci sorprende anche il fringuello: il suo nome scientifico è Fringilla coelebs. Deriva dal latino e significa “celibe”, poiché Linneo notò che le femmine tendevano a migrare a sud alla fine dell’autunno, lasciando i maschi da soli ad affrontare i rigori dell’inverno. Potete quindi immaginare cosa significhi, per loro, l’arrivo della primavera.
Il canto è una loro prerogativa in amore: ciascun maschio conosce due o tre melodie, elaborate autonomamente a partire dall’ascolto, in giovane età, di altri maschi. Melodie che possono subire variazioni regionali, paragonabili a veri e propri dialetti. Come vedete, la natura ci sorprende sempre.

Il picchio rosso maggiore, anche quando non riusciamo a vederlo, sappiamo che frequenta queste foreste per il suo tamburellare, che gli serve per tenersi in contatto e per segnalare il possesso del territorio. E se vi chiedete se non gli faccia male la testa a picchiettare tutto il giorno, Madre Natura ha pensato anche a questo: possiede particolari adattamenti anatomici per fronteggiare gli stress fisici provocati dall’azione di martellamento. A questo punto avrete capito che vale la pena iniziare a fare escursioni e porsi in ascolto, perché il bosco non è più silenzioso: pulsa di operosità incessante e urgenza riproduttiva. Prima che il clima cambi, prima dei predatori, prima dei temporali. Non è disordine, ma urgenza di vita.
Gli uccelli percorrono l’aria come piccoli muratori alati. Ogni nido è una casa costruita contro il tempo. Tra le abetine ancora fredde di resina, la frenesia della nidificazione accende il sottobosco. I piccoli uccelli sfrecciano bassi, spariscono tra i rami, riappaiono con un filo nel becco. È un via vai silenziosamente febbrile, che dura poche settimane, ma decide un anno intero.
Sarebbe bello che anche l’uomo riuscisse a trasformare la frenesia che lo porta a lottare contro la burocrazia in una frenesia d’amore.


