testo e foto di Andrea Barghi Goaskim – Camminando nelle faggete può capitare di avere una strana sensazione. A un certo punto sembra che tutti gli alberi si siano messi d’accordo. Non per assomigliarsi, ma per lasciare spazio a uno solo. Un antico acero che, con i suoi rami aperti come una corona, sembra essere stato eletto imperatore della foresta.
È una delle immagini che più mi affascinano quando percorro i sentieri del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi. Le faggete, dichiarate Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO il 7 luglio 2017, rappresentano uno dei tesori naturalistici più preziosi d’Europa. Se oggi possiamo ancora ammirarle nella loro integrità, lo dobbiamo anche al dottor Fabio Clauser che, negli anni Cinquanta, ebbe il coraggio e la lungimiranza di opporsi al loro abbattimento. Ma il faggio non basta guardarlo. Bisogna imparare ad ascoltarlo.
Chi percorre i dieci chilometri che da Prato alla Penna conducono al Passo della Calla ha spesso la sensazione di attraversare una galleria naturale. I tronchi sembrano accompagnare il cammino, proteggendo il sentiero dai venti della Romagna e della Toscana e trasformando quella pista di crinale in una sorta di antica via regale. Forse è anche per questo che gli alberi, e il faggio in particolare, hanno sempre occupato un posto speciale nell’immaginazione dell’uomo.
Le radici affondano nel mondo sotterraneo, il tronco appartiene alla terra e i rami cercano il cielo. In quasi tutte le antiche civiltà l’albero è diventato il simbolo dell’unione tra questi tre mondi. Nella mitologia nordica questo ruolo appartiene al grande frassino Yggdrasil, l’albero cosmico che sostiene l’universo con le sue radici e i suoi rami. Anche il faggio, quando cresce nel suo ambiente naturale, possiede qualcosa di maestoso. Può raggiungere i quaranta metri d’altezza e, con la sua ampia chioma, domina il bosco filtrando la luce e modellando la vita delle specie che vivono intorno a lui.

Eppure, proprio a Sasso Fratino, ho avuto l’impressione che i faggi abbiano riconosciuto la nobiltà di un altro albero. Un antico acero. Nessuno lo ha incoronato davvero, naturalmente. Eppure, osservando la sua chioma, è difficile non immaginare una corona. È come se la foresta stessa gli avesse affidato il ruolo di imperatore, riconoscendogli quell’autorevolezza che solo il tempo riesce a donare.
Gli antichi Celti consideravano il faggio un albero sacro, legato alla Grande Madre e al mistero della vita che continuamente si rinnova. La sua longevità, che può raggiungere i tre secoli, contribuiva a renderlo simbolo di forza, saggezza e continuità.
Quando attraversate una faggeta del Casentino concedetevi un piccolo gesto. Fermatevi. Non guardate il sentiero. Alzate gli occhi. Osservate la luce che filtra tra i rami, ascoltate il silenzio e lasciate che siano gli alberi a raccontarvi la loro storia. Forse capirete perché, da migliaia di anni, l’uomo continua a considerarli qualcosa di più di semplici piante.
E se tra quei faggi incontrerete un vecchio acero con una corona di rami, non stupitevi. Gli imperatori, qualche volta, scelgono ancora di abitare nelle foreste.


