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sabato, 17 Gennaio 2026

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Che fine farà il mattatoio?

di Mauro Meschini – Non è un argomento facile da affrontare quello di cui cercheremo di parlare in queste pagine. E non tanto perché questo ci porterà inevitabilmente anche a raccontare, magari proponendo il nostro punto di vista e il nostro commento, quello che nelle ultime settimane su questo tema è stato detto, fatto e deciso dalla politica locale. No, non è tanto questo che ci preoccupa di più e ci crea difficoltà, in fondo, non è da oggi che su queste pagine raccontiamo e commentiamo quello che vediamo e almeno un po’ forse abbiamo dimostrato negli anni di avere imparato a farlo.

Ciò che invece ci rende veramente ostico il tema, tanto da provare anche un po’ di colpevole disagio, è il sapere che, comunque, dietro a tutto quello che, alla fine, potrà essere scritto sta la vita e la morte degli animali. Un mattatoio non è un luogo neutro, non è, e non può essere, solo la parte «necessaria» della catena alimentare creata dalla società moderna, che trasforma esseri viventi che pascolano in un prato in fette di carne che troviamo nel frigo di un supermercato. Per questo affrontando questo argomento crediamo sia opportuno provare a cambiare l’ottica da cui osservare e raccontare e non perché siamo vegetariani o vegani, ma «semplicemente» perché questo luogo, anche se può sembrare impossibile, dovrebbe essere organizzato nel rispetto degli animali.

«La civiltà di un popolo si misura dal modo in cui tratta gli animali» è una frase del Mahatma Gandhi che mi ha fatto spesso riflettere e che credo racchiuda una profonda verità, soprattutto a leggerla oggi e pensando ai ritmi di vita che scandiscono la nostra quotidianità e il nostro rapporto con il mondo che ci circonda. Molti si ricorderanno, perché lo hanno vissuto in giovane età o per averlo ascoltato nei racconti di famiglia, ciò che accadeva e quale fosse il rapporto tra uomini e animali nella civiltà contadina, certo gli animali servivano per il sostentamento di chi li allevava, ma probabilmente ciò accadeva in una maniera che non li trasformava in numeri, in cose oppure oggetti.

Tutto quanto abbiamo cercato di proporre e spiegare, nel momento in cui in Casentino si svolge un partecipato e sentito confronto sul futuro del mattatoio di vallata, dovrebbe essere parte della riflessione, che non dovrebbe vedere sottolineati solo gli aspetti organizzativi, tecnici o economici, ma anche quelli legati al rispetto e al benessere degli animali. Per un territorio come il Casentino un approccio di questo tipo crediamo che si rivelerebbe un elemento vincente in quanto la nostra vallata, per le peculiari caratteristiche che ha, potrebbe avere i «i numeri» per essere un esempio e un modello, andando a valorizzare alcuni aspetti specifici propri di un territorio che in più occasioni promuove se stesso proprio puntando su parole come natura, qualità, tradizione.

Questo modello dovrebbe vedere, come detto, il rispetto e la promozione del benessere degli animali in ogni momento, così come la tutela e la promozione delle produzioni locali che garantiscono ancora, per numeri e modalità, un allevamento lontano dalle allucinanti immagini e la brutalità degli allevamenti intensivi. Ci sarà la volontà di concentrasi su questi aspetti? Da quello che abbiamo potuto leggere su alcuni resoconti giornalistici che riportavano, appunto, le dichiarazioni e la cronaca di queste settimane non ci è sembrato, ma potremmo sbagliare, di avere visto una qualche parola spesa in queste direzioni. Più che altro i riflettori sono stati puntati sul nuovo bando pubblicato e che ha come obiettivo proprio la gestione del mattatoio; sui 150.000 euro messi a disposizione dalla Regione Toscana e sulle agevolazioni in forma di sconto canone, fino a 50.000 euro, per la messa a norma dell’immobile e l’adeguamento funzionale. Si è parlato poi di ulteriori sconti nel caso di investimenti e migliorie, oltre alla possibilità di espandere i vari rami dell’attività, prevedendo anche un centro di trasformazione della selvaggina e l’introduzione della lavorazione degli ovicaprini.

Come si vede l’approccio appare molto manageriale, non proprio quello che ci siamo permessi di auspicare poco sopra. Ciò, se non sorprende, fa sorgere un dubbio: ma siamo sicuri che tutto questo sia possibile in Casentino? Davvero si può garantire a quella struttura una continuità operativa e una solidità gestionale? Le domande non sono campate in aria, ma nascono anche solo semplicemente dalla presa d’atto di quello che è accaduto fino allo scorso aprile, e ancora prima negli anni precedenti. Infatti la gestione del mattatoio ha visto una fallimento e, appena lo scorso anno, nel 2024, la pubblicazione di un altro bando, anche quello con l’intento di riaffidare la gestione.

Certo si è trattato di un bando molto diverso, intanto per la durata, prevista inizialmente solo per due mesi e mezzo, e poi perché non erano inseriti finanziamenti aggiuntivi anche se, pur in presenza di un tempo oggettivamente ridotto, si poneva a carico del gestore la manutenzione ordinaria e straordinaria della struttura. La gestione è stata poi ulteriormente prolungata per 6 mesi, fino al 30 aprile 2025, ma questo non sembra aver portato i risultati sperati. D’altra parte sono sotto gli occhi di tutti i limiti strutturali del mattatoio, limiti dovuti sia alla inadeguatezza dei locali e ai macchinari obsoleti, ma anche al bacino di utenza ormai presente nel territorio interessata a usufruire dei servizi offerti dal mattatoio, per la quale si registrano numeri che non sono adeguati a garantire almeno un pareggio nei bilanci di gestione.

Come abbiamo detto adesso sembra che ci siano delle risorse aggiuntive a disposizione, ma naturalmente non possiamo sapere se e quanto potranno essere in grado di coprire tutti gli interventi di ammodernamento che la struttura necessita, anche perché, proprio il tipo di vocazione e organizzazione che si vorranno dare a questo servizio, lo definiranno e renderanno possibile anche valutare le possibilità di competere sul mercato. Quello che a oggi sappiamo è che ai cancelli del mattatoio sono stati posti dei lucchetti, che le utenze sono state disattivate e che i bolli, in pratica i permessi per portare avanti l’attività, sono stati riconsegnati. Ciò significa che chi riaprirà dovrà farlo chiedendo anche tutte le necessarie autorizzazioni e quindi gli interventi di adeguamento dovranno essere, immaginiamo, curati e puntuali nel rispetto di tutte le varie normative presenti. Non è certamente una situazione semplice, anche perché, come abbiamo saputo raccogliendo le informazioni necessarie a preparare questo articolo, il mattatoio del Casentino non è certo orfano di proprietari.

Infatti tutti i dieci comuni del Casentino, quindi gli otto presenti nell’Unione dei Comuni più Bibbiena e Pratovecchio Stia, oltre a Capolona e Subbiano si dividono la responsabilità di questa struttura e ci sembra che già questo contribuisca a rendere «complessa» la gestione del caso. Comunque dovrebbero proprio essere questi soggetti a scegliere la direzione e anche il buon uso del finanziamento della Regione che non è trascurabile e meriterebbe di essere ben utilizzato. Ci avrebbe davvero fatto piacere se a quei tavoli, che hanno visto confrontarsi Amministrazioni e associazioni di categoria, avesse trovato spazio il tema che abbiamo posto all’inizio, perché esiste modo e modo di macellare un animale e non c’è nessuna ragione per non fare tutto, e anche di più, per ridurre al minimo e possibilmente azzerare la sua sofferenza.

Sembra che con il bando si sia orientati di nuovo a prevedere un tipo di gestione che non ha dato grandi risultati nelle occasioni precedenti, anche se si era già provato a incrementare le produzioni facendo arrivare animali da fuori territorio, con tutto quello che comporta proprio per il loro benessere. D’altra parte una decisione drastica che portasse alla chiusura del mattatoio sarebbe un danno per i piccoli allevatori casentinesi che, pur ricevendo eventuali rimborsi, dovrebbero far percorrere anche ai loro animali decine di chilometri per arrivare a un mattatoio situato fuori dalla vallata.

Sorge così dalla discussione un’altra opzione che punta a mantenere il servizio sul territorio caratterizzandolo per la sua «casentitudine» e prevedendo una gestione opportunamente tarata che sia in grado di rispondere alle necessità degli allevatori locali. Insomma un servizio pubblico vero e proprio, che grazie al finanziamento regionale sarà possibile riorganizzare e adeguare, e che in seguito potrà essere gestito con risorse umane ed economiche individuate e organizzate dai dodici comuni.

Un investimento che permetterebbe di mantenere e promuovere le produzioni locali, vero biglietto da visita per il Casentino; di contribuire a mantenere attive e magari incrementare le aziende agricole che sono fondamentali per il territorio; di promuovere un’agricoltura e un allevamento capaci di rispettare l’ambiente e il benessere degli animali.

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