di Francesco Benucci – “Una vita da mediano”, uno dei successi canori di Ligabue, è entrata nell’immaginario collettivo perché, ad una sonorità capace di far presa sugli ascoltatori, unisce una metafora efficace che lega le peculiarità del ruolo di centrocampista e un’attitudine al di fuori del campo che, parimenti, richiede sudore e volontà per sfociare in una vita all’insegna del piacere e della realizzazione. E se il protagonista di questa “rappresentazione” fosse il portiere? Forse otterremmo un’immagine ancor più evocativa: perché l’estremo difensore, sia dentro sia al di fuori del rettangolo di gioco, è l’ultimo ad arrendersi, è colui che, dalle retrovie, ha una visione più ampia e agisce per il bene di tutti, è chi mette anima e corpo, mani comprese, per parare gli attacchi avversari, è chi sa quanto, accanto allo sforzo fisico, l’equilibrio mentale e la convinzione siano fondamentali, è chi talvolta non è al centro dei riflettori ma è consapevole delle grandi responsabilità che ricadono su di lui.
Insomma, anche una “vita da portiere” è un’espressione che racchiude caratteristiche specifiche che poi si possono ritrovare nella vita di tutti i giorni: ne sa qualcosa David Dei, casentinese di Soci, nativo di Arezzo, che al ruolo suddetto ha votato la sua carriera nel mondo del pallone. Eppure, come spesso accade, la sua parabola, agli albori, sembra propendere in tutt’altra direzione: si disimpegna anche a tennis, con risultati egregi, predilige il ruolo di attaccante nell’ambito calcistico quando, un evento imponderabile, gli fa imboccare una strada imprevista. È il primo anno nelle giovanili del Soci e, non essendoci portieri, si procede a trovarli per estrazione: destino vuole che tocchi proprio a lui! Il nostro non ci resta benissimo inizialmente, pur sapendo che si sarebbe trattato di una soluzione temporanea visto che si sarebbero alternati a rotazione tra i pali, ma poi scopre di essere portato, pure fisicamente per la sua età, il ruolo comincia a piacergli e decide di rimanere estremo difensore in pianta stabile. È la svolta: le sue prestazioni lievitano costantemente, vince diverse competizioni, si laurea campione provinciale con gli esordienti, disputa per la prima volta i giovanissimi regionali, è puntualmente convocato nelle rappresentative provinciali, infine viene notato e tesserato dall’Arezzo anche se si ritrova negli allievi con ragazzi due anni più grandi di lui.
È un’esperienza impegnativa, non semplice per vari aspetti, ma proprio per questo estremamente formativa, soprattutto sotto il profilo caratteriale: a 14 anni David lascia il tennis per concentrarsi sul calcio, si allena lontano da casa, 4 volte a settimana dopo la scuola, con compagni di età maggiore. E qui è giusto aprire una parentesi: nonostante le indubbie difficoltà logistiche, con forza di volontà, impegno e senso di responsabilità, il giovane portiere casentinese riesce a conciliare percorso calcistico e iter formativo, come dimostra il diploma di ragioniere col massimo dei voti. A questo traguardo sarebbe seguita anche l’iscrizione all’università di scienze politiche ma quel cammino non verrà completato perché, come vedremo, le evoluzioni pallonare lo porteranno verso altri lidi, tuttavia, accanto a questo piccolo rimpianto, resta l’orgoglio di aver palesato il fatto che, a determinati livelli, sport e scuola possono, anzi, devono coesistere, l’uno non esclude l’altro, e questo è un messaggio molto importante per i giovani che oggi si apprestano a compiere i medesimi passi.
Tornando “sul campo”, David effettua tutta la trafila di 5 anni nel settore giovanile amaranto, colleziona alcune panchine con la prima squadra nel 1993 in Serie C, quando l’Arezzo… fallisce! Si tratta di un’altra “sliding doors” nella sua carriera che, però, inaspettatamente sfocia in una grande opportunità: da svincolato avrebbe un accordo col Città di Castello, allorché Miro Scatizzi, già suo mister nelle rappresentative provinciali oltre che osservatore della Fiorentina, uno dei primi a credere in lui, insiste per fargli fare un provino per i viola: all’inizio non sembrano esserci grosse aspettative e invece, dopo 3 o 4 giorni, viene tesserato come portiere titolare della primavera impegnata nelle finali nazionali (dove incontra Palermo, Inter e all’esordio la Reggiana).

In questa esperienza, può annoverare una decina di panchine in Serie B dietro Toldo e Scalabrelli, compresa quella nel giorno della matematica promozione in Serie A, e una finale del Torneo di Viareggio persa contro la Juventus di Del Piero. Nel frattempo si delineano i suoi punti di riferimento nel ruolo: lo affascina Garella, un portiere sui generis, Marchegiani è un modello per le uscite e Peruzzi è forse il giocatore in cui si rivede di più per struttura fisica. Stabiliti anche questi “paletti”, è tempo di fare esperienza, in campo, tra “i grandi”: Benevento è la prima tappa in prestito, in una Serie C molto formativa (che oggi, per livello, equivarrebbe a una B, così come la B di allora era quasi una sorta di A-2), primo anno bene, secondo più complicato anche perché deve svolgere il servizio militare; il Benevento lo riscatta alle buste e non la Fiorentina (forse per quei limiti in altezza che poi probabilmente gli hanno precluso il salto in Serie A) per poi cederlo all’Ancona. In terra marchigiana, dopo aver vinto i playoff di Serie C col Savoia, fa la prima esperienza in B che, pur da dodicesimo, lo porta a calcare i terreni della cadetteria per una decina di partite. Viene via da Ancona dopo alcuni problemi societari e giunge a Pistoia in Lega Pro, con la prospettiva di fare la riserva (allenatore Agostinelli), vincono il campionato il primo anno e in B, per una flessione nelle prestazioni del numero uno designato, diventa titolare, mettendo a referto l’annata probabilmente migliore della carriera: si salvano allo spareggio col Cesena, realizzando un miracolo sportivo in quanto appesantiti da una penalizzazione di 4 punti, con David sugli scudi in particolare nel ritorno dei playout, salvando a Cesena i suoi compagni dall’assalto degli avversari, con tanto di partita della vita che gli vale 8 in pagella e titoli eloquenti come “Dei salva la Pistoiese”; la salvezza giunge anche l’anno dopo e gioca sempre titolare arrivando terzo assoluto nelle classifiche di rendimento dei giocatori di Serie B.
Purtroppo, nel quarto anno, non trova l’accordo per prolungare e viene messo fuori rosa, si instaura un braccio di ferro e perde dei treni importanti date le cifre richieste, ritenute troppo alte da parte di Torino e Sampdoria. Si accasa quindi al Crotone (disputando metà stagione con un altro casentinese, Giovanni Bartolucci!), il primo anno gioca ma retrocedono in C, il terzo campionato in terra calabrese lo vince ai playoff e non salta nemmeno un minuto con Gasperini allenatore, ma in Serie B, dopo il rinnovo, gli comunicano che avrebbe fatto il dodicesimo essendo arrivato Mirante dalla Juventus; non ci resta bene ma, con la professionalità che lo contraddistingue, si mette a disposizione e rimane altri due anni centrando la salvezza in uno e sfiorando i playoff nell’altro, gioca 6-7 partite, ma è comunque considerato capitano non giocatore, rivestendo un ruolo importante nello spogliatoio (a tal proposito va ricordato che David è stato nel consiglio direttivo dell’Associazione Italiana Calciatori).
Spende gli ultimi anni di carriera con la Triestina, in un ambiente sereno con una bella tifoseria, dove ritrova Agostinelli: resta 4 stagioni (sempre in B), gioca da titolare la seconda a 34 anni con mister Maran e con prestazioni di buon livello. Proprio mentre si sta guardando intorno per proseguire da calciatore allenandosi da portiere a Soci, inizia una nuova storia: avendo già preso il patentino, lo chiama a Portogruaro in B lo stesso Agostinelli che a Trieste ha potuto constatare come il nostro fosse già predisposto ad allenare, avendo fatto da chioccia ad Agazzi. David coglie l’opportunità al volo, come preparatore dei portieri, e conosce Rastelli col quale si instaura un binomio praticamente indissolubile.
Ad Avellino vince la C da primo, seguono due bei campionati in B sfiorando anche la finale playoff per andare in A, poi a Cagliari, appena retrocesso, risalgono subito, in A arrivano 11°, il terzo anno è più complicato, con Rastelli esonerato, ma strappano comunque una salvezza miracolosa nelle ultime due giornate, qui allena Cragno che viene convocato in nazionale per poi esordire l’anno dopo, con tanto di invio a David della maglietta dell’esordio tra gli azzurri, in segno di stima e a testimonianza del legame instauratosi. A Cremona bene il primo anno (playoff sfiorati), non bene il secondo (salvezza comunque raggiunta) sempre in B, alla Spal fa il collaboratore tecnico a 3 mesi dalla fine del campionato, Pordenone invece si rivela una scelta non felice e l’esperienza dura poco. Nel 2022 la coppia Rastelli-Dei è richiamata ad Avellino: in realtà il preparatore dei portieri casentinese approda in Campania il secondo anno, trova una situazione già tesa e l’esperienza si interrompe dopo solo 2 partite.
L’arrivo in ritardo alla squadra irpina è dovuto ad un motivo particolare, nello specifico alla volontà di accudire la cagnolina Luna, molto malata, una scelta affettiva forte, non molto frequente e per questo ancor più significativa: se oggi, a fronte di alcune proposte, David si sta guardando intorno, senza urgenze, valutando le risposte del suo fisico, orgoglioso di quanto fatto finora, è anche perché la cifra del suo percorso sono i valori di chi si mette a disposizione, di chi para con coraggio le difficoltà, di chi si erge, con i guantoni, a baluardo degli altri, di chi, nell’ottica di una vita da portiere, ha una visuale del campo sportiva e al contempo profondamente umana.


