di Francesco Benucci – La scrittura e, specularmente, la lettura sono come magnifici vascelli che salpano dal porto dove si annidano passioni, stimoli e interessi, solcano le acque profonde dell’immaginazione e approdano in luoghi inattesi e appaganti. D’altra parte, se viaggiare con la mente, è già di per sé un’avventura affascinante nonché intensa, il piacere spesso aumenta quando al timone incontriamo autori e autrici che hanno girovagato realmente, accumulato esperienze, sperimentato e confrontato in grande quantità: nella circostanza appena menzionata, questo scrigno di vicissitudini, questo patrimonio di conoscenze, lo troviamo riversato pagina dopo pagina, a conferma di quanto i libri siano in grado di abbattere barriere, avvicinare e infine unire. E qualora uno di questi mondi, anche lontani, messi in contatto, fosse il Casentino, non potremmo esimerci dal porre in evidenza quanto appreso: è il caso di Lisa Clifford, scrittrice australiana, che ha vissuto a Firenze (dove si innamora di un coetaneo decidendo così di restare nel capoluogo toscano con la famiglia, per poi tornare nella sua terra natale) e che ben conosce la nostra vallata, tanto da citarla in più opere e, in particolare, da ambientarci il suo romanzo Death in the Mountains: The True Story of a Tuscan Murder (nelle foto sotto la cover della prima e della seconda edizione). E allora non indugiamo oltre e andiamo a conoscere, parafrasando una celebre espressione, la scrittrice dei due mondi!

Mi può raccontare brevemente da dove nasce la sua passione per la scrittura e quali sono stati i momenti più importanti della sua carriera da scrittrice? «Ho sempre amato leggere. Da bambina leggevo voracemente. Ero già una giornalista televisiva affermata quando mi sono trasferita in Italia, quindi ho iniziato a scrivere articoli sull’Italia e sugli italiani. I momenti importanti della mia carriera sono stati leggere il telegiornale per Channel 10 Australia e poi pubblicare 4 libri di successo: un libro sulle migliori passeggiate di Sydney, poi The Promise, Death in the Mountains e Naples, A Way of Love pubblicati da Penguin e Pan Macmillan».
Quale rapporto ha con il Casentino? «Adoravo mia suocera e la sua famiglia. Sono di Stia e dintorni. Hanno una casa nel bosco e io andavo lì a scrivere. La pace e la tranquillità del Casentino, le passeggiate, il cibo e, in definitiva, la storia mi hanno incantato. Ho iniziato a fare ricerche su come si vivesse in Casentino all’inizio del secolo scorso. La vita contadina, i padroni, il modo in cui le persone sopravvivevano in un clima e in un territorio così difficili mi affascinavano. E nonna Gemma Rossi era sempre lì ad aiutarmi con il suo fantastico background. La sua famiglia di Campi e Pratovecchio mi è stata di enorme aiuto».
Da dove nasce l’idea del libro Death in the Mountains che è ambientato proprio in Casentino? «Volevo scrivere un libro su nonna Gemma e le sue 6 sorelle. Ma più parlavo con loro, più mi rendevo conto che portavano ancora dentro di sé il profondo stigma dell’omicidio del loro nonno. E come spesso accade, la storia ha preso vita propria, ed è così che è nato “Morte in montagna”».
Di cosa parla il libro Death in the Mountains? A quale genere appartiene e quali tematiche sono affrontate? «“Morte in montagna” esplora la collisione tra povertà, potere e silenzio nella Toscana rurale di inizio Novecento. Al centro c’è la vera storia di Artemio Bruni, un povero contadino delle montagne del Casentino e bisnonno di mio marito, assassinato nel 1907. Ciò che emerge non è solo un mistero familiare, ma anche un’indagine sul perché la sua morte non sia mai stata indagata, mai denunciata alla polizia e mai perseguita dalla moglie, Bruna Bruni. Il libro esamina come la classe sociale, le difficoltà e l’invisibilità sociale abbiano plasmato la vita dei poveri rurali. A quel tempo, in montagna, persone come Artemio e Bruna erano considerate nullità. La vita valeva poco e la morte dei poveri raramente importava a chi deteneva l’autorità. Questa indifferenza costituisce uno dei temi centrali del libro: il modo in cui la povertà sistemica cancella gli individui e sopprime la giustizia. Un’altra idea chiave è il silenzio: il silenzio delle famiglie, delle comunità e delle istituzioni. Attraverso le conversazioni con mia suocera, ho capito che questo silenzio non era radicato in un’atmosfera malavitosa, ma in una dura realtà sociale in cui i poveri avevano scarso potere, nessuna possibilità di ricorso legale e ancora meno speranza di essere ascoltati. In definitiva, Death in the Mountains esplora la memoria, l’ingiustizia, la persistenza di storie mai raccontate e il modo in cui una singola morte non analizzata può riecheggiare attraverso le generazioni».
Esistono copie del libro in italiano? In caso contrario, ha intenzione di pubblicarlo in italiano un giorno? «Il libro è ancora in vendita, ma è stato pubblicato qualche anno fa. Ha vinto alcuni prestigiosi premi letterari in Australia e ora è venduto principalmente su Kindle e altre piattaforme digitali. Non ho intenzione di pubblicarlo in italiano (ho cambiato tutti i nomi e i nomi delle fattorie per proteggere la privacy di tutti). Ora sono passata ad altre storie. Penso che le storie che scrivi rappresentino un’epoca o un periodo della tua vita. Poi passi ad altre storie man mano che la tua vita cambia e si evolve».
Ha scritto altri libri in cui si parla del Casentino? «Sì, ho scritto un best-seller intitolato “La Promessa“. Il Casentino faceva da sfondo alla famiglia di Nonna. Per i lettori inglesi era difficile comprendere le differenze culturali tra Italia e Australia, Regno Unito e Stati Uniti, quindi ho scelto il Casentino come ambientazione per quel libro».
Quali progetti ha per il futuro? Alcuni riguardano il Casentino, sia come tema per nuovi libri sia come destinazione per quando tornerà in Italia? «In questo momento sto scrivendo un nuovo libro ambientato nell’Australia rurale. Ma tornerò sempre in Casentino. Alcuni dei miei amici più cari vivono in Casentino, sono casentinese. È uno dei luoghi più speciali e spirituali nel mondo. La gente e la natura del Casentino mi hanno dato così tanto. Ci tornerò sempre».


