di Melissa Frulloni – Sabato 8 agosto, nell’area verde di Soci, abbiamo festeggiato i bambini “grandi” del nido Ambarabà che a settembre inizieranno un nuovo percorso alla scuola dell’infanzia.
È stata una cerimonia semplice e bellissima: una medaglia e un diploma per ciascun bambino, una piccola premiazione e poi una merenda tutti insieme. Non serviva molto, in fondo. Soltanto uno spazio, qualche preparativo e la volontà di dire loro: “Questo è un passaggio importante, siamo fieri di voi!” La festa è stata pensata e realizzata in completa autonomia da alcune famiglie. Dopo l’anno che abbiamo vissuto, ci sembrava necessario farla. Anzi, doveroso.
Sarebbe stato bello, però, se a organizzare un momento del genere fosse stato il Comune di Bibbiena. L’amministrazione è giustamente presente in tante occasioni che segnano il percorso scolastico degli studenti casentinesi, con riconoscimenti, diplomi e targhe. Proprio per questo, un gesto rivolto anche a questi bambini avrebbe assunto un significato particolare. Sarebbe stato un modo per dire, sappiamo che cosa avete attraversato, non ci siamo dimenticati di voi e riconosciamo il valore di questa piccola generazione, ma così non è stato e allora lo abbiamo fatto noi.
Lo abbiamo fatto perché questi bambini meritavano che la conclusione del loro percorso al nido non coincidesse semplicemente con una porta rimasta chiusa, meritavano un ricordo diverso da quello di un anno educativo interrotto e mai realmente ricominciato.
La tragedia che ha segnato tutti noi appartiene a una dimensione di dolore che nessuna delle difficoltà raccontate in queste righe può o vuole sfiorare. Nel rispetto profondo di quel dolore, resta però la necessità di raccontare anche ciò che è accaduto dopo e le conseguenze che la prolungata assenza del servizio ha avuto sulla vita dei bambini e di noi genitori. Perché, per molte famiglie, quello appena trascorso non è stato semplicemente un anno complicato, è stato un anno nel quale abbiamo dovuto riorganizzare completamente le nostre vite, continuando a lavorare e occupandoci contemporaneamente dei nostri figli, spesso senza sapere come arrivare alla settimana successiva.
Abbiamo terminato congedi, permessi e ferie; alcuni hanno modificato i propri orari, altri hanno dovuto cambiare lavoro. Abbiamo chiesto aiuto ai nonni e alle nostre famiglie, che sono stati il vero sostegno di questi mesi e che meritano tutta la nostra gratitudine. Abbiamo provato a organizzarci come comitato, avanzato richieste, partecipato a incontri e cercato soluzioni. A un certo punto, dopo avere tentato con tutte le nostre forze, ci siamo fermati, non perché il problema fosse risolto, ma perché non sapevamo più che cosa fare.
Il contributo economico una tantum riconosciuto dal Comune alle famiglie, non può compensare l’assenza di un servizio educativo per un intero anno. Il campo estivo organizzato nel mese di luglio è stato sicuramente una boccata d’ossigeno: dopo mesi insostenibili, ci ha permesso di lavorare e tornare, anche se per poco, alla normalità.
Proprio per questo lo abbiamo utilizzato, anche se la sua organizzazione ha lasciato aperta una contraddizione difficile da ignorare. Durante gli incontri con l’amministrazione ci era stato ripetuto, talvolta con un tono che abbiamo percepito come paternalistico, che l’amministrazione non avrebbe scelto soluzioni assimilabili a un semplice “parcheggio”, perché ogni proposta avrebbe dovuto avere alla base una precisa linea educativa e pedagogica.
Eppure, a luglio, bambini che non avevano frequentato alcun servizio per tutto l’anno sono stati inseriti da un giorno all’altro in un campo estivo, dalle otto del mattino alle quattro del pomeriggio, senza un vero percorso graduale di ambientamento. Qualcuno potrebbe domandare, se questa soluzione non vi convinceva, perché avete mandato i vostri figli? La risposta è molto semplice… Perché dovevamo sopravvivere. Perché lavorare e, nello stesso momento, accudire un bambino piccolo non è possibile. Perché, dopo tanti mesi, avevamo bisogno di riprendere fiato. Abbiamo accettato ciò che era disponibile, ma la necessità non cancella il diritto di osservare le contraddizioni e di chiedere che vengano riconosciute.
Nei giorni scorsi il Sindaco Vagnoli ha annunciato la riapertura del servizio a settembre. È una notizia importante e incoraggiante per i bambini e per le famiglie che tra poche settimane torneranno all’Ambarabà, ma sentirsi ringraziare per la “pazienza” lascia amarezza.
La nostra non è stata pazienza; la pazienza presuppone una scelta e, almeno in parte, fiducia nell’attesa. Noi abbiamo sopportato una situazione che non potevamo cambiare, abbiamo provato a ottenere risposte e soluzioni; poi ci siamo rassegnati a contare soltanto sulle nostre forze e su quelle delle persone che avevamo accanto… La riapertura non può cancellare ciò che è accaduto nel frattempo.
Restano inoltre alcune domande alle quali sarebbe giusto dare risposta: che cosa ne sarà del polo educativo 0-6 che era stato annunciato presso la scuola Mencarelli? Quel progetto andrà avanti oppure è stato accantonato? E quali interventi sono stati eseguiti nella struttura dell’Ambarabà prima della riapertura? Si è trattato di lavori strutturali o di opere di altra natura? Sono interrogativi legittimi, soprattutto per chi, prima della chiusura, affidava ogni giorno i propri figli a quegli spazi ritenendoli sicuri e adeguati.
Riaprire il servizio è fondamentale, ma non basta per considerare conclusa ogni questione. Non basta un annuncio per archiviare un anno di assenza, di fatica e di vita familiare stravolta; non basta dire “grazie per la pazienza” per riconoscere quello che bambini, genitori e nonni hanno dovuto affrontare.
Sabato, però, non volevamo restare fermi alla rabbia o all’amarezza; volevamo restituire ai nostri figli qualcosa che durante quest’anno era mancato: il senso di appartenere a un gruppo, la gioia di un traguardo condiviso, la possibilità di salutare insieme un pezzo della loro infanzia.
Per questo abbiamo preparato diplomi e medaglie; per questo li abbiamo chiamati uno alla volta e abbiamo applaudito ciascuno di loro. Per questo abbiamo fatto festa, non per fingere che nulla fosse successo, ma esattamente per il motivo opposto; perché noi non abbiamo dimenticato! Non abbiamo dimenticato la loro esperienza, la nostra fatica e le persone che ci hanno sostenuto. E non vogliamo che questo anno venga liquidato come una parentesi ormai chiusa.
Ai nostri bambini, sabato, abbiamo detto ciò che avremmo voluto sentir dire anche dalle istituzioni… “Vi abbiamo visti, sappiamo quanto siete stati forti e questo traguardo merita di essere celebrato!”
Quanto al “grazie per la pazienza”, non occorre ringraziarci, la pazienza, purtroppo, l’avevamo già finita da un pezzo.


