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mercoledì, 17 Luglio 2024

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OGM in Casentino; una riflessione

Lettera di Marco Canaccini – Nelle ultime settimane ho letto comunicati e dichiarazioni del comitato “Casentino libero dai nuovi OGM” che mi hanno fatto fare alcune considerazioni; ho fatto studi scientifici, faccio ora l’impiegato e da sempre mi stanno a cuore le questioni ambientali, cruciali più che mai in quest’epoca storica. Vorrei fornire un contributo alla discussione, partendo con una premessa.

Se si gioca a pallavolo si rispettano le regole della pallavolo e non si entra in campo con una racchetta da tennis; se si affronta un tema scientifico questo va trattato con le regole che si adottano in questo campo: valgono gli studi pubblicati, la loro verifica da parte di altri ricercatori, così che nel tempo e negli anni la conoscenza su un argomento cresca eliminando via via quello che è inesatto o sbagliato. Partiamo dai vecchi OGM, che, al di là delle opinioni, sono considerati dalla comunità scientifica come non pericolosi. Riporto qui uno studio fatto nel 2018 dall’Istituto Sant’Anna di Pisa pubblicato su Scientific Report. Il Sant’Anna ha fatto una meta-analisi sugli effetti della coltivazione di mais transgenico (si può leggere qui https://www.nature.com/articles/s41598-018-21284-2 ). Le meta-analisi sono quegli studi in cui si integrano e riassumono i risultati di più ricerche, dai quali si possono trarre conclusioni più solide.

La ricerca del Sant’Anna ha preso in considerazione 21 anni di coltivazione mondiale, tra il 1996 – anno di inizio della coltivazione del mais transgenico – e il 2016, ed è partita da circa 6.000 articoli (considerando solo articoli sottoposti a peer-review – i cui risultati quindi erano già stati vagliati e validati dalla comunità scientifica), articoli in cui è disponibile tutto: quante piante analizzate, per quanto tempo, dove, in che modo si è lavorato, proprio per permettere che i colleghi possano replicare lo studio e paragonare i risultati, e comunque avere la possibilità di verificare qualsiasi dettaglio.

Il Sant’Anna ha messo insieme i dati dei 6.000 articoli sintetizzandone le conclusioni: sono state prese in esame 11.699 osservazioni che riguardano le produzioni, la qualità della granella (incluso il contenuto in micotossine), l’effetto sugli insetti target e non-target, i cicli biogeochimici come contenuto di lignina negli stocchi e nelle foglie, perdite di peso della biomassa, emissione di CO2 dal suolo.

E la conclusione è che, dati statistici e matematici alla mano, il mais transgenico non comporta rischi per la salute umana, animale e ambientale.

Ricordo anche che nel 2016 110 premi Nobel per la medicina e la chimica (ma anche per la fisica e l’economia) avevano sottoscritto un appello (lo si trova qui https://supportprecisionagriculture.org/nobel-laureate-gmo-letter_rjr.html) in cui si chiedeva alla più importante associazione ambientalista mondiale, Greenpeace, di smetterla con la sua opposizione ideologica agli organismi geneticamente modificati. Anch’io vent’anni fa temevo gli OGM; oggi non più. Se l’idea che si ha è smentita da un numero alto di prove scientifiche bisogna avere l’umiltà di cambiarla e la curiosità di imparare cose nuove.

Si può anche citare la storia, oramai di una decina di anni fa, delle melanzane in Bangladesh. In questo caso l’azienda che aveva brevettato l’OGM ha offerto gratuitamente la tecnologia ai partner pubblici di India, Bangladesh e Filippine, paesi in cui questa coltivazione è particolarmente importante, per metterli in grado di sviluppare varietà locali di melanzane resistenti alla piralide. Di questi tre paesi solo il Bangladesh ha consentito che venissero coltivate. Per chi è curioso di sapere come è andata a finire si trova un bel riassunto della storia qui https://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2018/11/28/la-travagliata-storia-della-melanzana-ogm/ (in fondo all’articolo ci sono anche i link agli articoli scientifici di riferimento).

Rispetto ai “nuovi OGM”, le famigerate TEA, o NGT, il comitato casentinese ha scritto un appello ai sindaci casentinesi citando un documento dell’ANSES, l’Agenzia per la Salute Pubblica Francese che dimostrerebbe la pericolosità dei nuovi OGM. Sono andato a cercarlo e l’ho letto (si trova qui https://www.anses.fr/fr/content/actu-nouvelles-techniques-genomiques ). Nel documento, quindi, non c’è nessuna “dimostrazione della pericolosità”. Nel comunicato del Comitato Casentino Libero da OGM si dice che l’ANSES “afferma che qualsiasi modificazione genetica risultante da queste nuove tecniche può generare gli stessi rischi per la salute e l’ambiente dei cambiamenti derivanti dalla transgenesi (ovvero i vecchi OGM).”

Ora, per chi mastica un po’ di metodo scientifico si sa che una pubblicazione significa poco, o niente; la pubblicazione è l’inizio di un processo in cui la tesi esposta dovrà essere vagliata, ripetuta, ricontrollata (come fatto, ad esempio, negli articoli analizzati dall’istituto Sant’Anna); a maggior ragione in questi tempi in cui le pubblicazioni scientifiche sono tante, forse addirittura troppe, e non sempre gli articoli poi sono sottoposti a revisione (ci ricordiamo tutti le tante notizie in periodo COVID tratte da questo o quello studio, poi nel tempo smentite, e in cui tanti articoli che avevano fatto scalpore sono poi stati ritrattati, quando per mille motivi i risultati o i metodi non erano rigorosi, applicando appunto le regole del gioco scientifico).

Ma in questo caso non si sta nemmeno parlando di un articolo scientifico. Si tratta in realtà di un documento di indirizzo con cui l’Agenzia suggerisce di adeguare le regole adottate per i “vecchi OGM” alle nuove tecniche genetiche per valutare i rischi potenziali (di salute, ambientali e socio-economici), a breve e lungo termine. Al documento è allegato uno schema riassuntivo, molto chiaro, che riporto qui sotto, comprensibile a tutti.

L’Agenzia suggerisce tre possibilità: 1) Se si introduce genoma esterno a quello della pianta l’ANSES suggerisce di mantenere valide le attuali regole di approvazione degli OGM classici. 2) Se, utilizzando le nuove tecniche TEA, si introduce una mutazione poco conosciuta l’Agenzia propone di creare un nuovo iter di approvazione della pianta modificata. 3) Se con le TEA si introduce una mutazione che è ben conosciuta addirittura si propone un’iter di approvazione semplificato.

Quindi si raccomanda, giustamente, di non trattare le TEA come i “vecchi OGM”, semplicemente perché non lo sono. Le TEA, in molti casi, non sono altro che piante con una o più mutazioni che in alcuni casi potrebbero tranquillamente accadere in natura, cosa che succede in qualsiasi organismo, da un virus ad una cipolla a noi. Spesso così tanto simili alle mutazioni naturali che se avessimo una pianta “naturale” e la stessa pianta modificata con questa tecnica non saremmo in grado di distinguerle, e non guardandole ma anche analizzandone il DNA. Nei nostri orti e giardini ogni pianta è diversa dalle altre, a parità di DNA, come ciascuno di noi umani ha lo stesso DNA ma con mutazioni che ci rendono unici.

Sono 10.000 anni e più che modifichiamo le piante, l’abbiamo fatto prima “a mano”, selezionando i semi delle piante che ci sembravano migliori, l’abbiamo fatto sottoponendo a radioattività le piante di grano nella speranza che tra le tante mutazioni provocate a caso ne uscisse qualcuna migliore di quelle che avevamo (in Italia, il grano creso). Poi abbiamo sostituito un intero gene di un organismo con quello di un altro, cosa che, peraltro, succede anche in natura, casualmente e senza sapere se il risultato sarà buono o cattivo. Ad esempio, in molte specie di felci sono state trovate delle “tossine Bt” di origine vegetale (per capirsi, molto simili a quelle usate nel mais o nelle melanzane OGM), senza che nessuno dei “terribili-scienziati-al-soldo-delle-multinazionali” abbia mai fatto alcuna ingegneria genetica, e anzi presenti da milioni di anni prima che esistesse un uomo, uno scienziato o una multinazionale. Lo studio si trova qui: https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2306177120.

Ora abbiamo trovato una tecnica (CRISPR/Cas9, premiata con il Nobel per la chimica nel 2020) che ci permette di essere ancora più precisi, scegliendo direttamente la mutazione che ci aiuterà ad avere piante più resistenti ad una malattia, ad un clima sfavorevole, o piante che potranno produrre frutti migliori. La stessa tecnica il cui utilizzo sembra dare buone prospettive per curare la talassemia e l’anemia falciforme nell’uomo.

Ci spaventa l’idea? Forse. Ma il timore non si affronta invocando un presunto passato idilliaco e soprattutto non si affronta negando numeri e dati che sono disponibili per tutti. Ben venga quindi il documento francese, ben venga un sistema di regole comune almeno in tutta Europa che consenta di sperimentare, poi valutare e poi decidere, con cautela, senza preconcetti.

La cautela fa avanzare con attenzione, la paura paralizza.

Marco Canaccini

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