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martedì, 26 Ottobre 2021

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Sulle orme del lupo

di Federica Andretta – Il lupo. Mito affascinante di racconti favolistici, Re delle foreste del nostro Paese ma forse ancora poco conosciuto da chi non è un esperto del campo. Ma per capire il lupo, bisogna imparare a comprenderlo. E per comprenderlo, è necessario innanzitutto documentarsi scrollandoci di dosso quei falsi miti e leggende che ognuno di noi si porta con sé sin dalla notte dei tempi. E in questo la storia e la scienza vengono in nostro aiuto. Se in passato è stato spesso considerato un animale nocivo, negli anni ‘70 prendono il via in Italia tutta una serie di provvedimenti legislativi a tutela del lupo che ne vietano l’uccisione, la cattura, ecc. stabilendo definitivamente il suo status di specie integralmente protetta. Così grazie a questa nuova normativa, alla sua forte capacità di adattamento, allo spopolamento delle aree montane da parte dell’uomo e alla maggior disponibilità di selvaggina il lupo ha trovato il modo di ricolonizzare il Paese. Nonostante l’incremento del numero degli esemplari e la loro diffusione dopo il minimo storico di circa 100 individui rilevato all’inizio degli anni ‘70, tante sono ancora le minacce che ne mettono a rischio la sopravvivenza. Benché non rappresenti un pericolo diretto per l’uomo, le predazioni da parte del lupo sul bestiame domestico provocano atteggiamenti di avversione e azioni persecutorie nei suoi confronti.

Il lupo è davvero un animale così pericoloso?
È pur sempre un grande carnivoro, certamente, ma a livello statistico l’ultimo caso documentato di attacco mortale di un lupo ad un uomo in Italia risale al 1825 e riguarda un bambino al quale (come era usanza all’epoca) era stata affidata la custodia del gregge. Pertanto, ciò dovrebbe confortare l’opinione pubblica dimostrando quanto le paure per la nostra sicurezza siano in realtà infondate.

Ci troviamo di fronte ad un equilibrio ancora in bilico?
Il tempo ci darà poi nuove risposte. Un conflitto quello tra il lupo e le attività umane che però può essere diminuito così come possono essere limitati i danni all’allevamento affinché si favorisca finalmente la convivenza tra queste due specie viventi.

Ma che cosa sappiamo davvero del lupo?
Lo abbiamo chiesto ad Arianna Dissegna, dottoranda dell’Università di Padova, scuola di Bioscienze. Da ottobre 2018 è iniziato il suo progetto di dottorato, che ha come tema il lupo nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi (PNFC), nello specifico la riorganizzazione del monitoraggio per ottenere una nuova stima dei branchi e la valutazione dell’efficienza delle diverse tecniche di indagine usate per raccogliere dati.

Abbiamo appreso così tante preziose informazioni che non basterebbe un solo articolo per spiegarle tutte, informazioni che abbiamo cercato qui di seguito di sintetizzare. Un paio di cose che non tutti forse sanno è che quando si parla di lupo in Italia si fa riferimento al lupo appenninico. Nel nostro Paese infatti vi sono tantissime specie endemiche tra cui il lupo italiano (detto anche canis lupus italicus), una sottospecie unica geneticamente (come è stato scientificamente dimostrato) che la rende riconoscibile da tutte le altre. Inoltre, la nostra tipologia di lupo non assomiglia affatto a quella classica nord-americana a cui il grande cinema ci ha abituato ma è bensì un lupetto molto più piccolo, paragonabile, diciamo, ad un Golden Retriever o comunque ad un cane di media-grande taglia. Il peso medio del lupo è di 30 kg, ma può variare tra i 25 e i 35 a grandi linee. È fenotipicamente molto omogeneo nel senso che la colorazione è sempre grigio-fulva; è molto riconoscibile oltre che per questo colore anche per le bande nere presenti su schiena, coda e zampe. La coda, che è un terzo del corpo, non lo rende diverso dalle altre sottospecie ma dalle razze di cane-lupo, come il pastore tedesco o il cane lupo cecoslovacco che hanno la coda molto più lunga. Il lupo appenninico è interessante non soltanto perché rappresenta una sottospecie endemica del nostro Paese ma anche perché è una complessa ma bellissima storia di successo della conservazione. Il lupo è sempre stato molto studiato ma ancora non esiste una stima effettiva degli individui (che è una cosa complicatissima da fare). Lo studio del lupo è variabile, ossia cambia, o meglio le tecniche di utilizzo cambiano in base al periodo vitale (ad es. in estate si utilizza la tecnica dell’ululato indotto, poiché i cuccioli tengono molto a rispondere subito, essendo agitatissimi). Ma dopo aver presentato a grandi linee questa meravigliosa specie faunistica, non ci resta che conoscere più da vicino Arianna!

Si occupa specificatamente del Parco delle Foreste Casentinesi o fa ricerca anche in altre zone?
«Il mio progetto di ricerca è esclusivamente incentrato sul territorio del Parco».

Non ha avuto modo di avere un incontro diretto con il lupo, se non in casi specifici di soccorso. Come vive questa cosa dato che si vede che fa con passione e amore questo lavoro?
«In realtà un contatto l’ho avuto, anche se non come uno si immagina! A gennaio 2020 ero di ritorno dal Pratomagno in macchina con il mio ragazzo e ci ha attraversato la strada un canide un po’ spelacchiato, forse per la rogna. Avendolo visto di sfuggita pensavamo fosse un cane, magari con bisogno di aiuto, ma accostata la macchina abbiamo visto che ci guardava da dietro un cespuglio con occhi gialli e spaventati e quando siamo scesi per chiamarlo, è uscito dal cespuglio e ci è passato davanti andandosene al trotto, spedito per un sentiero senza nemmeno voltarsi una volta. Lì, avendolo visto bene, abbiamo capito che era un lupo. Però non faccio questo lavoro per avere un contatto con gli animali. Da piccola idealizzavo questo tipo di professione pensando che l’obiettivo fosse diventare “amici” degli animali selvatici, come si vede in tanti film, o curarli come nei centri dove recuperano animali feriti. La vera bellezza e utilità di questo lavoro è l’opposto ovvero scoprire cosa fanno gli animali selvatici, cercando di avere meno contatti possibile, garantendogli di poter fare la loro vita senza eccessivi disturbi di origine umana. La soddisfazione sta nei dati raccolti e nelle cose che si scoprono, possibilmente utili per fare in modo che la vita selvatica possa continuare ad esistere. Ovviamente mi piace avvistare animali e continuo a sperare di fare prima o poi un bell’avvistamento di lupo ma per ora va benissimo così e al massimo ci scherzo sopra senza problemi».

Per quanto riguarda la sottospecie appenninica, si contano circa 1.000-2.500 esemplari. È possibile fare una stima degli esemplari presenti nelle Foreste Casentinesi?
«Fare una stima del numero degli individui è complicato, perché il lupo appenninico (la sottospecie presente in Italia) è molto omogeneo nel colore e nelle caratteristiche degli individui, quindi sono molto difficili da distinguere e contare. La stima italiana di 1.000-2.500 risale ormai a un po’ di anni fa e non è più attendibile, considerando che già all’uscita dello studio si sapeva che poteva essere una stima solo indicativa. Nell’ultimo anno in tutta Italia è stato svolto un piano nazionale di monitoraggio del lupo, un’impresa mai tentata prima, che ha coinvolto tantissime persone nelle stesse attività di raccolte dati in zone diverse del nostro Paese. L’obiettivo è quello di ottenere una nuova stima più attendibile.
Per quanto riguarda invece il Parco, dai dati raccolti tramite genetica (DNA estratto dagli escrementi) e videotrappolaggio si può parlare di minimo 11 branchi che frequentano il territorio del Parco sia nel versante romagnolo che toscano. Considerando gli individui dei branchi, più che di individui solitari in dispersione in cerca di un luogo dove mettere su famiglia (che potrebbero quindi essere solo di passaggio o fermarsi solo qualche mese) si parla indicativamente di una novantina di lupi che frequentano il territorio del Parco nell’arco dell’intero anno. Proveremo a fare stime più precise nel futuro ma va sottolineato che non si tratta di un numero stabile nelle stagioni e negli anni e che può variare molto nel tempo in base alle nascite, alla mortalità o agli individui di passaggio, quindi anche i calcoli più precisi possono essere reali solo per brevi periodi».

Come mai ha deciso di lavorare in Casentino? Conosceva già questa zona?
«Sì, conoscevo già questa zona, perché a 19 anni avevo fatto in estate un campo mobile con gli scout del mio paese visitando tutto il Casentino. Ma non è stata una scelta premeditata tornare qui. Semplicemente, come spesso succede, cercavo una bella opportunità per fare il tirocinio di laurea e ho scritto a vari enti in diversi luoghi del Centro e Nord Italia e la proposta che mi ha più convinto è stata quella del Parco delle Foreste Casentinesi. Mi sono poi trovata molto bene sia per il lavoro che per il bellissimo posto e, per fortuna, ho avuto l’occasione di tornarci per lavorare al mio attuale progetto di dottorato».

Com’è nata questa passione per il lupo?
«In modo molto generico e inconsapevole la passione è partita da piccola, dai 3-4 anni di età. Guardavo film d’animazione come “Balto” oppure documentari alla tv e mi appassionavo di lupi ma mi piacevano molto anche ghepardi, leoni e altri carnivori. I miei familiari alimentarono questa passione per gli animali in generale con libri, giocattoli, videocassette del National Geographic ma la mia visione era molto vaga di come funzionasse la natura o di che lavoro mi potesse portare a passarci più tempo possibile. Durante le superiori il lupo è rimasto un mio interesse un po’ speciale ma forse più per la sua somiglianza con il cane e soprattutto per il suo ruolo “culturale” (in opere come “Il libro della Giungla” o “Balla coi lupi”), un po’ idealizzato e romantico. Se ripenso alla me stessa di quel periodo, ero veramente ignorante in materia e conoscevo solo alcune cose di dominio pubblico, come il fatto che i lupi vivessero in branco, che c’erano il maschio e la femmina “alpha”. Non avevo minimamente idea, per esempio, che in Italia il lupo fosse diverso da quello dei documentari americani, più piccolo e tendente al bruno, non grande e con colori dal bianco al nero come quelli che vedevo in TV. Quando vidi la prima volta, all’ultimo anno delle superiori, un lupo appenninico allo zoo di Verona, ci rimasi malissimo e capii di non sapere davvero niente! Mi resi conto bene poi con l’università di quanto la vera passione per la fauna selvatica preveda tanto studio, tante uscite in campo, tante discussioni con chi vive le aree protette, tutte cose ovvie che però per me arrivarono gradualmente. La svolta decisiva me la diede un mese di lavoro in un camp safari in Tanzania. Lì conobbi delle persone incredibili che lavorano per la conservazione della natura ma anche per le persone che dovevano vivere con i problemi causati da elefanti, leoni, ecc., cercando sistemi di pace e convivenza, e ne rimasi folgorata, capendo che era esattamente quello che volevo fare io. Quando fu il momento di pensare a un tirocinio di laurea, volevo studiare gli elefanti di cui mi ero innamorata ma non trovando la possibilità di tornare in Africa mi sono chiesta quale animale mi permettesse in Italia di occuparmi della natura e del rapporto con le persone e così mi è tornato in mente il lupo».

Oltre a fare ricerca sul lupo, è coinvolta anche in progetti con gli allevatori. Può spiegarci meglio questa cosa?
«Non sono esattamente coinvolta nei progetti del Parco con gli allevatori, poiché il mio dottorato prevede prevalentemente lo studio del lupo o, al massimo, della percezione delle persone verso il lupo. Ma come è tipico in questo tipo di lavori, spesso ci si dà una mano a vicenda in diversi progetti e quindi diverse volte in questi anni ho avuto il piacere di partecipare a sopralluoghi o incontri per il progetto che ha il Parco con gli allevatori sui cani da guardania. Ho potuto conoscere e confrontarmi con diverse realtà, ascoltare e toccare con mano i loro problemi, vedere le predazioni subite ma anche le difficoltà risolte, imparare molto. I rapporti umani con chi vive e lavora il territorio che si studia sono fondamentali nel processo di costruzione della convivenza con gli animali selvatici, qui come in altre parti del mondo, ed è una parte della formazione secondo me essenziale per chiunque voglia lavorare in questo settore».

Vogliamo concludere questo nostro servizio citando una frase di Boris, tratta dal film d’animazione “Balto”, che ben simboleggia il carattere fiero e maestoso del nostro amico lupo: «Ti voglio dire una cosa, Balto. Un cane non può fare questo viaggio da solo. Ma forse… un lupo sì».

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