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domenica, 9 Agosto 2026

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Teleriscaldamento dimenticato

di Francesco Meola – Per oltre quindici anni ha rappresentato uno dei più significativi esempi di innovazione energetica nelle aree montane del Casentino, un modello virtuoso capace di coniugare sostenibilità ambientale, valorizzazione delle risorse forestali locali e riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. Oggi, tuttavia, il sistema di teleriscaldamento a biomassa di Carda è al centro di una vicenda che alimenta crescente inquietudine tra la popolazione della frazione.

L’impianto, entrato in funzione nel 2011 grazie a un articolato sistema di finanziamenti pubblici e al contributo economico degli utenti, nacque con l’obiettivo di promuovere la filiera bosco-legno-energia e di offrire ai residenti un servizio efficiente e sostenibile per il riscaldamento domestico e la produzione di acqua calda sanitaria. Un progetto che per anni è stato indicato come esempio concreto di gestione energetica innovativa nelle aree interne e montane.

Il principio alla base del teleriscaldamento è noto: l’energia termica viene prodotta in un’unica centrale e successivamente distribuita alle utenze attraverso una rete di tubazioni coibentate. Una tecnologia particolarmente adatta ai piccoli centri caratterizzati da un’ampia disponibilità di biomassa forestale e da una limitata presenza di infrastrutture energetiche tradizionali.

A Carda il servizio ha funzionato regolarmente fino alla primavera di quest’anno. La cessazione dell’attività da parte del soggetto gestore ha però determinato l’interruzione dell’erogazione del calore e dell’acqua calda, aprendo una complessa vicenda che coinvolge il Comune di Castel Focognano, proprietario dell’impianto, gli utenti e gli enti che contribuirono alla realizzazione dell’infrastruttura.

Da quasi un mese diciassette nuclei familiari risultano privi di acqua calda. Una condizione che, secondo i residenti, avrebbe potuto essere affrontata con maggiore tempestività e programmazione e che sta incidendo in maniera significativa sulla quotidianità della comunità.

A dare voce alle istanze degli utenti è Lorenza Lupini, residente della frazione, che descrive una situazione caratterizzata da incertezza e dall’assenza di soluzioni operative.

«L’interruzione del servizio risale al 19 maggio e da allora non è cambiato nulla. Non abbiamo ricevuto alcuna proposta concreta per gestire l’emergenza e, nonostante le numerose richieste avanzate dagli utenti, non siamo riusciti ad avere un confronto realmente risolutivo con l’Amministrazione comunale».

Secondo quanto riferito dalla residente, il problema travalica la dimensione strettamente privata. Oltre alle diciassette abitazioni collegate alla rete, il sistema alimenta infatti anche l’ex edificio scolastico oggi adibito ad ambulatorio medico e il circolo ricreativo del paese, che rappresenta uno dei principali punti di aggregazione sociale della frazione.

«Non si tratta di una questione individuale. Le iniziative che abbiamo intrapreso intendono rappresentare il disagio di una parte significativa della comunità».

Nel frattempo, gli utenti hanno dovuto individuare autonomamente soluzioni alternative. Chi disponeva ancora di impianti tradizionali ha tentato di riattivarli; altri, invece, sono stati costretti a sostenere nuove spese.

«Personalmente ho dovuto acquistare uno scaldacqua elettrico, affrontando un costo imprevisto. Molte famiglie stanno sostenendo esborsi aggiuntivi per fronteggiare una situazione che si protrae ormai da settimane».

Tra gli aspetti maggiormente contestati emerge quello relativo alla gestione delle comunicazioni. Secondo la ricostruzione fornita da Lorenza Lupini, il gestore avrebbe comunicato al Comune già nel mese di dicembre la volontà di cessare l’attività, mentre gli utenti sarebbero stati informati soltanto alla fine di febbraio.

«Quando il primo marzo mi sono recata dal sindaco per chiedere chiarimenti, mi è stato detto che la questione non era stata seguita direttamente dall’Amministrazione. In seguito, ci è stato assicurato che sarebbero state valutate possibili soluzioni, ma il tempo è trascorso senza che si concretizzassero interventi efficaci».

I residenti ritengono particolarmente grave la mancata predisposizione di una fase transitoria che consentisse alle famiglie di organizzarsi per tempo.

«Non abbiamo mai chiesto misure straordinarie. Chiedevamo semplicemente il tempo necessario per predisporre alternative. Invece ci siamo ritrovati improvvisamente senza un servizio essenziale e senza alcuna soluzione temporanea».

Perplessità vengono espresse anche rispetto all’ipotesi di una gestione diretta dell’impianto da parte degli utenti, prospettata dall’Amministrazione nel corso degli incontri avvenuti negli ultimi mesi.

«Si è parlato genericamente di autogestione, ma senza indicare modalità operative, responsabilità e adempimenti necessari. Dal punto di vista tecnico, amministrativo e normativo, una simile prospettiva appare estremamente complessa».

Nel tentativo di comprendere quali iniziative siano state concretamente intraprese per individuare un nuovo soggetto gestore, gli utenti hanno presentato richieste di accesso agli atti.

«Dalla documentazione ricevuta non emergono però procedure formalizzate o percorsi amministrativi strutturati. Ci è stato riferito di contatti e interlocuzioni informali, ma non risultano atti che consentano di ricostruire un’attività concreta finalizzata alla ricerca di una soluzione».

La vicenda è stata sottoposta anche all’attenzione della Prefettura, alla quale i cittadini si sono rivolti chiedendo un intervento istituzionale.

«La Prefettura ha scritto al Comune il 29 maggio invitandolo a ripristinare il servizio. Ad oggi, tuttavia, non si registrano sviluppi sostanziali».

Parallelamente sono stati avviati contatti con la Regione Toscana e con l’Unione dei Comuni del Casentino, enti che ebbero un ruolo nella realizzazione del progetto originario. Secondo i residenti, però, i confronti avviati non si sarebbero ancora tradotti in iniziative operative.

«Si continua a parlare di incontri e tavoli di confronto, ma sul piano concreto non è stato ancora fatto nulla. Nel frattempo, le famiglie continuano a convivere con un disagio che riguarda un servizio fondamentale».

Al di là dell’emergenza attuale, il caso di Carda solleva interrogativi più ampi sul futuro delle infrastrutture energetiche realizzate nelle aree montane attraverso investimenti pubblici e privati. L’esperienza maturata negli ultimi quindici anni aveva dimostrato l’efficacia tecnica e ambientale del modello adottato; oggi il nodo centrale riguarda la capacità di garantire continuità gestionale, sostenibilità economica e adeguata programmazione nel lungo periodo.

L’appello dei residenti è rivolto in primo luogo al Comune di Castel Focognano, proprietario dell’impianto dal 2016, ma coinvolge anche Regione Toscana e Unione dei Comuni del Casentino.

«Non chiediamo privilegi, – conclude Lorenza Lupini. – Chiediamo semplicemente che venga tutelato un servizio essenziale e che non venga disperso un investimento pubblico nel quale cittadini e istituzioni hanno creduto per anni. Questo impianto ha rappresentato una scelta lungimirante per il territorio; oggi auspichiamo che la stessa lungimiranza venga dimostrata nel garantire continuità a un servizio fondamentale per la nostra comunità».

Questa la voce dei residenti di Carda, il prossimo mese interpelleremo il Comune di Castel Focognano che potrà così esprimere la sua posizione e la sua versione su questa vicenda.

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