di Lara Vannini – Iniziato il nuovo anno e ormai celebrate tutte le ritualità e le superstizioni che potevano regalare una buona annata ai nostri antichi predecessori, il mondo contadino nel mese di febbraio si trovava totalmente immerso nei rigori invernali. Ancora la strada da percorrere per il disgelo e i miti climi primaverili era lunga e i più comuni malanni di stagione erano sempre dietro l’angolo, patologie legate spesso a raffreddamenti e brusche variazioni climatiche che incidevano sulle vie aeree e sull’apparato circolatorio. Che fare allora per affrontare al meglio le lunghe giornate buie e intrise di ghiaccio e neve? Come cercare di fronteggiare le più comuni patologie da raffreddamento e poter continuare a svolgere gli antichi mestieri quotidiani?
La preghiera come antidoto al male Comunemente siamo portati a pensare che più di un secolo fa i rimedi omeopatici fossero l’unico antidoto che un malato potesse utilizzare per alleviare i propri malanni. Fu solo dagli Anni ’40 del 900 che la penicillina iniziò ad essere utilizzata su larga scala come antibiotico per sconfiggere le infezioni batteriche. Chiaramente il problema maggiore di questo farmaco soprattutto nelle aree montane era la sua reperibilità e senz’altro era inefficace per influenze e bronchiti di origine virale per le quali il caldo e il riposo assoluto erano le principali linee guida da seguire. In realtà il contadino, la cui cultura era fortemente intrisa di religione e un pizzico di magia, cercava aiuto e conforto anche dall’aldilà o da piccoli oggetti e rituali che nell’immaginario collettivo potevano alleviare le comuni sofferenze. Sembra un paradosso ma un tempo molte malattie, soprattutto le più gravi, si affrontavano attraverso la preghiera. Solo Dio poteva scongiurare il male e intercedere per noi o per un nostro caro affinché guarisse. Sembra un modo quasi infantile di ricercare la guarigione ma dobbiamo immaginare che non solo la medicina ma anche la conoscenza delle patologie era molto limitata tra le persone. Non esistevano le cure che conosciamo oggi ma soprattutto non era neanche possibile riconoscere molte patologie per poterle curare in tempo. Per tutto ciò quando la razionalità non poteva dare una spiegazione logica, l’uomo si rifugiava nelle fantasia, e invocava Dio che potesse intercedere per se stesso o un proprio caro. Considerando la preghiera come intima forma di meditazione e raccoglimento, i nostri avi sicuramente avevano già in mano strumenti potentissimi per curare la propria anima. Oggi c’è un abuso del concetto di meditazione e della ritualità in generale, soprattutto orientale, ma un tempo la cura dell’anima attraverso la religione aveva un posto di tutto rispetto e niente poteva essere affrontato senza l’intercedere divino.
I Santi e i “Brevi religiosi” Nel passato era cosa normale rivolgersi a qualche santo per chiedere la grazia o sperare in un’annata migliore. Un tempo gli oggetti devozionali erano molto utilizzati, si trattava spesso di santini, medagliette o simboli che venivano inseriti in sacchettini di stoffa al cui interno spesso venivano messi dei pezzetti di carta con poche parole di citazioni liturgiche dette appunto “brevi”. Essendo a tutti gli effetti delle testimonianze di cultura popolare, oggi sono citati anche dal vocabolario dell’Accademia della Crusca. All’interno di questi preziosi sacchettini potevano anche essere messe foglie di olivo benedetto della Santa Pasqua o parti del cero pasquale. Sono detti anche “oggetti apotropaici” dal greco apotrepein ovvero “allontanare” il male. I Santi che maggiormente venivano invocati in Casentino a causa delle malattie erano: Santa Rita da Cascia, detta la santa delle “cause impossibili”, che veniva invocata quando delle situazioni di salute sembravano impossibili da risolvere con ogni altra metodologia; Santa Lucia protettrice della vista ma in generale contro il “malocchio” e Sant’Antonio, il santo taumaturgo ovvero colui che sapeva operare prodigi in situazioni disperate. Oggi è molto difficile comprendere l’esistenza del “santino”, quel cartoncino con l’effige di un santo che troviamo spesso nelle chiese ma un tempo era esso stesso un tramite con il divino, non un pezzo di carta ma uno strumento da mettere spesso vicino alla pilluzza dell’acqua santa accompagnato da una preghiera per una buona sorte di vita.
Decotti, cataplasmi ed elisir Nella “cassetta del pronto soccorso” dei Nonni sicuramente non potevano mancare i rimedi naturali, quelli più genuini a km zero, che provenivano direttamente dai boschi e dalle selve limitrofe alle abitazioni e che potevano funzionare a patto di una condizione irrinunciabile: crederci! Quando una persona era a letto malata con febbre alta sicuramente aveva bisogno di fare un pieno di vitamina C, e un potente antiossidante era senz’altro il decotto di ortica. Pianta infestante se tagliata perde la propria capacità urticante e può essere assunta cruda in insalata, cotta come gli spinaci (famosa la frittata di ortica), o utilizzata essiccata per fare dei decotti. Le foglie di ortica infatti sapientemente essiccate potevano essere messe in acqua bollente e questo liquido oltre che essere bevuto poteva essere usato per fare cataplasmi contro i dolori reumatici. Le foglie di ortica potevano anche essere un toccasana in caso di anemia, infatti contengono una importante quantità di ferro. Oggi sappiamo che certamente non si può sostituire agli integratori ma è senz’altro un coadiuvante naturale. Nella cura dell’influenza non poteva poi mancare l’elisir di Sambuco, un vero e proprio toccasana per i sintomi influenzali. A differenza di altre specie arboree, foglie e semi del sambuco sono velenosi, ma non i fiori, che colti a maggio, fatti essiccare e messi in infuso con limone e zucchero potevano rinfrancare il palato e le articolazioni.
Propoli, un antibiotico naturale Il contadino che avesse posseduto degli alveari era un “uomo ricco”, non solo per il miele, pregiato nettare dalle mille virtù ma anche per la possibilità di poter sfruttare la propoli, un “antibiotico naturale” che ancora oggi nonostante le siano riconosciute le proprietà medicamentose è oggetto di studio da parte della comunità scientifica. La propoli altro non è che la resina prodotta dalle api, che miscelano il contenuto vischioso presente nelle gemme degli alberi, con cera, pollini, ed enzimi salivari. Le api utilizzano questa sostanza per proteggere e disinfettare il proprio alveare, ma se sapientemente raccolta, la propoli diventa un ottimo rimedio naturale per l’essere umano. Antinfiammatorio e antivirale, la propoli contiene in percentuale un alto quantitativo di flavonoidi che non solo possono avere un effetto benefico sugli stati influenzali, ma se assunti per un periodo prolungato possono rafforzare il sistema immunitario. Oggi la propoli è inserita tra i rimedi omeopatici, ma come ben sapevano i nostri nonni, può naturalmente far parte di una dieta salutare e rinforzante per il nostro organismo.


