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domenica, 9 Agosto 2026

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L’Occidente è morto a Gaza

di Alessio Tizzanini – Questa primavera, il Casentino ha scelto di guardare da vicino una delle tragedie più drammatiche del nostro presente. Il 21 maggio, al Cinema Italia di Bibbiena, è stata inaugurata la mostra fotografica “(d)istruzione a Gaza”, di Dahman Eyad, un percorso visivo che racconta gli impatti del genocidio e del conflitto in Palestina sui bambini e sui più giovani, e la capacità straordinaria di inventare la scuola e mantenere vivo il percorso formativo dei più piccoli persino fra le macerie.

L’iniziativa si inserisce in una serie di proiezioni, incontri e momenti di riflessione dedicati alla grave crisi in Palestina, confermando l’impegno culturale e civile di una cerchia sempre maggiore di attivisti casentinesi nel mantenere aperto uno sguardo e uno spazio di confronto su ciò che accade nel mondo.

In questo contesto si inserisce anche l’incontro che si è tenuto il 12 giugno alla Feltrinelli di Arezzo, con la scrittrice italo-egiziana Randa Ghazy (nella foto), da sempre attenta ai temi dell’identità, delle migrazioni, dei conflitti e delle nuove generazioni. A 15 anni pubblica il suo primo romanzo, «Sognando Palestina», e a distanza di più di 20 anni torna a parlare di Palestina nel suo ultimo saggio «L’Occidente è morto a Gaza», presentato lo scorso maggio al Salone di Torino. Le abbiamo rivolto alcune domande.

Il titolo del suo libro è L’Occidente è morto a Gaza. È un titolo molto forte. Cosa significa davvero? «È un invito a guardare dentro le nostre coscienze. Quando dico che «L’Occidente è morto a Gaza» intendo dire che a Gaza sono morti – o quantomeno si sono rivelati fragili e contraddittori – i valori che l’Occidente sostiene di difendere: diritti umani, diritto internazionale, dignità della vita umana, uguaglianza delle vittime. I doppi standard sono diventati insostenibili. Abbiamo visto massacri di proporzioni inconcepibili, ospedali evacuati con la forza, civili uccisi, intere città distrutte. Eppure, troppo spesso il racconto dominante nei media mainstream ha ridotto, giustificato o normalizzato questa tragedia, parlando di “obiettivi Hamas” anche in assenza di prove verificabili, senza restituire davvero la scala della devastazione umana.

C’è anche una responsabilità politica europea e occidentale. I cittadini hanno il diritto di indignarsi per come le istituzioni li abbiano spesso ingannati o rassicurati, mentre continuavano collaborazioni economiche, accordi commerciali e relazioni militari con Israele. Pensiamo al tema della vendita di armi, o alle continue astensioni nelle sedi internazionali invece di assumere posizioni chiare e coerenti con il diritto internazionale. Eppure, dentro questa oscurità, è emersa anche un’altra realtà: una coscienza collettiva. I giovani sono scesi in piazza in tutto il mondo. I lavoratori del porto di Genova hanno protestato contro il transito di armi. Tantissime persone comuni hanno rifiutato l’indifferenza. Questo dimostra che esiste una consapevolezza morale che spesso non trova rappresentanza nelle posizioni dei governi. Quindi il titolo non parla solo di morte. Parla anche della possibilità di scegliere se restare complici o ritrovare la nostra umanità.»

Una delle cose che lei cerca di spiegare nel libro è che, per molte persone, tutto sembra iniziare il 7 ottobre. Ma la storia di Gaza comincia molto prima. «Esatto. Gaza non nasce il 7 ottobre. Gaza è da anni una prigione a cielo aperto, sottoposta a un controllo costante dei confini, dei movimenti, delle risorse essenziali e persino della possibilità di curarsi. È anche per questo che iniziative come la Global Sumud Flotilla cercano di raggiungerla: per rompere simbolicamente e concretamente l’assedio e il controllo imposto sui territori palestinesi. Nel libro racconto la storia di Youssef, un bambino palestinese rimasto gravemente ferito dall’esplosione di una mina mentre giocava. Per salvarsi avrebbe dovuto raggiungere un ospedale di Gerusalemme per un intervento urgente agli occhi. Ma il permesso per uscire da Gaza non gli viene concesso, senza alcuna spiegazione reale. A causa di quel ritardo perde la vista. Aveva già perso due dita nell’esplosione. La sua non è una storia eccezionale. È la storia di centinaia, di migliaia di bambini palestinesi che crescono dentro un sistema di occupazione, blocco e privazione dei diritti fondamentali. Per questo è importante conoscere il contesto storico. Non per giustificare la violenza, ma per capire la realtà. La storia non inizia il 7 ottobre: inizia molto prima, con l’occupazione dei territori palestinesi, con decenni di assedio, espansione degli insediamenti, restrizioni e violazioni quotidiane della dignità umana.»

Perché i palestinesi sembrano essere stati abbandonati anche dalle classi dirigenti del mondo arabo? «È una domanda molto complessa, e per affrontarla davvero bisognerebbe tornare a questioni storiche profonde. Intanto partirei da una riflessione: persino il termine “Medio Oriente” racconta una prospettiva coloniale. Medio rispetto a chi? Oriente rispetto a quale centro del mondo? Sono definizioni nate in Europa, che mettono implicitamente l’Occidente al centro e il resto del mondo ai margini. Molti dei paesi arabi si sono liberati dal colonialismo britannico e francese solo nel secolo scorso. Ma in tanti casi non hanno mai attraversato un vero processo di democratizzazione. Oggi molti di questi Stati sono governati da monarchie, apparati militari o sistemi autoritari, dove esiste un enorme divario tra ciò che pensa la popolazione e ciò che fanno i governi. Le società civili arabe, in larga parte, hanno mostrato una forte solidarietà verso i palestinesi. Lo abbiamo visto nelle piazze, nelle proteste, nella mobilitazione popolare. Ma queste popolazioni spesso non hanno strumenti democratici reali per incidere sulla politica estera dei propri paesi. C’è poi un altro elemento: molti di questi Stati dipendono economicamente, militarmente o diplomaticamente dall’Occidente. Alcuni sono attraversati da crisi profonde, altri vivono in equilibri molto fragili. Questo limita fortemente la loro autonomia politica. Assumere posizioni davvero indipendenti sulla Palestina può comportare pressioni economiche, isolamento diplomatico o ritorsioni. Inoltre, corruzione, repressione interna e sostegno occidentale a determinati regimi hanno contribuito a consolidare uno status quo in cui la stabilità dei governi viene spesso considerata più importante della volontà popolare. Per questo non direi che “i palestinesi sono i reietti del mondo arabo”. Direi piuttosto che esiste una distanza enorme tra i popoli arabi e le loro classi dirigenti. E la questione palestinese rende questa frattura ancora più evidente.»

Una domanda che esula dal tema specifico di questo saggio: scrivere significa anche prendere posizione? Oppure la narrativa e la saggistica devono limitarsi a raccontare senza indicare una direzione? «Non ho mai creduto nel giornalismo ‘neutrale’, che non parte da una lente umanitaria. Che senso ha, ad esempio, la neutralità davanti ad un genocidio? Il giornalista racconta storie che hanno l’obiettivo di dare un volto, un nome, un’identità a chi si ritrova intrappolato nei meccanismi della Storia, è il ‘mastino da guardia della democrazia’, che deve rappresentare chi non ha voce. Credo che lo stesso si possa dire della narrativa e della saggistica, i libri hanno il potere incommensurabile di trasportare il lettore in mondi lontani, mostrandogli una realtà che non conosce con gli occhi di chi la vive. Per chi poi come me, in quanto seconda generazione, rappresenta una minoranza e viene da un background migratorio, rifuggire dalla scrittura per così dire ‘militante’ risulta difficile. La nostra penna diventa un ponte, un’arma, uno strumento per provare a rettificare ciò che non va: gli stereotipi, le generalizzazioni, la strumentalizzazione della nostra identità.»

Che valore hanno per lei gli incontri nei territori e il confronto diretto con i lettori? «Un valore molto importante. Il potere di sedersi tutti insieme in una stanza, spesso in maniera quasi catartica, per parlare delle sfide enormi che si stanno profilando, dell’impotenza che proviamo davanti a questo ciclo infinito di guerre, forse a volte viene sottovalutato. Fare ‘comunita’’, recuperare il nostro potere collettivo e farlo partendo dai libri, e dalla cultura, per me è a volte una forma di resistenza. Il sistema su cui si basano le nostre ‘democrazie’ spesso è un sistema che ci vorrebbe docili, divisi, alla ricerca di facili capri espiatori: l’immigrato, lo straniero, il ‘comunista’, c’e’ sempre un nemico, qualcuno con cui essere arrabbiati, a cui dare ogni colpa. E quindi al di là di queste categorie che ci rendono più ‘controllabili’, fare rete partendo dalla cultura ci rende fondamentalmente liberi, ricostruisce coesione sociale.»

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