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venerdì, 1 Luglio 2022

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Quel sorso d’anisetta

La mattina era fresca, il leggero vento asciugava i panni stesi davanti a casa, tutto pareva immobile ad ascoltare la paura che, ormai entrata negli animi, pur non facendo rumore, lasciava la sua impronta negli occhi e nel volto della gente.
Non c’erano fiori nei vasi di coccio allineati ai lati della porta ed era insolito, visto che le margherite autunnali fiorivano e rifiorivano da sole, senza cure particolari, bastava non dimenticare un filo d’acqua.

Forse anche la pioggia avrebbe compiuto lo stesso miracolo, allietare la vista con i colori e dare la sensazione di una vaga normalità, così desiderabile quando la vita si è ribaltata in un brutto incantesimo senza tregua, ma, avara per tutta l’estate e le prime giornate autunnali, aveva lasciato che la polvere entrasse ovunque per coprire ogni cosa fino ad allora amata e protetta.

La fontanella sulla strada, poco distante dalla casa di pietra, quasi per invitare a una nuova vita, lasciava cadere a terra qualche goccia, come se gli uomini avessero bisogno di un richiamo conosciuto per pensare al domani, ma nessuno faceva caso alle rare lacrime che scivolavano via dal rubinetto senza fare rumore e nessuno pensava a farle cessare, perfino l’acqua preziosa aveva perso il suo valore di fronte allo scorrere inevitabile della guerra.
Un fiume di lacrime invece pareva attraversare la strada che pur rimaneva polverosa e dalle finestre Maria continuava a guardare con ansia e stupore.

Ogni giorno, dai primi di settembre, vedeva passare i soldati tedeschi che avevano il comando in un altro paese poco distante da lì, correvano per la salita con i loro camion o a bordo delle moto con la “carrozzina”, così come la chiamava suo padre Corrado.
Ogni volta, di fronte alla guerra che le sfilava davanti, il pensiero andava al fratello destinato alla Russia e al fidanzato da tempo prigioniero in Albania.
Avrebbe voluto vederli comparire tra tutta quella polvere ma, in fondo, sarebbero stati in pericolo anche lì, nella loro casa vicina alle cave di pietra dove non era raro cercare un riparo per sentirsi al sicuro.

Le tendine ingiallite coprivano i vetri della finestra di cucina, ma lasciavano intravedere i due fazzoletti di terra che, delimitati da un cancello ormai arrugginito, davano sulla strada.
Di solito erano il piccolo orto dove raccogliere qualche pomodoro e le erbe aromatiche, ma, in quel fine settembre, parevano scompigliati da un vento furioso che non c’era stato da tempo, eppure aveva portato via tutto.

Maria si sentiva triste, i suoi vent’anni chiedevano una tregua allo stato d’animo che la guerra impone, forse in quei momenti si domandava se fosse stato possibile trovare una brava persona tra il nemico. Era talmente forte la sua voglia di pace che avrebbe messo da parte anche la paura, forse sarebbe andata incontro a chiunque, ma lo sguardo feroce dei soldati, che ogni giorno passavano sulla strada, la faceva ritrarre da tali pensieri, per questo spesso si scostava dalla finestra e si rifugiava tra le mura di cucina come una lucertola infreddolita che, in mancanza del sole, scappa sotto un sasso.
Il babbo Corrado, ormai in là con gli anni e acciaccato dai suoi mali, l’accoglieva con un sorriso, sapeva cosa stesse pensando perché, a suo tempo, durante la grande guerra, aveva immaginato e forse desiderato pure lui l’incontro con un volto amico in mezzo a tante ostilità.

Accadde proprio in quel giorno di leggero vento e aria fresca, uno come tanti trascorsi a guardare fuori della finestra di cucina che dava sulla strada.
Maria aveva in bocca una delle ultime caramelle al miele che rimanevano sulla fruttiera sopra la tavola, accanto a due grappoli d’uva nera regalati da un vicino di casa che, in quell’anno ostile, purtroppo, non ne aveva raccolti abbastanza per fare il vino.
Un dolce sapore correva così veloce in bocca da non poterlo fermare, gli occhi invece parevano essersi incantati, fermi e immobili a osservare sulla strada come se aspettassero qualcuno.

Lui comparve all’improvviso, si fermò al cancello, vi appoggiò le braccia e abbassò la testa come per frugare nei pensieri. Era un soldato tedesco, sembrava accaldato e stanco, l’uniforme, scomposta e slacciata al collo, mostrava quasi i segni di una lotta e i capelli sudati parevano dipinti sulla testa.
A Maria parve che chiedesse aiuto, era giovane come lei, ma, in quel momento, ridotto così, le sembrò soltanto un ragazzino impaurito.
Allora si sentì mamma, si sentì sorella, non fu possibile frenare lo slancio che la prese e la condusse fuori, al cancello, a incontrarlo come fosse una persona conosciuta.
Lui alzò gli occhi quasi con timore, si vedeva che aveva bisogno di un sostegno per proseguire o tornare indietro.

Maria pensò a un bicchiere d’acqua ma, ancor più, a un sorso d’anisetta, il liquore conservato come una reliquia per i momenti difficili da superare e in guerra non mancavano di certo. Rientrò in cucina, senza dire niente, in un lampo fu di nuovo accanto al soldato con un piccolo calice in mano.

Lui, senza fiatare, bevve tutto d’un fiato e, come se quella fosse stata una pozione magica, riprese il cammino andando verso la salita che conduceva all’altro paese e al comando tedesco, senza però tralasciare un caloroso “Grazie!” pronunciato in un discreto italiano.
In casa nessuno si accorse di niente, neanche la sorella Luisa che, nel frattempo, era a sciacquare i panni ai lavatoi, dall’altra parte della strada.
Maria avrebbe tenuto volentieri il suo segreto, ma, il giorno seguente, seppe di una rappresaglia da parte dei tedeschi avvenuta non lontano da lì e di un loro soldato rimasto a piedi nella tragica confusione della guerra.

Si decise a parlare in casa dell’incontro con il giovane nemico e del sorso d’anisetta che gli aveva offerto perché sembrava un ragazzino.
I familiari, tra le mura domestiche, le dettero prima della pazza, poi affrontarono la cosa con serenità, l’unica possibile via d’uscita verso la speranza e dissero che il bene porta il bene.

Trascorsero pochi giorni e il terrore prese corpo in tutte le case. Si seppe che i tedeschi entravano e portavano via gli uomini “abili al lavoro” e, purtroppo, anche chi, per svariati motivi, abile non era.

Maria pensò al babbo Corrado, con la sorella Luisa decisero di rifugiarsi prima possibile alle cave di pietra, ma una mattina sentirono bussare violentemente alla porta, per l’emozione non si erano accorte di un camion fermo al cancello. Aprirono e i loro occhi impauriti e stanchi videro due soldati armati che intimavano a Corrado di seguirli.
Il babbo obbedì e, mentre stava per uscire, cercò di rassicurare le figlie.
“Tornerò, non abbiate paura!” Intanto si guardava intorno dicendo addio a loro e a ogni cosa, ma non era ancora alla porta che, proprio da quella, entrò il ragazzino rincuorato da un sorso d’anisetta.

All’improvviso sembrava un uomo, sicuro nella sua uniforme e nei gradi di tenente che spiccavano vistosi sulle spalle.
“No, questi no, brava gente!” Disse e i soldati se ne andarono, lasciando Corrado libero di esistere, poi il ragazzino dette uno sguardo a Maria, pareva ringraziare di nuovo. Così fece anche lei, con lo stupore di un sorriso.
Da una storia vera, Italia, autunno 1943.

Racconto di Anna Maria Vignali

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