di Eleonora Boschi – Nel mese di maggio, le insegnanti della scuola dell’infanzia di Soci hanno presentato Se penso me la cavo, un libro che raccoglie 23 racconti pensati per stimolare nei bambini riflessioni profonde attraverso il metodo della Philosophy for Children. Un progetto educativo nato dalla passione e dalla tenacia di Claudia Ristori, coordinatrice per l’infanzia di Soci e San Piero in Frassino, che ci racconta com’è nata questa esperienza e perché, oggi più che mai, è fondamentale educare al pensiero critico e al confronto sin dalla prima infanzia.
Cosa è la Philosophy For Children e come è nata l’idea di portarla nella scuola dell’infanzia? «La Philosophy For Children è un metodo che è stato inventato negli Anni ’70 da Mattew Lipman, insegnante, scrittore e filosofo statunitense, che era alla ricerca di un modo per promuovere un’attitudine dialogica e collaborativa ed esercitare il pensiero di bambini e ragazzi. Lipman, insieme ad Ann Margaret Sharp, ha quindi ideato un metodo che, attraverso delle storie, promuove riflessioni su temi importanti di tipo morale, etico ed esistenziale. L’obiettivo non è insegnare la filosofia a livello teorico: ciò che è filosofico non è il contenuto bensì l’approccio. L’interesse, infatti, non è trasmettere conoscenza ma trasmettere il pensiero e insegnare ad esprimersi, a riordinare e a comunicare le proprie idee. Lipman ha scritto dei racconti pensati per bambini e ragazzi, “Il prisma dei perché” è uno di questi. Non sono particolarmente ricchi a livello narrativo, ma curano molto l’aspetto che funge da stimolo. Si tratta di un tipo di racconto che ti spinge a immaginare delle situazioni e a entrarci dentro, confrontandoti con i protagonisti, senza offrire una conclusione definitiva. Rimane sospeso, e proprio questa sospensione innesca la discussione nel gruppo.
Questi racconti sono dei pretesti per favorire la conversazione filosofica, che si distingue da una normale conversazione perché porta con sé una certa tensione che la contraddistingue. Più misteriosa è la cosa da cui si parte, più riesce a suscitare la conversazione. Il dubbio e la meraviglia, infatti, sono alla base della nascita della filosofia: il pensiero filosofico nasce proprio dalle domande e dallo stupore che qualcosa suscita. Mi sono avvicinata a questo mondo quando mi sono laureata. Era il 2002, mi sono avvicinata all’argomento quasi per caso, perché all’università non se ne parlava e in Italia c’erano ancora pochissime scuole che portavano avanti questo tipo di esperienza. Cercavo un tema per la tesi di ricerca e un giorno ho letto di una sperimentazione di filosofia per bambini nelle primarie di Pordenone e Cesena. Le contattai e loro mi inviarono del materiale; successivamente ho visitato la scuola di Rovigo e ho parlato con Marina Santi – una delle principali promotrici del metodo in Italia – ed è lì che è nata la mia tesi. Poi però il progetto si è fermato lì, almeno per un po’, anche se il sogno era quello di portarlo nella scuola dove avrei insegnato. Non è stato facile, a causa di molte dinamiche interne.
Ma nel 2020 finalmente abbiamo avuto il via libera. Ho cercato di coinvolgere le mie colleghe e chi mi conosceva ha deciso di provare a vedere di cosa si trattasse. Abbiamo quindi iniziato un percorso di formazione con Rossana Farini, che conduceva gli incontri con il mio supporto. Io mi sentivo un po’ arrugginita nonostante continuassi sempre a tenermi aggiornata sull’argomento, era passato del tempo, ma abbiamo lavorato insieme per costruire un percorso condiviso. Poi abbiamo iniziato a portare le sessioni nelle classi: all’inizio le facevamo io e Rossana, e successivamente le altre insegnanti hanno cominciato a condurle in autonomia, con un primo periodo di osservazione e monitoraggio. Può sembrare un metodo semplice, ma non lo è. La conversazione filosofica spinge su aspetti profondi, e questo all’inizio può risultare faticoso, soprattutto perché si lavora con bambini il cui linguaggio è ancora in via di sviluppo.
Questo tipo di lavoro richiede un vero esercizio per i bambini: implica esercitare il pensiero creativo, il pensiero divergente, che a sua volta richiede anche coraggio. Coraggio di andare controcorrente, di vedere le cose da un altro punto di vista. I bambini della scuola dell’infanzia non sono ancora influenzati dal conformismo che, invece, si comincia a notare già nella scuola primaria. Già lì i bambini iniziano a fare più fatica a esporsi, spesso preferiscono restare in silenzio. Ma discutere dovrebbe avere sempre un’accezione positiva. Il confronto è una risorsa, e dovrebbe essere favorito all’interno delle scuole. È fondamentale imparare a confrontarci in modo pacifico, e dobbiamo insegnarlo ai nostri bambini fin da piccoli».
Quali strumenti sono necessari per fare questo tipo di attività e come si svolge una discussione filosofica? «Innanzitutto, i bambini vengono disposti in “circletime” in un ambiente tranquillo; si inizia ricordando le regole: si ascolta in silenzio, si parla solo alla fine della storia alzando la mano e si rispettano sempre le idee degli altri. Poi, cerchiamo di creare un’atmosfera riconoscibile, diversa, che segni l’inizio di un’attività speciale. Accendiamo quindi una candela, che rappresenta il luogo dei nostri pensieri: quando la nostra mente è «illuminata», nascono idee più belle. Utilizziamo un timer: le discussioni filosofiche non devono durare troppo a lungo. Impostiamo un tempo massimo di 20 minuti, e quando suona il timer la sessione termina. Se la discussione è ancora aperta, va bene così: la riprenderemo la volta successiva.
Dopo la prima lettura della storia, i bambini iniziano a discutere. Io, come insegnante, scrivo solo ciò che è stato condiviso da tutti: prima di scrivere, chiedo sempre il consenso dell’intero gruppo. Il mio compito, durante queste discussioni, è quello di “sparire”. Faccio da guida, ma rimango dietro le quinte. Chiedo spesso: “Perché?”, oppure “Spiegati meglio.” L’obiettivo è aiutarsi a vicenda, così che anche i bambini che fanno fatica a esprimersi possano comunque partecipare. Quando la sessione finisce, proponiamo esperienze di «rielaborazione espressiva». Per ogni storia, infatti, è prevista un laboratorio nel quale si propone un’attività ludica e/o creativa pensata proprio per coinvolgere anche quei bambini che, a livello linguistico, non sono riusciti a partecipare attivamente. Lo scopo è offrire più canali per pensare ed esprimersi. Anche per noi insegnanti non è semplice: rinunciare al ruolo della “maestra che sa tutto” è una sfida. Ma i bambini si abituano al fatto che l’attività è nelle loro mani. È importante che noi non usiamo il rinforzo positivo o negativo: dobbiamo restare neutrali. Anche un’osservazione che l’adulto percepisce come “sbagliata” può, in realtà, aprire nuove riflessioni. Queste attività permettono ai bambini di aprirsi, a volte anche di far emergere sofferenze interiori. Ma è un percorso che va saputo gestire: le emozioni, una volta aperte, vanno anche richiuse con delicatezza».
Perché, secondo te, è importante fare questo tipo di attività nelle scuole? «È un progetto in cui ho investito molto, e in cui credo profondamente. Non è un “qualcosa in più”, ma qualcosa di necessario, qualcosa che sta alla base. Se non lavoriamo su questi aspetti, cosa facciamo a scuola? Se non ci prendiamo cura di tutto questo, non possiamo poi domandarci perché i ragazzi non dialogano, non si ascoltano. I temi che si affrontano sono legati alla sfera della moralità e dell’etica. Lipman, già negli Anni ’70, lavorava su dinamiche di quel tipo, molto sentite: etica, moralità, diversità. I bambini sono estremamente interessati a parlare della realtà. I problemi vicini alla loro esperienza li incuriosiscono: la morte, la nascita, il senso della vita… sono temi etici di cui poi, crescendo, non si parla più, ma i bambini hanno un grande desiderio di affrontare queste tematiche, e spesso trovano da soli le risposte. In quei momenti ho la sensazione che si realizzi davvero ciò che siamo chiamati a fare come insegnanti: lavorare affinché i bambini imparino a esprimersi, ad acquisire un linguaggio ricco. E in queste attività vedo che ciò che è stato seminato prima ha lasciato il segno».
Qual è il ricordo più bello o emozionante che porterai con te? «La realizzazione del libro è stata una grandissima soddisfazione, il coronamento di un percorso durato tanti anni, anche a causa delle difficoltà logistiche che abbiamo dovuto affrontare. È stata la dimostrazione che il nostro gruppo è rimasto unito, ed è riuscito a portare a termine qualcosa di davvero importante. Alla presentazione eravamo tutte molto emozionate. Ogni volta che facciamo questo tipo di attività, c’è sempre almeno uno o due momenti che lasciano il segno, perché emergono cose profonde. A volte anche il bambino che sembra non ascoltare si accende, perché la lettura proposta riesce a stimolarlo».

Claudia conclude dicendo: «Vorrei ringraziare Prospettiva Casentino, che ha finanziato il libro e che, come sempre, crede in certi progetti scolastici e investe con fiducia per contribuire alla crescita delle proposte scolastiche. Un grande riconoscimento va anche alla dottoressa Rossana Farini, che ci ha guidato, ha creduto nel progetto e ci ha aiutato a portarlo a termine. Grazie anche alla nostra attuale dirigente Antonella Alessandro e all’ex dirigente Renato Ciofi, che ha permesso di iniziare la formazione e la sperimentazione, e un grazie di cuore a tutto le insegnanti: siamo state davvero un gruppo, coeso ed entusiasta di lavorare insieme su questo progetto». Per chi fosse interessato, le ultime copie del libro stampato sono disponibili alla scuola dell’Infanzia Laboriamo di Soci.


