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giovedì, 18 Aprile 2024

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Cosa è stata Sidera in Silvam? Un’incantagione collettiva

Sabato 6 e domenica 7 maggio si è svolta nel chiostro di San Lorenzo a Bibbiena “Sidera in Silvam, un’incantagione collettiva”, mostra di arte e artigianato con performance di musica elettronica, cocktail-bar e lettura poetica. In questo articolo gli organizzatori cercano, incoraggiati dalla partecipazione e dalla risonanza che il loro piccolo esperimento ha avuto la fortuna di ottenere, di mettere insieme un racconto di quello che l’evento a-grammatico è stato, anche grazie a una selezione di fotografie, increduli e felici.

Sidera In Silvam – oltraggio, smemoria, teatro incognito

e cede la memoria a tanto oltraggio. (Divina commedia, Paradiso, XXXIII, v. 57)

Quello che è successo alla mostra collettiva nel chiostro di San Lorenzo fra 6 e 7 maggio è stato un oltraggio. Specificando, si è trattato dell’oltraggio di una comunità verso sé stessa, verso l’idea che ha di sé. Nella terzina dantesca che contiene il verso citato, la parola oltraggio assume un significato molto distante da quello che il senso comune gli ha assegnato. Quando, nell’ultimo Canto del Paradiso, si arriva a fare esperienza di Dio, il poeta si rende conto che le percezioni umane non sono sufficienti a registrare l’accadimento, né il linguaggio a narrarlo: più che un’immagine resterà il senso di un vedere troppo grande, più che parole una pienezza non comunicabile. Questo è l’oltraggio: un’eccedenza, un andare al di là che attira e incute timore. L’oltranza, invece, è il tentativo di viverlo, di attraversarlo nonostante tutto.

Cercare di creare un’occasione per il verificarsi dell’oltraggio e, di conseguenza, per scoprirsi capaci di oltranza, è stato il vero obiettivo di Sidera in Silvam come evento multimediale. Quello che non sapevamo ancora di volere, durante i preparativi, è che una comunità potesse riunirsi e perdere, per un momento, la propria identità, e ognuno potesse illudersi (per un momento!) di accedere a sé stesso e agli altri con una lucidità maggiore. Abbiamo scoperto l’aspetto giocoso e multimediale che il chiostro avrebbe assunto solo a poche ore dall’inizio dell’evento, dopo tanta incerta progettazione – fra stelle a led, creature viventi o trapassate, ossa di animale, letture, gastronomia, musica elettronica e opere d’arte. Ci siamo trovati in un parco giochi, una cameretta, uno spazio in cui sognare di essere qualcun altro, qualcos’altro, per poi tornare a casa e chiedersi se è davvero quella, casa nostra.

Una parte del manifesto di questo esperimento collettivo diceva che per far avvenire questa smemoria, era importante che «la normalità mantenesse, nello spazio incantato del chiostro, un volto rassicurante. Volevamo che l’alterità e l’inatteso emergessero dal centro chiaro e vorticoso di una festa. L’incantagione non è mai possibile sapere se si opera o si subisce, ma lo spazio del chiostro, con i fantasmi storici che lo abitano (tracce di squatting e vandalismo, storie di cinema, cucine, un orto conchiuso) ci ha chiarito che il liquido amniotico in cui ci siamo trovati a nuotare era quello di un certo tipo di magia. L’incantagione rinnova il rapporto con l’oggetto d’uso al di là della funzione, produce l’arte come macchina-per-allucinazioni, porta l’ombra di un mondo desiderato e inaccessibile a proiettarsi sul nostro». Si trattava, adesso è chiaro, di creare un teatro senza dirlo a nessuno. Sulla scena sono venuti in tanti, tanti ci sono sembrati felici. Hanno guardato, ballato, bevuto, dimenticato: non, si spera, rivendicando un’appartenenza, né compiacendosi nel pensiero piccolo-borghese di un chiostro ripulito e tornato sfruttabile, ma semplicemente condividendo un tempo: comunità e luogo fusi in un diadema.

Siamo sicuri di non esserci spiegati, meglio quindi rinnovare i ringraziamenti al Comune di Bibbiena, la cui amministrazione ha avuto il coraggio di lasciarci carta bianca praticamente al buio; e poi l’associazione di promozione locale Noi che Bibbiena, senza il supporto della quale (morale, materiale e oltre) non saremmo riusciti a cavare un ragno dal buco, letteralmente. Non è un addio, ma un arrivederci a presto, in una nuova recita nascosta.

Gli organizzatori (foto di Federico Braccini)

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