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sabato, 4 Febbraio 2023

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Il rispetto val bene un pugno?

di Sefora Giovannetti – Parte il filmato e vediamo un ragazzo che si alza dal posto, raggiunge il professore alla cattedra, e inizia a ballettare alle sue spalle. D’improvviso il docente sferra un pugno all’altezza dello stomaco al ragazzo che accusa il colpo. Questa è la scena che vede protagonista il docente di cui, ahilui, ora tutti parlano, scena che si è diffusa nel web a macchia d’olio e che in molti hanno cercato e guardato con estrema curiosità. Un professore che alza le mani, un atteggiamento inaudito.

Forse alcuni anni fa non tanto, in quanto professori e maestri usavano le mani come corroborante dell’attività didattica. Oggi no, ciò appare inconcepibile, mai nessuno si immaginerebbe di mettere i ragazzi sui ceci o chiedere i palmi delle loro mani per colpirli con una bacchetta. Gli strumenti che un insegnante utilizza sono altri, sono la persuasione, l’autorevolezza, la passione per la materia studiata e mille altre attività che intendono trascinare i ragazzi verso un nuovo grado di consapevolezza personale e formazione. Per cui siamo tutti d’accordo nel dire che i gesti violenti siano estranei all’attività pedagogica e didattica. Fermato questo punto essenziale, dobbiamo avere la pazienza di analizzare il fatto nella sua completessità.

Gli elementi chiamati in causa non sono solo uno, cioè il docente, ma ben cinque. Il docente come detto, il ragazzo, la scuola, il discente con il cellulare che filma la scena e la famiglia. Partiamo con alcune considerazioni: come mai il ragazzo colpito non si trovava al proprio posto, ma si era alzato senza chiedere il permesso, aveva raggiunto la cattedra e abbozzato un “balletto” alle spalle del docente? Forse non sapeva che durante l’ora di lezione questi atteggiamenti sono sconvenienti? Altra osservazione: come mai, sempre durante l’ora di lezione, un altro compagno si accingeva, non solo ad utilizzare il cellulare, ma a realizzare un video pur essendo a conoscenza dei divieti esistenti in merito all’utilizzo di dispositivi dentro i luoghi scolastici?

Le domande sono diverse e di non facile risposta. Facile invece è giudicare l’atteggiamento di un uomo senza soffermarsi sulle complessità della vicenda. Non è un mistero ormai che gli atteggiamenti degli alunni, negli anni, si sono modificati. Siamo passati dall’avere paura del professore al professore impaurito da ragazzini di quindici anni. Un capovolgimento che può far girare la testa. Mi sono chiesta: perché questo ragazzo ha così deliberatamente tolto di rispetto al suo docente? Le risposte possono essere molteplici: o perché non ne aveva rispetto o perché non sa cosa sia il rispetto o perché non prova quel sentimento grazie al quale si riesce a fare un passo indietro prima di commettere un errore. Qui l’alunno non solo non ha fatto un passo indietro, ma addirittura è andato avanti senza alcuna indecisione.

Questo passo avanti compiuto con quella sicurezza con quella, concedetemi il termine, sfrontatezza ci pone di fronte ad una tremenda constatazione: qui abbiamo perso un po’ tutti. Lui, intendo l’alunno, non si rende conto che passare le mattinate così è solo un’infinita perdita di tempo per tutti. Il docente, che probabilmente ha studiato una vita e si ritrova a atteggiarsi come un bullo di periferia. La scuola che dovrebbe essere un luogo dove apprendere comportamenti virtuosi, ma spesso si mostra sin troppo paziente verso talune vessazioni.

Qui di certo non siamo ad accusare qualsiasi “marachella” dei ragazzi. Tutti siamo stati dei quindicenni impertinenti e tutti abbiamo commesso sciocchezze. Qui stiamo parlando di classi dove non si riesce a fare lezione, dove si sta sui banchi giusto per aspettare i sedici anni per smettere di studiare e dove troppo spesso viene espressa questa frase: “Attenzione perché i genitori denunciano”. In nome di questo ammonimento i vari docenti è bene che evitino la ben che minima frizione con essi. Lavorare così non è facile. Ovvio, non parlo di tutte le scuole, ma di alcune in particolare.

Ampliamo il ragionamento: a che serve, quindi, un’istruzione di questo tipo? Che senso ha lasciare i propri figli per due o più anni in situazioni del genere, dove non si studia e non si ha idea di quale sia il proprio obiettivo, umano e didattico. E i docenti? Che senso ha studiare per una vita se poi in classe si sopravvive male, arrivando addirittura al gesto ignobile del pugno sullo stomaco?

Ora mi chiedo dove sia finita la scuola, e intendo l’istituzione scolastica, quella rispettata e che possedeva una certa autorevolezza verso i ragazzi e le famiglie. Non c’è più? È sparita? In tutta coscienza non lo so, ma di certo penso che qualche ingranaggio si sia inceppato e quel povero professore con quel povero ragazzo siano stati lasciati soli, il primo nella propria insofferenza verso atteggiamenti villani, l’altro con la propria ignoranza e pochezza.

Spero che in questo paesaggio nebbioso, non solo venga ritrovata la scuola, ma anche la capacità genitoriale, quella nobile attività che portava i ragazzi a imparare a comportarsi a modo.

SEFORA GIOVANNETTI Docente scuola secondaria di primo grado Rassina

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