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lunedì, 28 Novembre 2022

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Parco: come va il turismo?

di Fiorenzo Rossetti – L’incentivazione delle economie sostenibili è uno degli obiettivi dei Parchi. Quello del turismo, poi, nelle sue forme più compatibili, rappresenta una grande sfida per il rilancio delle aree interne. Il Covid ha stravolto le nostre vite, condizionato pesantemente il nostro tempo libero e le scelte turistiche. Le aree montane e i suoi gioielli naturalistici hanno vissuto un vero e proprio boom di frequentazione. Non importa se per scappare da luoghi affollati e potenzialmente soggetti a contagio, o per l’impossibilità di fare viaggi all’estero, o per una improvvisa coscienza ecologica e salutistica; sta di fatto che tanta gente (a dir il vero troppa ai fini conservazionistici) si è riversata in ogni modo, maniera e angolo delle nostre aree protette.

Anche le montagne arroccate sul crinale tosco-romagnolo, con il suo Parco nazionale, hanno vissuto in maniera similare questo particolare momento storico. A quasi tre stagioni dall’inizio della pandemia, vale quindi la pena analizzare l’andamento turistico e delle presenze nel territorio del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, anche in relazione all’indirizzo politico dell’Ente Parco nazionale, molto propenso ad iniziative legate al comparto turistico. Dai primi dati emersi e pubblicati dalla Regione Emilia-Romagna (periodo gennaio-luglio 2022) gli indici turistici, riferiti a tutte le destinazioni, denotano un avvicinamento ai valori pre Covid del 2019. Questo vale anche per i Comuni appenninici (e, quindi, anche per quelli inseriti nel Parco).

Ricordandoci che la presenza turistica si rileva se vi è stato un pernottamento, la cosa che salta all’occhio (sempre riferendosi a questo periodo) è l’esiguità numerica dei pernottamenti che riguardano l’ambito dei comuni appenninici rispetto al totale regionale: a fronte di più di 21 milioni di pernottamenti registrati a livello regionale, solo circa 380 mila riguardano i comuni appenninici. L’Appennino si conferma fanalino di coda tra gli ambiti territoriali (superato di gran lunga anche dagli ambiti collinari). Se ci vogliamo riferire ai soli comuni dell’Appennino Forlivese (quindi, inseriti in territorio Parco) scopriamo che la perdita di pernottamenti è iniziata ben prima del Covid: nel 2018 viene registrato un – 0,5% e nel 2019 un – 3,3%.

Per il versante casentinese, complice forse anche la maggiore attrattività di tipo storico-culturale, le cose sembrerebbero più stabili, con un dato fermo da anni attorno ad un valore di poco oltre le 180 mila presenze annue. In considerazione di questi dati, la strategia turistica del Parco quale efficacia ha avuto? Quali i costi e quali i benefici? Dai dati che riguardano i due versanti di crinale interessati dal Parco non appaiono sostanziali miglioramenti e benefici all’economia della ricettività turistica locale. Il cosiddetto turismo di prossimità (quello della gita fuori porta), di quanti abitano ad una distanza tale da permettersi una frequentazione del Parco in giornata, quella del caffè al bar del paese o, se va bene, del pranzo al ristorante locale, ha costituito, durante la pandemia, un falso segnale turistico.

Ora che fortunatamente la situazione Covid pare normalizzarsi, ci si scontra con i dati. L’idea di impegnare risorse umane ed economiche del bilancio dell’Ente Parco a favore dello sviluppo turistico dell’area protetta ha rappresentato certamente un ottimo esercizio, ma con risultati da verificare. Oltre allo scarso ritorno in termini di presenze turistiche (quelle che pernottano!), alla voce costi derivanti da queste scelte politiche a vocazione turistica, dovremmo inserire i risultati di una minore consistenza di bilancio a favore della tutela e protezione degli elementi naturali del Parco, ed infine ai risultati del passaggio di masse incontrollate che hanno frequentato l’area protetta attirate anche da una comunicazione social apparentemente poco attenta.

Perché malgrado gli sforzi di un Parco (e non solo) i ritorni turistici sono così irrilevanti? Forse sarebbe bene una riflessione sulle realtà di altre aree protette in contesti simili. Basta far un giro con occhi attenti nei territori del Parco per rendersi conto che le strutture sono in gran parte strutturalmente ferme agli anni ’60 e poco competitive su questo esigente mercato.

Il Parco potrebbe ritagliarsi il ruolo di facilitatore, catalizzatore, tra la componente pubblica (vedi i bandi di finanziamento europei) e quella privata, attraendo capitali e finanziatori, al fine di avviare un poderoso restyling delle strutture dedite all’ospitalità.

Ma non solo! Occorre curare tutte le forme di ospitalità classiche di un’area montana, a partire dai rifugi. I rifugi sono un must della montagna! Vetrina del territorio, semplici e spartani per natura, luoghi di cultura e aggregazione. Nel Parco non ve ne sono più. E quelli presenti, che portano nel nome il termine “rifugio” sono una cosa diversa.

L’ALTRO PARCO Sguardi oltre il crinale

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