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lunedì, 27 Giugno 2022

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I tre giorni di Vallucciole

In occasione dell’anniversario dell’eccidio di Vallucciole, pubblichiamo un articolo apparso sul nostro giornale alcuni anni fa. Per non dimenticare. Mai.

Aprile 1944 – Aprile 2008, torna vivo il desiderio di vederci chiaro sui fatti di Vallucciole, vi espongo piccoli spazi autentici di un quadro originale che lentamente e nel tempo sto componendo, piccole-grandi storie, le tessere di un puzzle dai bordi frastagliati che attendono nuovi incastri da verificare, illustrano comunque un tragitto che voglio attraversare in tutta la sua cruda ampiezza.

Sono ancora le sorelle Pantiferi a darci le immagini di quei giorni, nel primo racconto intitolato “Piombo nero-aretino” pubblicato nel 2007 ci esposero con chiarezza e graduale sviluppo quanto avvenne quel martedì 9 Novembre ‘43, la notte dell’uccisione di Pio Borri. In queste successive pubblicazioni Dilva e Delia ci riferiranno con estrema chiarezza quanto accadde e quello che videro da martedì 11 Aprile 1944 in poi, ancora un altro “maledetto martedì!”.

«Sono Dilva Pantiferi, abitavo con la mia famiglia al Ponte sopra Molin di Bucchio, allora avevo 16 anni e vi racconto la cronaca dei fatti avvenuti da martedì 11 Aprile dopo la Pasqua del 1944 in poi.

Nel pomeriggio di quel giorno, mi recai con la mia amica Lina Ragazzini in bicicletta al mercato di Stia, mia sorella Anita, invece, assieme a nostra cugina Fosca, andarono lungo la strada a fare radicchi arrivando fino a Carpaneta, fu lì che sopraggiunse una macchina, si fermò, ed uno degli occupanti chiese ad Anita se c’era nei paraggi una bottega per comperare il vino, lei gli rispose di andare avanti, fino al paese… di Vallucciole.

Passò una mezz’ora, Anita e Fosca tornarono a casa e trovarono la stessa macchina parcheggiata davanti al nostro fabbricato con il muso rivolto a nord, un uomo era fuori dell’automezzo, stava in piedi nello spazio tra la macchina e la nostra abitazione, gli altri erano dentro, uno al volante e l’altro seduto dietro, mia cugina e mia sorella salutarono i tre che avevano già incontrato, la Fosca senza fermarsi proseguì ed entrò in casa sua. L’uomo in piedi chiese a mia sorella se poteva dargli dell’acqua da mettere nel radiatore, lei rispose di si.

Salì in cucina, prese una bottiglia e si recò all’acquaio posto davanti alla finestra, attraverso di essa, dato che la stanza era più alta rispetto al piazzale esterno, si osservava tutto, la macchina, le persone ed anche il paesaggio che era oltre i tetti dei casottini disposti in riga davanti a casa, inclusa la strada e il ponte sull’Arno. Mentre attingeva l’acqua scorse dei ragazzi armati che attraversavano il ponte, erano partigiani, correvano con le schiene curve e le teste basse, le armi alla mano, avanzavano zitti, coperti dai casottini che si frapponevano tra loro e l’automezzo rendendoli invisibili ai tre, fino a quando non gli comparvero davanti con i mitra spianati e le pistole puntate aprendo il fuoco. Lei vide l’assalto, l’uomo in piedi stramazzò all’indietro e cadde a terra supino, l’altro fu freddato con le mani sul volante, i due morirono immediatamente senza reagire, solo il terzo riuscì a darsi alla fuga gettandosi nella grossa fogna a cielo aperto che era dietro la macchina, come un fulmine attraversò la spinaia che ne copriva il termine e precipitò in Arno.

I partigiani lo inseguirono lungo fiume e nessuno ritornò.

Nel tardo pomeriggio, io e la Lina tornavamo dal mercato, lungo la strada incontrammo una signora che abitava a Giuncheto, ci disse: «Bambine state attente, che verso il Molino ci sono dei morti!» Arrivate al Ponte oltre Molin di Bucchio, la mia amica proseguì a dritto io invece svoltai a sinistra e attraversando il ponte chiamai: «Mamma!… Mamma!» ma nessuno rispondeva, ero impaurita, guardavo fissa e ansiosa il terrazzino di casa, fu questione di pochi attimi e la bicicletta urtò contro le gambe di uomo sdraiato per terra, gli caddi addosso, era morto, il corpo giaceva parallelo tra una macchina e la casa con la testa poco distante dallo sportello dell’auto e le gambe aperte verso di me, sul lastricato c’era molto sangue e le oche che zampettavano attorno al cadavere lo spargevano ancora di più, ero terrorizzata, mi alzai e vidi un’altra persona dentro l’automobile, era morta, aveva le braccia sul volante e la testa poggiata sopra. L’uomo su cui ero caduta era vestito da operaio, indossava un maglione di lana grossa, grezza e calzoni di un cotone spesso, color blu.

Cominciai ad urlare e fu allora che la Maria Ragazzini mi chiamò dicendo:

«Dilva…vieni qui che c’è il tuo zio Olinto!». Olinto era il fratello di mia mamma, andai con loro, cercarono di confortarmi e mi condussero a Serelli nella loro casa dove trovai le mie sorelle e la mamma. Passammo la notte in un capanno per le pecore, dormendo nel fienile sopra alla stalla, la costruzione si trovava un poggio sopra la Chiesa di Vallucciole. Il mattino seguente ci portarono da mangiare e poi ci mandarono a zappare il grano nei campi, ci dissero che dovevamo stare accorte e far finta di essere operaie. Verso mezzogiorno, andai in cima al poggio perché sapevo che da lassù potevo vedere casa mia, dopo chiamai mia sorella Anita dicendogli: «Guarda c’è la Zaira e la zia Annina che stanno salvando della roba facendola uscire dalle finestre, mi sembra che buttino giù anche i materassi». Lei sopraggiunse, guardò e disse: «E’ vero!». Allora scendemmo, a Serelli trovammo lo zio che ci riprese dicendoci: «Dove andate?». Rispondemmo: «Si va e vedere se possiamo salvare qualcosa anche noi!».

Continuammo a scendere, alla fine del paese abitava un contadino, quando passammo davanti alla porta della sua stalla sentimmo dire: «Kom…Kom…Kaput come nostri camerati!» Erano due tedeschi con i mitra spianati, ci presero per un braccio conducendoci a casa nostra dove trovammo altri soldati, in mezzo a questi ultimi c’era l’uomo che il giorno prima era riuscito a scappare. Aveva il volto lacerato e le mani graffiate, lo riconoscemmo subito. Arrivò allora un camion con sopra al cassone i due morti, quello ucciso al volante era stato legato ad una scala di legno a pioli, probabilmente si era freddato e irrigidito nella posizione in cui noi l’avevamo visto, quindi erano stati costretti per toglierlo da quella forma a legarlo, distendendolo a forza sulla scala di legno.

L’Ufficiale riconobbe mia sorella e ci impose di salire sul camion accanto ai cadaveri che nel frattempo erano stati coperti con delle lenzuola, l’automezzo si mosse dirigendosi verso Molin di Bucchio, lì si fermò, fummo fatte scendere, ci fecero entrare nella casa della Beppa, in cucina c’era la tavola apparecchiata con fiaschi di vino ed un paiolo pieno di uova sode, i tedeschi mangiarono e poi ripartimmo. Verso Carpaneta si fermarono nuovamente, questa volta lungo la strada in prossimità dello spiazzo dove carbonai e boscaioli depositavano i loro prodotti. Fummo condotte al limite dello slargo dove c’era un grosso castagno e sorvegliate da un soldato anziano con il mitra; avevamo paura, il militare si spostò dietro la pianta, trasse fuori dal portafogli una fotografia, la guardò, la porse a noi, era la foto della sua famiglia, le lacrime gli scendevano grosse lungo le guance, allora comprendemmo perché si era nascosto dietro alla pianta, non voleva che i commilitoni vedessero il suo turbamento. Ripartimmo e sul far della sera raggiungemmo il Borgo alla Collina, ci fecero entrare in una villa, dove, dopo aver cenato passammo la nottata sedute su due poltrone, eravamo guardate a vista da soldati che si alternavano in turni di guardia. Al mattino giunse una signora, era l’interprete, ci chiese se avevamo bisogno di qualcosa, rispondemmo di no! Dopo colazione venimmo fatte salire sul retro di un camion telonato, mentre eravamo sedute sulle panche disposte lateralmente al cassone, aspettando di partire, da dietro il telone una voce disse: «Siete le figlie del Pantiferi?». Mia sorella rispose: «Si!». Io le diedi un calcetto sulla gamba per farle capire di stare zitta, la voce riprese: «Hanno deciso di non uccidervi!». Il mezzo si mosse, eravamo confuse ed impaurite, non comprendevamo quel messaggio e non sapevamo quale fosse la nostra destinazione. Il camion giunse a Firenze verso le undici entrando direttamente dentro un palazzo, solo a sera ci venne detto che quel luogo si chiamava “Villa Triste” ed era il posto dove i tedeschi conducevano gli interrogatori dei loro prigionieri..

I soldati, (ritornando alla cronaca dei fatti) ci portarono dentro una stanza ben arredata con una poltrona, l’attaccapanni e due sedie disposte davanti ad una grande scrivania, quel locale dava l’idea di appartenere ad una persona importante, ci sedemmo restando immobili e silenziose. Dopo pochi minuti entrò un Ufficiale, era quello con il viso graffiato, seguito a poca distanza da un altro militare di grado superiore, si notava dall’uniforme che indossava, dalla gran quantità di strisce e medaglie disposte sul petto e dagli alamari che ornavano i bordi della giacca. Ci chiesero di esporre la nostra versione dei fatti, ambedue raccontammo per filo e per segno tutto quello che avevamo fatto, visto e detto, non avevamo nessun motivo per mentire, alla fine delle deposizioni avemmo la sensazione che le nostre testimonianze combaciassero con il rapporto del “graffiato”, un senso di soddisfazione traspariva dal suo viso. Immediatamente iniziò tra i due graduati una discussione animata, avevano opinioni divergenti, si vedeva dai gesti e si sentiva dal tono delle parole, capimmo subito che l’Ufficiale dal viso segnato ci stava difendendo, mentre l’altro era categorico e ci accusava duramente, le cose non si mettevano bene. L’Ufficiale di grado superiore sbraitava e smaniava, le vene del collo gli si gonfiavano premendo il colletto della camicia ed il viso acquistava un aspetto teso ed un colore livido, ma l’altro era deciso, non mollava, noi tremavamo dalla paura, comprendevamo che se “il graffiato” cedeva, le parole udite sul camion al Borgo alla Collina erano annullate e la nostra sorte decisa.

Per fortuna, grazie alla lealtà dello “sfregiato” non andò così, ad un certo punto l’Ufficiale dalle tante medaglie smise di parlare e cominciò a camminare per la stanza, la percorse più volte in silenzio e con la testa bassa, poi raccolse alcune carte dalla scrivania, era infuriato, si voltò di scatto verso la porta, l’aprì e se ne andò.

Restammo stupite, guardavamo fisse il tedesco dal volto segnato, non sapevamo cosa dire, cosa fare, ma fu lui che si avvicinò invitandoci ad alzarci e ci accompagnò fuori del palazzo, trasse fuori di tasca il borsello, prese dei soldi e li mise nelle nostre mani dicendo che erano per il biglietto della corriera, potevamo tornare a casa. «Eravamo libere!».

Io e mia sorella Anita non tornammo a Stia quel 12 aprile del ‘44, eravamo talmente stremate e scosse che cercammo rifugio a Firenze, ci recammo quindi dalla famiglia dove lavoravo rimanendo ospiti nella loro casa per qualche giorno.»

 

Alcuni anni fa, quando siamo state interrogate dai Carabinieri venuti da La Spezia, comprendemmo immediatamente che erano infastiditi dal finale della nostra storia, non volevano che raccontassimo quanto era avvenuto a Firenze, non volevano… mi fecero questo discorso… erano seduti lì… davanti a me, dissero:

«E’ sicura di quello che dice, perché il tedesco può aver anche detto:

Le lasci libere, loro tornano lassù e le ammazziamo domani!».

Comprendemmo così che gli investigatori non avevano piacere di questa conclusione, di questa verità!

La cosa si replicò anche nei giorni successivi e sempre con quei Carabinieri li.

Eravamo al Cimitero di S. Maria e stavamo visitando la tomba di nostro padre insieme a quelli di Giuncheto a cui ammazzarono l’intera famiglia, i loro cari sono seppelliti vicino al nostro babbo.

La signora si era messa a parlare con i militari, poi ad un certo punto le si turbò il viso e con voce alterata disse:

«Ma volete raccontare quello che vi pare a voi… o la verità ai giovani d’oggi? Perché sappiate che io vi faccio anche i nomi degli Stiani… dei Fascisti e dei veri colpevoli!»

 

Tardo pomeriggio di settembre del 2007, vado di fretta, ho appena telefonato a Delia Pantiferi per confermare l’appuntamento di stasera, mi ha risposto con voce fioca, non sta molto bene, la malattia che la tormenta proprio oggi non gli ha dato tregua e quel cerotto medicato appiccicato sul petto, è vero che mitiga il dolore, ma contemporaneamente la rende stanca e spossata. Le propongo una data diversa per l’incontro, abbiamo tempo, ma lei rifiuta, è pronta e risoluta a rilasciarmi la sua testimonianza.

Sono le ore ventuno quando giungo a Stia, suono il campanello, si apre la porta, salgo le scale, entro in casa, trovo Delia sprofondata nella poltrona, mi sorride, il viso e la voce dolcemente tristi comunicano chiaramente la sua condizione di sofferenza, ma è determinata ad affidarmi la narrazione delle sue vicende nei giorni 12 e 13 aprile del ’44 a Vallucciole, le persone presenti, il dolore subito e sopportato, l’aiuto inaspettato ed infine l’ironia caustica che urta e umilia.

Se avrete disposizione d’animo, tolleranza e sopportazione per proseguire la lettura di questa esposizione reale dei fatti, proverete anche voi una combinazione di rabbia e disprezzo per il contrasto evidente tra “Storia” e “Memoria Personale”, dove la prima è spesso parziale, generica e piegata, mentre la seconda è nitida, evoca le circostanze, cura i particolari, individua esecutori e spettatori, le vittime innocenti, la crudeltà e la compassione imprevista.

Uno spicchio di verità che turba e probabilmente offende la nostra italianità, ma identifica senz’ombra di dubbio la reale condizione di allora. La registrazione non è delle migliori, la voce di Delia in alcuni momenti è lontana, pare che provenga da quei giorni, i particolari del racconto sono tuttavia precisi, i luoghi individuati e verificati, i fatti sono narrati con coerenza e vissuti con dolce e delicata tristezza.

«Sono Delia Pantiferi e vi racconto quello che accadde alla mia famiglia nei giorni 12-13 aprile del 1944.

Era mercoledì mattina del 12 aprile, le mie due sorelle, Anita e Dilva erano scese al Ponte, alla nostra casa, io e la mamma eravamo rimaste a Vallucciole, passavano le ore e non le vedevamo tornare, fu così che decidemmo di scendere per comprendere il perché di tanto ritardo.

Arrivate a Serelli, incontrammo la zia Rosa, lo zio Olinto e la Maestra d’Arezzo, la zia disse alla mamma:

«Nella… le tue figliole… i tedeschi le hanno fatte salire su di un camion e… portate via!»

La mamma rispose: «Ovvia… andiamo a vedere!» Scendemmo lungo il sentiero e attraversato l’Arno giungemmo a casa nostra, le porte erano tutte aperte, ma dentro non c’era nessuno, prendemmo un materasso, due fiaschi di vino, una mezza balla di grano e andammo verso “Casa Becone”.

Arrivate al casolare, la Maria Ragazzini e suo marito Angelo c’invitarono a restare con loro, accettammo, eravamo sole, tristi e digiune. Nel pomeriggio, alcune ore dopo che eravamo giunte a casa dei Ragazzini sentimmo bussare alla porta, una voce da fuori disse:

«Aprite… aprite… sò il Dolfo!»

Aprimmo, il babbo era tutto trafelato, entrò immediatamente in casa e rivolgendosi a noi, alla Maria e ad Angelo, disse con voce concitata che dovevamo andare via, voleva portarci via ad ogni costo ma nessuno volle muoversi, lo riprese la mamma dicendogli che mancavano le due figliole e se fossero tornate come avrebbero fatto?

Allora lui rispose:

«Va bene… restiamo qui per la notte, ma domattina presto… all’alba… andiamo via, tutti!».

Arrivò l’alba, i soldati erano già davanti a casa, il babbo riuscì a darsi alla fuga uscendo dalla porta posteriore del casolare, imboccò di corsa il sentiero che scendeva verso l’Arno, i militari lo videro e gli spararono molti colpi, la mamma disse: «Oddio… lo hanno ammazzato!»

Immediatamente alcuni di loro entrarono in cucina con i mitra spianati, ricordo che tenevo il mio cappottino rosa sotto il braccio, uno di loro me lo prese scaraventandolo sotto la tavola, ero sconvolta e dissi: «Mamma… mi sento male!»

Il soldato rispose a tono dicendo: «Ora… te la do io la medicina!»

Era un italiano, comprese benissimo quello che avevo detto, rispondendo a tono e senza la minima cadenza straniera.

Un tedesco ci condusse fuori, un altro ci disse a bassa voce: «Andare via… andare via!»

e con la mano faceva il gesto di andarcene, ma eravamo disorientate e incerte, c’erano tanti soldati e non sapevamo cosa fare. Tra di loro riconobbi un fascista, il Sig. U. di Papiano, poi vidi il Sig. G.A. di Stia e il Sig. M sempre di Stia. Fu allora che la mamma, la Maria ed io attraversammo la loggia di Casa Becone e prendemmo il sentiero che portava all’Arno, mentre scendevamo fra i massi ebbi l’istinto di voltarmi per vedere cosa accadeva, mi girai, fu un attimo, c’era un uomo vestito da militare in piedi sullo scoglio sopra noi, imbracciava il mitra, vidi il suo volto e lo riconobbi era il Sig. D.V. di Stia. Urlai come una pazza verso la mamma e la Maria, le parole furono coperte dalla raffica del mitra, la mamma cadde bocconi colpita alla testa, la Maria rantolava ferita a morte, udii i lamenti, inciampai e persi l’equilibrio, caddi, rotolai sotto un balzo picchiando la testa, ho ancora il bozzolo sul capo, persi i sensi e restai per molte ore svenuta, lì, sotto quel greppo, era la mattina del 13 aprile.

Nel pomeriggio, dopo alcune ore un boato assordante come un colpo di cannone mi svegliò, ero intirizzita e atterrita, la mamma giaceva a terra, uccisa dai proiettili e la Maria era morta.

Non riuscivo ad alzarmi, fu allora che vidi un soldato tedesco avvicinarsi, ero sconvolta e impietrita, si piegò su di me, mi mossi aprendo gli occhi, lui stolzò facendo un passo indietro, si avvicinò di nuovo mi prese le mani e tentò di rialzarmi, le gambe non mi reggevano, per più volte mi sostenne e quando riuscii a restare in piedi mi guardò e rivolgendosi verso la mamma e la Maria disse:

«Kaput… Kaput… tua mama…tua mama? Risposi di sì e gli vennero le lacrime agli occhi.

Mi arrabbiai ero furiosa, piangevo e con i pugni chiusi lo picchiai più volte sul petto dicendo:

«I tuoi camerati… hanno ucciso la mia mamma!

Lui rispose con voce alterata: «No miei camerati avere ucciso… ma tuoi camerati!».

Poi mi fece capire di rimettermi sdraiata per terra fingendo di essere morta, ubbidii dalla paura, c’erano dei soldati che stavano guardando nella nostra direzione, avevano i cannocchiali. Mi sdraiai e piena di paura attesi, dopo pochi minuti il tedesco ritornò accompagnato da un graduato, un maresciallo forse, mi portarono con loro, ma fatti pochi metri girai e andai a cercare qualcosa nelle tasche della mamma, non sapevo quello che stavo facendo, ero rimasta sola, mi presero per le braccia e andammo verso il Ponte.

Si faceva bruzzico, incontrammo un gruppo di soldati, passammo tra le autoblindo, seguivo il maresciallo e dietro a me camminava l’altro tedesco, quando giunsi a fianco di un automezzo una voce disse: «Si sono comportate bene le tue sorelle a Villa Triste con i nostri camerati tedeschi… visto che le hanno rilasciate!».

Mi voltai verso quella voce, non comprendevo la frase perché non sapevo cosa era successo alle mie due sorelle, vidi un uomo appoggiato al blindato, portava il cappello nero e indossava un trench lungo e nero, cercai il suo viso tra il bavero e il cappello, un ghigno vi era stampato sopra, lo riconobbi era il Sig. O.L. di Stia.

Passai oltre, i due soldati mi accompagnarono ad una camionetta, mi fecero salire e dissero al conducente di portarmi al paese. Giunti a Stia l’autista non si fermò e proseguì fino a Pratovecchio, non sapeva nemmeno la strada, attraversammo l’Arno, poi si rese conto che aveva sbagliato, girò e mi trasportò al paese lasciandomi “al Gioco”, oggi Piazza Mazzini.»

Termina qui il racconto della Delia, resta solo da riferire il presupposto che determinò l’uccisione di Maria Nella Marchi.

I coniugi, Pasquale Pantiferi detto Adolfo e Maria Nella Marchi, nel dicembre del ‘43, erano stati condannati al domicilio coatto fino al 30 aprile ’44, per aver nascosto ed aiutato dei soldati alleati. L’autorità giudiziaria di allora aveva imposto ad entrambi la limitazione della libertà con l’obbligo di recarsi tutti i giorni alla Caserma dei Carabinieri di Stia per apporre la firma.

La pena per Maria Nella Marchi sarebbe terminata a giorni, ma lei non giunse mai alla fine del mese, una sentenza di morte era già stata pronunciata a sua insaputa dai fascisti di Arezzo e del suo paese fin da novembre del ‘43, quando lei venne arrestata e la sua casa utilizzata come base per l’agguato ai partigiani del Casentino, in quella notte perse la vita il primo resistente aretino, Pio Borri.

Chi era il Sig. D.V.?

Sfogliate il n. 168 di Casentino2000 del novembre 2007 e andate a pag. 41, troverete il nome del comandante fascista che guidò l’agguato, la sua descrizione è evidenziata in grigio e afferma così:

(Vecoli Emilio Alcitrade, nato ad Arezzo il 13-10-1909, iscritto al PNF dal 1926, Comandante del fascio giovanile di S. Firmina – Aiutante in 1a del fascio giovanile di Arezzo – Appartenente alla GNR – Comandante SS ad Arezzo – Sposato a Stia con la Sig.ra N.V. sorella del Sig. D.V. noto esponente del fascio.)

L’esecuzione di Nella Marchi avvenne la mattina del 13 aprile ‘44, Maria Ragazzini era con lei, si trovò nel posto sbagliato nel momento sbagliato, perciò venne uccisa, Delia Pantiferi invece inciampò e cadde, batté violentemente il capo e perse i sensi.

(Giancarlo Zavagli – tratto da CASENTINO2000 nr. 173 e 174 di aprile e maggio 2008)

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