di Andrea Biagini – Parliamo di un argomento interessante grazie a Paolo Tuccitto, professionista che si occupa di tecnologie legate allo smaltimento dei rifiuti, e che collabora con il Dipartimento per lo Sviluppo delle Economie Territoriali, Osservatorio delle Piccole e Medie Imprese, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri di Roma, presieduto dal dottor Carlo Capria. La sua attività, appunto, è quella di diffondere nuovi sistemi e tecnologie legati alla produzione di energia termica ed elettrica tramite il trattamento dei rifiuti, compresi quelli solidi urbani.
L’innovazione parte con un processo fondamentale: la preparazione del rifiuto solido urbano attraverso un’attività di triturazione e sterilizzazione, conosciuta come “metodo di calore umido”, che consiste nel tenere per un certo tempo i rifiuti da trattare ad una temperatura sufficientemente alta in presenza di acqua. Prima di essere destinato alla combustione o alla discarica, il rifiuto dovrebbe essere trattato e sterilizzato. Il processo, dura circa 20-30 minuti e si divide in varie fasi. Il rifiuto indifferenziato viene caricato all’interno di una cella di sterilizzazione nella sua confezione originale. Dunque, il trattamento non necessita di una raccolta differenziata, ed anche il processo legato agli investimenti in impianti per la separazione dei rifiuti non sarebbe necessario. Potremmo però recuperare i materiali più facilmente riciclabili, come l’alluminio ed il vetro. Poi, si procede con la triturazione, mediante un rotore che gira sempre più velocemente, fino a raggiungere una temperatura di 100 C°. Il calore, generato per attrito, causa l’evaporazione dell’umidità presente nel rifiuto. A tal proposito, è importante sapere che il rifiuto organico presenta circa il 60-70% di acqua, e quindi ciò che trasportiamo con gli automezzi è in gran parte composto dal liquido. Una volta che tutta l’umidità è stata estratta, il calore generato fa salire ulteriormente la temperatura a 150 C°: è la fase di surriscaldamento. Successivamente abbiamo la fase di sterilizzazione: la temperatura all’interno dell’impianto viene mantenuta a circa 151 C° per 3 minuti, e quindi il rifiuto viene bagnato con acqua, che entrando in contatto con il materiale presente all’interno della camera, diventa vapore, e non appena accade viene sostituita. Poi c’è il raffreddamento, che fa abbassare la temperatura fino a 100 C°. Infine il materiale trattato viene scaricato grazie alla forza centrifuga presente nell’impianto. Durante l’iter, il rifiuto indifferenziato si riduce per almeno il 70% del suo volume ed assume una forma paragonabile alla sabbia, divenendo un vero e proprio combustibile con potere calorico molto elevato, paragonabile all’incirca a quello di un carbone fossile. La polvere può essere utilizzata in diversi modi. Ad esempio può essere “bricchettata”, ovvero trasformata da una grossa pellettatrice in grossi cilindri che potrebbero essere, visto che si tratta di un prodotto sterile ed asciutto, confezionati anche per il lungo periodo.
Parlando invece di tecniche per la combustione del rifiuto, una decina di anni fa un’importante società italiana ha brevettato un nuovo e particolare sistema, detto ossicombustione, cioè un processo di combustione pressurizzato senza fiamma. Nato per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi industriali, è stato poi esteso al carbone zero emissioni e alle biomasse di qualsiasi tipo. Questo tipo di combustione con ossigeno liquido è una delle tecnologie più innovative al mondo ed è conosciuta come tecnologia ad emissioni zero. Il rifiuto viene immesso con un sistema di pompaggio a pressione assieme all’ossigeno liquido nella camera di combustione, e dal processo si ottiene la produzione di energia ad alto rendimento e a bassissimo impatto ambientale. Si inquadra nel progetto zero emissioni, grazie al trattamento dei rifiuti e al recupero energetico ad alto rendimento e quindi, al trattamento dei fumi. La matrice rifiuto è alimentata da un combustore e nella caldaia avviene una reazione chimica assieme ad ossigeno liquido ad elevata temperatura, che raggiunge i 1700 C°. I tempi di combustione durano 1-2 secondi: un impianto piccolo che elimina in pochissimo tempo grandissime quantità di rifiuto. La tecnologia ha un impatto in termini di emissioni in atmosfera notevolmente ridotto, con tenori di anidride carbonica prossimi allo zero: non c’è neppure il camino. I gas acidi vengono eliminati totalmente nella sezione fumi. Il processo garantisce anche l’assenza di produzione di polveri sottili, e quindi di emissioni dannose per la salute, quando la maggior parte degli inceneritori ha il problema dello smaltimento delle ceneri incombustibili.
La sterilizzazione del rifiuto ed il processo di ossicombustione si qualificano come le tecnologie più innovative: possono garantire l’assoluta eliminazione delle discariche, il rispetto per l’ambiente e, contestualmente, la produzione di energia termica ed energia elettrica.
Vediamo come ciò potrebbe essere utilizzato in un territorio come il nostro. Gli impianti per la sterilizzazione possono essere anche di piccole dimensioni e trasportabili e, per un territorio come quello del Casentino, il processo, tutto sommato, si sposerebbe benissimo, per il fatto di confezionare un prodotto in maniera diversa, ottenendo qualcosa di sterile e non inquinante. Per quanto riguarda, invece, l’ossicombustione, gli impianti non possono essere di piccole dimensioni: devono avere una certa portata e smaltire circa 30-40 mila tonnellate di rifiuto. L’esempio di una città come Arezzo sarebbe ideale: 100.000 abitanti per 50.000 tonnellate di rifiuto, con l’impianto che produrrebbe 5 megaWatt di energia elettrica e 15 megaWatt di energia termica.
Nel concreto, Tuccitto ha proposto ad Aisa (Arezzo Impianti e Servizi Ambientali S.p.A), nell’ordine, di triturare il rifiuto, di miscelare e triturare il compost, da loro prodotto con la raccolta differenziata, con della biomassa legnosa, ottenendo un combustibile pellettizzato e asciutto da destinare agli impianti di combustione, e l’impianto ad emissioni zero. Ha avuto dei colloqui con l’amministrazione comunale di Arezzo, con apparente interesse, ma lo scenario è cambiato: le competenze a riguardo non sono più del Comune e di Aisa, ma della struttura alla quale essa appartiene, Progetto6, che gestisce, o gestirà, trattamento e smaltimento dei rifiuti nelle provincie di Arezzo, Siena e Grosseto. Ha avuto un incontro con l’a.d. del gruppo, ma non ne è uscito niente di concreto.
Stuzzichiamo Tuccitto anche sul tema delle centrali a biomasse. Ci risponde di aver ricevuto un protocollo di intesa della Regione Toscana, nel quale si prevede di installare nel territorio toscano centrali a biomasse legnose prodotte da filiera corta, visto che la regione ha molte foreste e molto legno utilizzabile per questo tipo di attività. Sua opinione è che, parlando di impianti innovativi, una tecnologia ad emissioni zero possa essere applicata anche per le biomasse, comprese quelle legnose. Non sarebbe dunque contrario ad adottare un’energia totalmente innovativa, senza impatto ambientale ed emissioni in atmosfera. Ma nel protocollo si fa riferimento a normali centrali a biomassa, gassificatori o caldaie, ed occorrerebbe vedere quali sono gli impianti e le tecnologie applicate per poter dare un parere favorevole o contrario.
Impianti che producono energia elettrica e termica, dunque ricchezza, consentirebbero di avere risorse economiche tali da poter ammortizzare i costi di raccolta, senza contare che, con tali tecnologie, i rifiuti andrebbero direttamente in un impianto che produrrebbe energia, con i costi per il conferimento in discarica che si tramuterebbero in guadagno.
Il punto è che esistono tecnologie e sistemi per lo smaltimento che potrebbero portare all’eliminazione della tassa sui rifiuti.
Parliamo appunto della temibile TARES (Tariffa Rifiuti E Servizi), che prenderà il posto della TIA e della TARSU, e peserà molto su famiglie ed imprese. Secondo un articolo di Panorama.it, datato 04/04/2013, per le abitazioni residenziali ci saranno aumenti tra il 20 e il 40% nell’80% dei comuni italiani. Un vero e proprio salasso per commercianti ed aziende: secondo Confcommercio l’aumento sarà del 60% in più per la maggior parte dei dettaglianti, con rincari record per alcune categorie. Colpa della struttura dell’imposta, che non dovrà finanziare solo le attività di smaltimento rifiuti, ma anche i servizi indivisibili, come l’illuminazione pubblica e la manutenzione delle strade. Attività che i sindaci pagavano grazie ai trasferimenti statali e che, adesso, saranno a carico delle loro amministrazioni. La novità sta appunto, oltre all’imposta sui rifiuti di base, nella maggiorazione di almeno 30 centesimi al metro quadro per finanziare, appunto, i servizi indivisibili dei comuni. Sembra che tale maggiorazione scatterà solo da dicembre, con la terza rata della nuova imposta. Ma la mazzata arriverà comunque.
Chiediamo a Tuccitto un parere sul tema. Per quanto riguarda i servizi indivisibili, ci dice che, innanzitutto, ci sono società che garantirebbero agli enti pubblici la sostituzione dei vecchi impianti di illuminazione con luci al led, che consentirebbero il 70% di risparmio nell’illuminazione pubblica. E che all’estero esistono società che dal trattamento di rifiuti e pneumatici fuori uso, tramite uso di additivi, ottengono un prodotto simile all’asfalto.
L’esperto parla anche dell’interessante idea di un compostatori elettromeccanici per famiglie ed attività, per smaltire l’organico per conto proprio, con sconti sulle tariffe che dovrebbero essere applicati in questi casi. Il compost, di qualità, potrebbe essere ritirato da società autorizzate, o utilizzato per uso privato. Anche perché il vero fattore inquinante è determinato dal contatto tra il rifiuto organico in decomposizione con carta e plastica, che comporta la creazione di “percolato”, sostanza che penetra nelle falde acquifere, contaminandole. Si potrebbe così creare lavoro ed evitare l’inquinamento.
Detto questo, l’idea dell’esperto sarebbe quella di eliminare la TARES. Ma come? Abbiamo diffusamente parlato degli impianti innovativi, ma come potremmo andare a finanziarli? Se fossero i cittadini i principali investitori e finanziatori, avremmo un negozio giuridico chiamato “azionariato diffuso o popolare”.
In Europa viene utilizzato nel settore delle attività sportive o agonistiche. Negli USA ci sono addirittura grosse società quotate in borsa il cui capitale è un capitale diffuso. La stessa cosa potrebbe essere adottata nel campo dello smaltimento dei rifiuti, con l’acquisto di un impianto di ultima generazione, tramite azionariato diffuso, con un investimento spalmato e ripartito su tutti i cittadini.
Come detto, una città come Arezzo (100.000 abitanti) potrebbe produrre 40-50 mila tonnellate di rifiuto. L’impianto, prodotto da una società italiana, costerebbe più o meno 30 milioni, assorbirebbe dalle 30 alle 50 mila tonnellate di rifiuto, producendo energia termica per 15 megaWatt ed elettrica per 5 megaWatt. Gli abitanti lo acquisterebbero con una quota media di 300 euro a persona.
Oppure, dividendo per famiglia (ad Arezzo sono oltre 44 mila), con meno di mille euro. Con 40 milioni, oltre a comprare l’impianto, ne rimarrebbero 10 di fondo cassa, per ammortizzare gli iniziali costi di raccolta e di personale. In ogni caso, l’energia termica generata potrebbe essere utilizzata per il teleriscaldamento, adeguando gli impianti domestici anche con l’ausilio di fondi comunitari.
E quella elettrica, così come la termica, messa a disposizione delle famiglie o venduta per ammortizzare i costi che la società, composta dai cittadini, dovrebbe sostenere.
Per la gestione potrebbero essere messi in rete costi e rendimenti, e con una password si potrebbe accedere al bilancio della società, che avrebbe un c.d.a composto da persone di livello scelte dai cittadini. La TARES non avrebbe più quel peso economico, considerando anche che le famiglie, sempre più in difficoltà, rischiano di non riuscire a pagarla, e la creazione di tanti micro impianti garantirebbe la responsabilizzazione del cittadino e creerebbe lavoro grazie alle diverse gestioni.
Dato che l’UE ha vietato l’apertura di nuove discariche e sta imponendo sempre più il trattamento dei rifiuti da destinare in discarica, queste ipotesi potrebbero divenire sempre più realistiche, e ne potremmo trarre grandi benefici. Non solo per la tasche, ma anche per la salute.
(tratto da CASENTINO2000 – nr. 234, maggio 2013)