testo e foto di Andrea Barghi Goaskim – È notte. C’è silenzio. Gli abitanti del Casentino riposano dopo lunghe ed estenuanti giornate di lavoro, ma una presenza — qualcosa di antico eppure vivo, come un fantasma — veleggia tra le case in cerca di prede per sfamare i suoi tre pulli, che lo aspettano in un anfratto della parete dell’antico castello ormai in rovina del conte Orlando Cattani, appena sopra il paese di Chiusi della Verna. Un luogo ideale per il Toardnaskuolfi.
Non impressionatevi, non sto parlando di un mostro; già dalle foto avete capito di quale animale si tratta. Perché ho scelto questo nome, che i Sami del nord della Lapponia svedese gli hanno dato? Perché, a dispetto del nome italiano, esso non sminuisce l’essenza stessa di questo antico strigiforme. Infatti il nome barbagianni deriva da una forma settentrionale dove barba sta per “zio” e Gianni per Giovanni. Per i Sami, invece, un nome non serve soltanto a chiamare una creatura. Serve a evocarla. E Toardnaskuolfi non è semplicemente il nome di un uccello della notte. Dentro quelle sillabe vive il rumore del vento sulle tende di pelle, il battito d’ali sopra la neve, il silenzio delle foreste artiche illuminate dalla luna.
“Barbagianni” descrive un animale. “Toardnaskuolfi” richiama invece una presenza. I Sami, pur non avendolo quasi mai visto, hanno intuito l’importanza della sua esistenza su questo pianeta. Quel nome fa pensare a un dio perduto dentro un romanzo, senza nemmeno spiegare cosa sia. Inoltre contiene anche le sue caratteristiche e il suo mondo: gufo pallido, volto luminoso, presenza fantasma. E possiede una musicalità fortissima, antica, rituale; sembra il nome di uno spirito della notte… che poi, in fondo, è ciò che realmente appare.

Per i Sami il Toardnaskuolfi — il barbagianni — sembra arrivato dal vento in una notte di tempesta, oppure dal fuoco acceso dentro una tenda mentre si raccontano storie a bassa voce. Nel bosco non tutti gli animali arrivano facendo rumore. Alcuni appaiono all’improvviso. E il fantasma della notte è tra questi. I suoi occhi neri come la pece, vuoti e profondi allo stesso tempo, ne evocano il mistero. Chi ha la fortuna di incontrarlo si rende conto che sembra essersi materializzato dal buio.
Eppure la cosa che più mi fa amare questo strigide è un’altra: questi magnifici gufi sono monogami e, una volta trovato il compagno o la compagna, tendono a rimanere insieme per tutta la vita. Se uno dei due viene a mancare, il superstite cerca quasi immediatamente un nuovo compagno per garantire la sopravvivenza dei propri pulli.
Perfino il buio profondo della notte sembra rispettarlo. Prima di oscurare la valle del Casentino, aspetta l’arrivo del Toardnaskuolfi, permettendogli di volteggiare silenziosamente tra le abitazioni dei paesi in cerca di cibo per i suoi piccoli.
Il Toardnaskuolfi mi apparve alle 02:13 di una notte senza luna. Né io né il bosco lo sentimmo arrivare. A un certo punto semplicemente era lì. Immobile. Vivo come una creatura reale, eppure irreale come un ricordo antico.


