di Terenzio Biondi – Il Fosso di Garliano mi ha sempre regalato giornate meravigliose, sin da piccolo, quando il mio nonno Nello mi portava a fare il bagno nella Pozza della Rota, e siccome io non sapevo nuotare (e lui neppure), mi “legava” con una grossa fune sotto le ascelle, sì che poteva tranquillamente tirarmi a riva in caso di pericolo, se perdevo il contatto con la grossa zucca gialla che, per stare a galla, tenevo saldamente avvinghiata con le braccia a mo’ di salvagente, mentre con le gambe cercavo di spingermi verso il centro della pozza ove l’acqua raggiungeva l’enorme profondità di… un metro.
Poi, da ragazzetto, prendevo via via confidenza con le zone più lontane del fosso, che ospitava un numero incredibile di laschette, ghiozzi, barbi… Con la mia canna di bambù passavo tutta l’estate a pesca nel fosso, fra Sala di Spalanni e il Mulino di Garliano, e i fritti di ghiozzi e di laschette che la nonna Maria cucinava erano semplicemente deliziosi. Come deliziose erano le merende a base di fragoline di bosco (numerose a maggio lungo le rive), more (a settembre), e anche qualche susina, pera e mela delle piante da frutto nei campi di Capotrancioli.
Come era bella la spianata di Capotrancioli! I campi lavorati arrivavano a lambire il torrente, colmi di patate, zucchine, fagioli e fagiolini. E gli alberi da frutto… che spettacolo! Ciliegi, susini, peri, meli… e lassù, vicino alla casa dei contadini, giganteschi noci e castagni. E lontano, in cima al poggio, i campi del podere “Paradiso”, pieni di verdi ulivi, e il fumo che usciva dal camino della casa disegnava nel cielo azzurro quasi un sentiero biancastro… All’inizio degli anni sessanta la zona è stata abbandonata e in pochi decenni il bosco, centimetro dopo centimetro, si è ripreso gran parte dei campi lavorati, e il torrente con le sue piene ha eroso gli argini fatti con pietre a secco.
Ma gli alberi da frutto ci sono, ci sono ancora. L’anno scorso di settembre ci sono tornato, a Capotrancioli, a pesca. Mi batteva forte il cuore quando ho attraversato il ponticello di legno e poi dal torrente mi sono diretto verso la casa, col tetto crollato, sommersa dai rovi. E lassù in alto… sì sì… si vedevano ancora i campi… sì… e i muri della vecchia casa del podere “Paradiso”.
Sdraiato per terra, a occhi chiusi, ripenso a tanti anni fa, quando attutivo i morsi della fame con qualche piccola, rossa, fantastica mela “nesta”. Sento in bocca il sapore dolcemente aspro della mela nesta… la lingua si muove… Apro gli occhi… ma… ci sono… ci sono ancora… laggiù in fondo al campo… uno, due, tre… sì… tre vecchi, giganteschi meli, con qualche ramo secco ma con tanti rami carichi, anzi stracolmi di piccole rossissime mele.
Ne assaggio lentamente una, poi un’altra; ne divoro una terza e poi ancora un’altra. Poi – mi viene istintivo – prendo lo zaino vuoto (non avevo catturato nemmeno una trota sopra misura), lo riempio con tutte le mele che riesco a cogliere e… via… a casa, di corsa, contento come un ragazzino. Con quelle mele ci ho mangiato una settimana e le ho fatte pure assaggiare a tutto il vicinato. Ho già deciso: a settembre dell’anno prossimo ci torno, a Capotrancioli, almeno un paio di volte.
E le piccole mele neste che raccoglierò e porterò a casa, le stenderò tutte in cantina sopra delle balle o qualche asse di legno. Così sistemate si manterranno intatte per alcuni mesi e tutte le sere, seduto in poltrona davanti alla televisione, me ne gusterò un paio, lentamente, a occhi chiusi.
E sentirò il rumore dell’acqua del Fosso di Garliano, e vedrò distintamente i vecchi alberi da frutto della spianata di Capotrancioli e lassù, lontano, a un passo dal cielo azzurro, il mio “Paradiso”…

I RACCONTI DEL TORRENTE Storie vere, leggende, incontri… nei torrenti del Casentino è una rubrica curata da Terenzio Biondi


