di Cristina Li – L’improvvisa e obbligata omologazione – inaspettatamente più violenta di quella che di solito ci viene bonariamente offerta dall’industria del consumo, poiché questa volta siamo stati costretti a viverla secondo coercizioni legislative – alle regole dettate dai governi negli ultimi due mesi ci ha messo di fronte a un oggi che mai è stato così presente e un domani ignoto su cui mai così tante persone contemporaneamente sembrano essersi interrogate tutte insieme. L’uno e l’altro, nonché l’oggi lentamente vissuto e il domani utilmente posto in dubbio, sono ciò di cui abbiamo parlato con Fiamma Baldini, studentessa casentinese che si trova oggi in Spagna per un progetto di doppio titolo di laurea in Psicologia.
La seguente intervista vorrebbe aprire – come spesso hanno cercato di fare i racconti dei casentinesi all’estero – una piccola finestra sul mondo; un mondo, questa volta, un po’ più vicino e simile a quello della nostra vallata, viste le comuni mura domestiche dentro cui stiamo tutti limitando le nostre quotidiane attività.

Come hai vissuto l’evolversi della situazione d’emergenza dal momento della partenza a oggi?
«Alla mia partenza da Milano, il 20 febbraio, è seguita la pubblicazione delle prime notizie circa i contagi a Codogno. È per questo che, una volta arrivata a Siviglia, ho deciso volontariamente di sottopormi a un periodo di quarantena, rimandando così l’inizio delle lezioni e del tirocinio. Intanto, in Italia i numeri aumentavano e le principali zone del nord colpite dal coronavirus sono state dichiarate ‘rosse’. Le notizie, che seguivo sulle piattaforme social e d’informazione online, riportavano video di corse alle stazioni ferroviarie per tornare a casa, foto di supermercati vuoti e di file infinite. Terminato l’isolamento volontario, ho iniziato a frequentare i corsi e a svolgere l’attività di tirocinio, ma le prime preoccupazioni per la diffusione del virus cominciavano a farsi sentire anche in Spagna. La vita ‘normale’ è durata una settimana, dopodiché si è diffusa la notizia del primo focolaio a Madrid e dell’intera Italia dichiarata zona protetta. Tra il 13 e il 14 marzo hanno dichiarato anche in Spagna la chiusura di scuole, negozi, cinema, ristoranti… ed è così che è cominciata la mia seconda quarantena. Nel frattempo, non ho mai smesso di seguire le notizie dall’Italia e, soprattutto, non ho mai smesso di sentirmi vicina a casa e di commuovermi per il mio Paese. Come in Italia, anche qua, tutte le sere alle 19:58, applaudiamo, suoniamo, cantiamo per mezz’ora dalle finestre di casa ed è un appuntamento che tutti attendiamo ogni giorno perché riempie il cuore sapere di non essere soli».

Quali misure sono state adottate in Spagna con l’avanzare dell’epidemia?
«Sono state prese le stesse misure restrittive dell’Italia, ma senza fasi graduali: al momento di prendere una decisione, la Spagna ha optato direttamente per la chiusura totale delle attività e le restrizioni alle uscite dal proprio domicilio. Pochi giorni prima, io già uscivo con guanti e mascherina e sentivo di sembrare strana agli occhi degli spagnoli; poco dopo, però, quasi tutti hanno cominciato a indossarli. È stato tutto molto rapido. Purtroppo non ho avuto il tempo di conoscere né le persone né la città e vivo la realtà esterna soltanto attraverso le notizie dei giornali, le comunicazioni da parte dell’università e le poche spedizioni all’aria aperta per fare la spesa. A oggi, sappiamo per certo che non è previsto il rientro all’università e tutte le lezioni si svolgeranno online fino al loro termine. Un’apposita piattaforma permette ai professori di comunicare con gli studenti tramite webcam e microfono; i docenti che non la utilizzano, condividono online il materiale didattico da studiare. Nonostante alcuni piccoli problemi tecnici in cui incorriamo ogni tanto, trovo che la soluzione tecnologica, al momento, stia funzionando. Resterò qua fino alla fine del progetto, prevista per settembre, in attesa di poter riprendere l’attività di tirocinio e la stesura della tesi».

L’esteso uso della tecnologia e di internet nella gestione delle attività universitarie e, in generale, scolastiche sta mettendo alla prova non solo docenti e studenti, ma anche e soprattutto l’intero sistema dell’istruzione, nei suoi aspetti organizzativi e formativi. Credi che questa situazione stia già influenzando la mente e le abitudini dei suoi principali attori? Permarrà e non sarà soltanto temporanea, modificando profondamente le prossime generazioni?
«Credo che la tecnologia, in questo momento, ci stia dando un grande aiuto e stia funzionando piuttosto bene. Penso, però, che a lungo andare le strategie che stiamo usando adesso non saranno efficaci. In questo momento di emergenza, la tecnologia risulta fondamentale e unico mezzo cui ricorrere, ma in futuro dovremo continuare a usarla solamente come appoggio e alleato alla didattica, come è stato fatto finora con i registri elettronici, le lavagne multimediali, etc. Le relazioni ‘faccia a faccia’ sono fondamentali nella vita delle persone e a maggior ragione per bambini, adolescenti e giovani adulti in formazione. Spesso impariamo molto più dagli scambi con gli altri che studiando le pagine di un libro: impariamo a vivere, a stare al mondo. Sento di poter confermare ciò anche alla luce della mia attuale esperienza a Siviglia: sto frequentando lezioni online condivise con professori e compagni che ho visto un paio di volte o non ho mai incontrato. Non conosco nessuno e, in questo modo, è difficile condividere idee, progetti, lavori.
Un futuro in cui questa realtà possa diventare la normalità sarebbe destabilizzante sia per gli insegnanti sia per gli studenti, perché non avere idea di chi ci sia dall’altra parte di uno schermo condiviso non aiuta a creare rapporti interpersonali, di cui solidità e complicità sono elementi fondamentali affinché l’istruzione sia efficiente».

(tratto da CASENTINO2000 | n. 318 | Maggio 2020)