Costanza Galastri è nata a Soci, nel Comune di Bibbiena, ma ormai, fino dal 1997, vive e lavora negli USA. Attualmente risiede a Washington D.C. dove opera da subject matter expert per i vari Ministeri (Departments) del governo americano, o con altre Organizzazioni o Stati, nell’ambito del coordinamento della pianificazione e risposta alle emergenze e della sicurezza. In passato Costanza ha lavorato principalmente per il Department of Homeland Security e la Federal Emergency Management Agency (FEMA), che è l’Agenzia che coordina la risposta federale ai disastri, e dirige la pianificazione d’emergenza, per garantire la continua funzionalità del Governo Federale durante e dopo una catastrofe. Da circa 3 anni Costanza collabora con il Department of Health and Human Services (HHS) (ministero della Salute), ma ha partecipato con moltissime organizzazioni alla redazione di piani e progetti sulle tematiche dell’emergenza e della sicurezza.

Come vengono affrontate le emergenze negli USA?
«Negli USA è diffusa la cultura della pianificazione delle emergenze; questi piani e progetti riguardano non solo l’intero paese, ma possono riguardare singoli Stati o situazioni particolari e specifiche (ospedali, scuole, dipartimenti ministeriali, città, carceri, istituti…). Quindi i piani di risposta e di programmazione delle emergenze si muovono su vari livelli che sono interconnessi.
Ogni anno HHS coordina una esercitazione a livello nazionale con il coinvolgimento di vari Stati, basata su uno scenario ipotetico scelto in base alle probabilità di rischio (terremoti, calamità varie, attacco con gas, con bombe sporche, uragani ecc…).
Lo scorso anno questa esercitazione è stata chiamata “Crimson Contagion 2019” e lo scenario che era stato prescelto era proprio un evento pandemico generato dalla diffusione di un virus letale originato in Cina che, in meno di 2 mesi, avrebbe infettato 110 milioni di americani, provocando mezzo milione di decessi.»
Costanza ha avuto un ruolo nella pianificazione dell’emergenza relativa all’evento simulato, avendo redatto il piano di preparazione e risposta alla pandemia per la Administration for Children and Families (ACF) che è una divisione del Department of Health and Human Services (HHS). Inoltre, in preparazione per l’esercitazione, Costanza ha organizzato e condotto training per il personale, della emergenza e non, del Ministero.
La scelta del tema pandemico era stata decisa molto prima della esplosione della pandemia dovuta al virus Covid 19; la scelta di un virus con origine cinese non è stata una scelta casuale.
Quindi con la diffusione del Covid 19 Costanza è stata contattata, come esperta che aveva partecipato al progetto, per la pianificazione delle risposte possibili e per le modifiche e la riorganizzazione del piano stesso che era stato previsto molto prima dell’avvento del Covid 19.

Quali sono le differenze tra i sistemi sanitari e di protezione civile americano ed italiano?
«E’ nota la organizzazione del sistema sanitario americano, che funziona attraverso assicurazioni private, stipulate dagli stessi soggetti privati, aziende o uffici dove questi lavorano ed è nota la situazione esistente che riguarda lo scontro sul modello da applicare nel servizio sanitario.
La qualità tecnica del sistema sanitario americano è ottima, così come la ricerca, maggiormente curata rispetto all’Italia. Il vero problema americano è la copertura delle prestazioni sanitarie che non viene assicurata a tutti i cittadini.
A differenza dell’Italia, comunque, funziona con maggiore tempestività il sistema di protezione civile che, in caso di emergenze, è affiancato da vari organismi, come per esempio l’United States Army Corps of Engineers (USACE). Questo Corpo degli Ingegneri è un Ente militare, parte del Department of Defense (Ministero della Difesa), composto da circa 37.000 dipendenti civili e militari, il che lo rende uno degli Enti pubblici di ingegneria, progettazione e gestione delle costruzioni più grandi al mondo. L’USACE è in grado di intervenire con grandissima efficienza e tempestività non solo in ambito militare, ma anche civile.
Così è avvenuto in passato, in varie occasioni, come l’11 settembre, l’uragano Katrina ecc… In questa contingenza poi gli USA ed altri paesi sono stati favoriti dal fatto che gli eventi si sono verificati dopo che in altre aree (come la Cina, ma anche l’Italia) sono state sperimentate soluzioni e provvedimenti.
Di diverso c’è che il sistema federale americano è composto da Stati che hanno una forte autonomia e quindi i provvedimenti messi in atto possono variare molto da Stato a Stato. Poi in America la popolazione si muove molto ed è molto difficile confinare l’americano medio, o quello che lavora.
I focolai comunque si sono concentrati soprattutto nella città di NY ed in California e queste sono le situazioni che preoccupano di più.»

Quali sono le differenze tra Italia ed USA nella gestione della informazione e nelle preoccupazioni dei cittadini?
«Ho visto che in Italia i mass media trasmettono in continuazione appelli e consigli per la salute; è evidente che esiste una maggiore preoccupazione per il problema salute, rispetto al problema economia.
Negli USA è esattamente il contrario. L’americano medio è preoccupato per il lavoro, perché non esistono meccanismi di solidarietà forti. L’unemployment, che in USA sostituisce la cassa integrazione, è diverso da Stato a Stato. Insomma è allarme rosso, soprattutto per le previsioni del prossimo futuro, per i dati sulla occupazione e tenuta del sistema industriale.
Gli americani vivono del loro stipendio e salario; è molto marginale il risparmio personale, l’accantonamento per il futuro non fa parte della cultura americana. Se si perde il lavoro si resta senza un dollaro e questo preoccupa più che il danno alla salute. L’America è preoccupata per il blocco delle attività e delle sue industrie, capace di generare una spirale difficilmente controllabile.»

E sulle elezioni americane?
«Le elezioni presidenziali si faranno il 3 di novembre. Lo scontro è sul voto per posta, per evitare il contagio. Ma c’è il voto di sbarramento dei Repubblicani, convinti che questo sistema favorirebbe i brogli e soprattutto potrebbe favorire i democratici. Comunque sarà una battaglia molto dura, senza esclusione di colpi, che si giocherà con il solito sistema: vince non chi prende più voti, ma quello che si assicurerà un numero maggiore di delegati, Stato per Stato.»

Per chiudere Costanza vuole fare alcune considerazioni.
«In Italia c’è un sistema sanitario eccellente, che soprattutto copre i bisogni di ogni cittadino, un sistema nazionale, gestito dalle Regioni. Forse la debolezza è proprio questa, perché le Regioni italiane sono numerose in un territorio relativamente piccolo (20 Regioni in un territorio più piccolo di quello della California) e quindi c’è il rischio di una frammentazione degli interventi non giustificata dai confini regionali, come si è registrato in occasione di questa pandemia. Inoltre, a seconda del sistema di scelte politiche di ogni singola Regione, c’è il rischio che il modello universale ed unico venga differenziato a svantaggio di alcune fasce di popolazione.
A me sembra che quello che manca in Italia sia proprio la cultura della pianificazione delle emergenze.
Non possiamo affrontarle, se presi alla sprovvista, con provvedimenti ed espedienti dell’ultimo minuto.
Dovrebbero essere programmati gli interventi in occasione di scenari possibili nel contesto italiano, basta pensare al rischio sismico, alle esondazioni, incendi, al rischio sanitario, alla stessa gestione delle migrazioni. Ho inoltre l’impressione che la macchina in Italia si muova con una certa lentezza, rallentata tra l’altro da una burocrazia opprimente. Ogni Regione dovrebbe avere piani che riguardano le emergenze possibili e prevedibili e lo stesso i Comuni, per lo meno quelli maggiori.
E per finire, un’ultima considerazione: ho passato gli ultimi 20 anni a specializzarmi. Adesso dedico tutta la mia capacità e competenza acquisita a beneficio della mia Nazione di adozione, cioè gli USA. Col tempo mi sono accorta che, chi si trasferisce in un altro paese, spesso viene dimenticato, ma, vi assicuro, chi va via, come me, non si dimentica del suo paese di origine. Mi sento ancora profondamente legata al mio paese. E purtroppo mi accorgo che spesso la nostra Italia avrebbe necessità di esperti che si sono specializzati ed hanno affrontato situazioni difficili e complesse in un mondo che è sempre di più un “villaggio globale”.»

(tratto da CASENTINO2000 | n. 318 | Maggio 2020)