di Matteo Bertelli – Il Casentino. Questa nostra bella vallata, con monti, colline, verdi prati con enormi croci in cima, un posto perfetto per morire, ottimo per vivere e, beh, sul fatto che sia buono o meno per suonare ci sarebbe un attimo da fare due chiacchiere.
Nonostante l’aridità del terreno, l’assenza totale dell’humus adatto per far crescere un progetto musicale che possa poi arrivare alle radio nazionali (tanto ormai il metro di misura è quello, forse già superato in importanza dalle visualizzazioni su YouTube), più ci inoltriamo a fondo nel mondo dei gruppi nascenti/emergenti della nostra vallata, più troviamo diamanti grezzi, perle nere e pozzi petroliferi. Peccato che, opinione molto personale, manchino i giusti raffinatori e, soprattutto, le giuste raffinerie.
Incuriositi, in questo numero, abbiamo deciso di rispondere a una chiamata interessante, un gruppo che non ha dischi all’attivo, un gruppo che non ha demo da farci sentire (non che le avessimo chieste, come dimostra il mio detto: “Non siamo X-Factor e non sono Mara Maionchi, anche se ci somiglio”), un gruppo cioè di quelli che a primo acchito incornici con l’eloquentissima immagine “sono alle prime armi”. E allora il lettore medio potrà giustamente chiedersi: “perché state dando spazio sul giornale a un gruppo che suona da un anno e mezzo con questa formazione, quando io e la mia street band siamo insieme da ormai vent’anni?”
Oltre al fatto che se da vent’anni suonate e nessuno vi conosce ci potrebbero essere dei problemi nelle vostre scelte pubblicitarie (non prendetevela a male, sto scherzando), i motivi per cui gli HsO si sono meritati l’attenzione del “Maionchi to Be” casentinese sono semplici: registrazioni dei live sui social e volti conosciuti.
Sul primo non c’è tanto da dire, ma sul secondo è d’obbligo fare subito una precisazione: gli HsO (“Accaso” per chi, come me, non capiva l’origine del nome) sono sì un gruppo che suona da circa un anno e mezzo insieme, ma ogni singolo membro ha un’esperienza di gruppo e un bagaglio musicale da fare invidia a tanti ragazzi loro coetanei. Alessio Falsini, al basso, e Giacomo Fognani, alla chitarra, hanno alle spalle lunghi anni di gavetta in due gruppi diversi oltre a varie e innumerevoli esperienze, stessa cosa per quanto riguarda l’altro chitarrista, Roberto Innocenti, e per le due Elisa (Rialti, alla voce, e Lombardi, alla batteria), tutti nomi, alla fine del salmo, che chi frequenta certi ambienti, diventati ormai più esclusivi di una setta segreta, conosce o ricorda di aver conosciuto.
Ma chi sono gli HsO? Ripeto, un gruppo che, nonostante la nomea che si sta creando, ha scelto di non buttarsi subito a registrare una demo è un gruppo atipico ai giorni nostri, dove le moderne tecnologie aiutano a autoprodursi, livellando verso il basso le produzioni. Quindi perché questa scelta così controcorrente?
La risposta a questa domanda ci arriva all’unisono: “Siamo una band nata per fare concerti.” Sento già le vocine dei lettori che stanno mormorando, con qualche francesismo in più che la redazione mi boccerebbe, “Grazie… Che scoperta!”. Ma cari miei, perdonatemi se torno offensivo, provate a far cozzare i neuroni e a capire il reale significato di questa affermazione: loro non fanno live per suonare, suonano per fare live.
Ed è questa la più grande caratteristica, la più bella peculiarità di questo gruppo che pian piano sta dominando la (magra!!!!!!) scena live casentinese. Provare per credere. Personalmente, sono entrato nella loro sala prove (nascosta nel cuore del cuore della vallata, dove nessuno se l’aspetterebbe) e ne sono uscito con barba e capelli completamente spettinati, come se mi fossi attaccato con una forchetta a una presa elettrica per prendere il pezzo di cocomero che vi era infilato dentro. Lì si respirava un clima rilassato, tra scherzi, parodie delle proprie canzoni e risa, fino a quando Giacomo non ha attaccato il primo riff, seguito a ruota da tutti gli altri. Ecco, a quel punto (complice la batteria di Elisa che ho commentato con un sessista “non pensavo picchiassi così forte”) l’atmosfera era già cambiata e, gusti personali, decisamente in meglio.
Loro definiscono il loro genere rock, ma dentro ci sono così tante influenze che il prodotto finale è qualcosa di fresco, di nuovo, che mantiene però la pesantezza, “l’ignoranza” – per dirla come la capiscono tutti – dei grandi classici che passano ogni tanto su Virgin Radio.
E tutto questo l’ho provato sulla mia pelle in una stanza 5X5, provate a immaginare cosa possa uscire in un concerto, in un palco dove Alessio possa mostrare la sua scarna collezione di 150 pedali, dove Elisa possa pestare su piatti e cassa più di come farebbe un genovese per preparare il pesto, e dove Elisa, Giacomo e Roberto possano alzare i volumi senza la paura di far rimanere sordo qualcuno.
Provate a immaginare. O, se vi va, provate ad andare a sentire.

(tratto da CASENTINO2000 | n. 298 | Settembre 2018)