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domenica, 5 Dicembre 2021

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Ultras Subbiano: passione giallo-blu

di Riccardo Buffetti – Nel 2009 il giornalista Tonino Cagnucci suddivideva tra le tantissime tipologie di tifosi, due macrocategorie: quelli che guardano il campo e quelli che guardano la curva. I secondi, sempre secondo lui, sono quelli che si potrebbero definire ultrà, il famoso “tifo organizzato”; appassionati di sport che si riuniscono per organizzare e far sentire il loro entusiasmo verso la propria squadra del cuore. Quasi dieci anni dopo questa considerazione, nel 2019, a Subbiano ha inizio un processo di cambio generazionale molto importante per il tessuto sociale e territoriale del paese casentinese, nell’ottica sportiva. Se vogliamo essere più precisi, da una data: il 29 settembre 2019, quando la vecchia guardia dei tifosi del Subbiano Calcio inizia a coinvolgere fra le proprie fila i giovanissimi del paese, istruendoli per consegnare loro, in un futuro non molto prossimo, le chiavi del tifo gialloblù. Questo processo ha portato a responsabilizzare e coinvolgere adolescenti, ragazzi e ragazze, del paese in una grande partecipazione sociale.
Thomas di anni ne ha 18 ed è membro del consiglio direttivo degli “Ultras” che seguono il Subbiano, e in prima persona ha vissuto l’interazione di questo passaggio di consegne.

Thomas, la carta d’identità ci dice che sei un ragazzo giovanissimo. Come nasce la tua avventura con il gruppo degli “Ultras” di Subbiano?
«Il mio primo approccio con il gruppo è coinciso con la rifondazione del 29 settembre 2019, quando sono stato inserito nella chat di WhatsApp dove veniva organizzata la trasferta per il derby di campionato contro il Capolona, partita che mancava dalle cronache e dai tabellini da oltre quindici anni e che in passato vedeva delle tribune gremite di tifosi di ambo le parti. Mi sono ritrovato tra persone che già avevano frequentato in passato altre curve come quella dell’Arezzo o della Fiorentina e che già avevano guidato i tifosi del Subbiano in passato: uniti tutti insieme per tifare! Quella partita è stata la scintilla che ha fatto accendere il fuoco e la passione in noi. Non eravamo molto organizzati per quella gara: abbiamo ripetuto due/tre cori fino allo sfinimento, perché non ne conoscevamo altri. Poi con il passare delle partite di campionato siamo cresciuti (seppur con un’organizzazione sempre saltuaria) fino all’inverno, al secondo turno del derby (girone di ritorno) che ci ha permesso nuovamente di ritrovarsi e di far partire il motore: dopo quella partita abbiamo creato il direttivo degli “Ultras Subbiano” con un amalgama tra vecchie conoscenze e nuovi ragazzi. Forse fino a quel momento era mancata alla nostra fascia d’età quel senso di appartenenza che in passato ha unito questi colori: andava risvegliato nelle persone adulte mentre in quelle più giovani, che non hanno vissuto gli anni d’oro del Subbiano, andava creato. E così è stato».

Immagino che anche nella vostra attività la pandemia abbia inficiato. Come vi siete comportati nei mesi senza calcio?
«Credo che l’arrivo della pandemia sia stato uno shock. La nostra reazione è stata come quella di molti altri: abbiamo rispettato il lockdown con la speranza che terminasse prima possibile. I primi giorni eravamo tranquilli, poi ci siamo lasciati andare ai ricordi recuperando i vecchi video e guardandoli migliaia di volte per tenere viva la nostra più grande passione. Una volta liberi (quindi l’estate scorsa) ci siamo ritrovati con il direttivo e abbiamo iniziato a lavorare per tornare ad organizzare una nuova stagione. C’è voluta tanta determinazione e forza di volontà perché non sapevamo se i nostri sforzi avrebbero dato i loro frutti, così come a dicembre quando siamo tornati in zona rossa: non abbiamo mai mollato, nonostante non ci fosse una data certa di ripartenza. Però, nei momenti bui, sono venute fuori tante idee. Di queste, siamo riusciti a realizzarne alcune: come le migliorie alle bandiere e l’aggiunta di nuovi cori».

Abbiamo parlato di un gruppo giovane: in che fascia di età si possono considerare i nuovi “Ultras” e cosa vi accomuna?
«L’età media è molto bassa rispetto alle tifoserie standard: ci aggiriamo intorno ai 20-25 anni. Al di là dell’età, le persone che vengono a tutte le partite a cantare sono circa trenta, mentre nelle gare importanti questo numero si alza di molto e si uniscono tutte le generazioni. I fedelissimi siamo noi ragazzi dai sedici ai venticinque anni insieme alle persone del gruppo storico, che ci forniscono i mezzi per imparare e crescere.
Ci accomuna in primis il fatto di tenere al Subbiano Calcio, che è una delle più grandi società del Casentino anche in ambito di storia sportiva, già questo basterebbe per riempirci di orgoglio. Personalmente credo che in ogni abitante di qualsiasi località ci sia nascosto l’orgoglio di tifare per la squadra del proprio paese, e noi abbiamo trascinato molte persone a riscoprire questa passione, tanto che sono poi rimaste perché si sono divertite a cantare con noi. Non dimentichiamoci mai che essere ultrà e tifosi della propria squadra del cuore significa per prima corsa divertirsi, non deve mai essere un peso».

Attualmente siete una delle tifoserie più attive in Casentino. E visto il gran numero di giovani che fanno parte del vostro gruppo, possiamo dire che il lavoro nel tessuto del territorio promosso dalle persone che vi hanno preceduto ha funzionato?
«La mentalità ci è stata trasmessa dai vecchi Ultras, molto conosciuti e attivi negli anni ’90. Hanno avuto l’idea e il merito di aver organizzato la famosa trasferta a Capolona nel 2019. “Ragazzi ora tocca a voi”, così ci hanno dato la possibilità di crescere responsabilizzandoci. Loro hanno dato le basi e noi abbiamo sviluppato l’organizzazione. Siamo un gruppo che si ritrova anche fuori dallo stadio, non finisce tutto in tribuna. E insieme a loro ci siamo resi partecipi di iniziative solidali nei momenti di bisogno del nostro territorio».

Vi siete mai chiesti se il vostro sviluppo possa essere emulato da altre realtà del territorio casentinese?
«È motivo di orgoglio per noi che persone di altre società rimangono sorprese a fine partita per il nostro tifo: credo non siano più abituate a realtà di questo genere. Ho paura che queste tradizioni si stiano perdendo, quando invece andrebbe tramandante come accaduto con noi.
Al momento pensiamo solo a crescere come gruppo, non ci siamo posti il quesito di essere un esempio. Certo, se altre tifoserie ci vorranno considerare come un punto di riferimento da cui prendere spunto anche per creare della “concorrenza”, nulla in contrario».

In conclusione, avete qualche rito scaramantico prima di ogni partita? E una domanda sul Subbiano Calcio senza sbilanciarci: a fine campionato sarete contenti se…?
«Non abbiamo riti scaramantici ma stiamo lavorando per dei cori da cantare in dei momenti precisi della partita. I dirigenti e giocatori sentono il nostro supporto e a noi fa piacere. Il Subbiano? Non voglio sbilanciarmi. La squadra c’è, il mister uguale e i tifosi anche. Sarà importante rimanere tutti uniti nel bene e nel male, per far vedere la forza del paese: così ce la giocheremo bene».

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