di Marta Andreani – Questa storia inizia nel 2001. La forza, il cuore e lo stomaco di Marco Pantani, che da qualche anno avevano cominciato a sortire fuori da lui, avevano da poco affrontato quella che possiamo chiamare la miracolosa impresa nella tappa con arrivo a Oropa nel 1999. Una delle gare più belle. Quando gli saltò la catena della bici e ciononostante seppe reagire e rimontare ben quarantanove concorrenti, andando a vincere senza che fosse stato capace di rendersene conto. Marco tagliò il traguardo senza nemmeno avere esultato e questo dimostra che il suo obiettivo non era soltanto vincere, ma anche lottare. Un’impresa come quella mai nessun altro è stato capace di ripeterla finora. Quando viene Maggio qualcosa di inevitabile porta il ciclista a montate in sella alla bici e compiere imprese straordinarie. Questo qualcosa a Luigi De Luca accade diciotto anni fa, quando, ormai libero dal lavoro e dalla povertà che lo ha afflitto negli anni della gioventù sfida i suoi limiti con la bicicletta. Mi invita nella sua casa, a Soci, mi prepara il caffè. È già abbronzato ed ha un fisico asciutto. Da amante del ciclismo riconosco subito quel fisico esile, le gambe tornite, il colore della pelle, la schiena impercettibilmente ricurva, una caratteristica che solo chi è andato per anni in bicicletta può notare. Mi mostra i calendari degli ultimi tre anni. Noto fortemente stupita che in quasi ogni singolo giorno c’è segnato un numero: 100, 120, 130, 200. Mi spiega che quello sono i km percorsi in bicicletta quel giorno. E poi quaderni a righe pieni di cifre, audizioni e moltiplicazioni utili a calcolare le medie giornaliere. Luigi è già noto nel mondo del ciclismo. Tutti conoscono la sua storia. Le sue imprese sono testimoniate su Strava (applicazione per ciclisti) e seguite in tutto il mondo. A 72 anni è terzo in media per tempo e km percorsi. Quando me lo dice gli si legge l’orgoglio negli occhi. Sappiamo che Luigi ha percorso più di 500.000 km dal 2001. Lo incontriamo di nuovo per farci raccontare i km degli ultimi tre anni, quelli che sono stati, come quella di Marco Pantani, la sua miracolosa impresa, fatta di sacrificio e che ha avuto luogo per la maggior parte nella nostra provincia. Luigi ci racconta della grande malinconia, il silenzio e la solitudine contro i quali ha lottato per riuscire in uno sport così faticoso come il ciclismo.
Luigi, ci ricorda un po’ il suo percorso dal 2001 fino al traguardo dei 500.000 km?
«Nel 2001 sono andato in pensione. Nonostante molti colleghi avessero provato a chiedermi di restare ancora qualche anno. Ma ormai il mio nel lavoro lo avevo dato: era ora che mi dedicassi alle cose che ho sempre amato e che non avevo mai avuto il tempo è la possibilità di fare. Dopo un corso BLSD e quindi aver lavorato qualche tempo da soccorritore prima alla Croce Rossa poi alla Misericordia, ho iniziato a fare quello a cui avevo aspirato per tutta la vita. Era ora di pedalare».
Quindi la passione per il ciclismo non è arrivata dopo la pensione, c’è sempre stata?
«Diciamo che è nata prima la bicicletta di me. La bici è un giocattolo che mi ha sempre attirato. Non ho mai pensato alla bicicletta come professione perché non ne ho mai avute le possibilità: nella mia famiglia c’era bisogno di lavorare per risolvere i problemi finanziari che avevamo, non eravamo una famiglia ricca. Ho dovuto per anni abbandonare il sogno del ciclismo».
Ci parli delle sue imprese miracolose…
«La cosa che più mi riempie di orgoglio è sapere che in Italia e nel mondo sono una delle persone più seguite nel ciclismo amatoriale. Tutti conoscono la mia storia e tutti sanno che a 72 anni sono tra i primi dieci in classifica ad aver affrontato alcune salite nel minor tempo e nel maggior numero di km. Tutto testimoniato da alcune applicazioni usate dai ciclisti, nelle quali sono sempre fra i primi tre posti. Ho sempre messo il cuore davanti agli ostacoli in questi anni. Il primo anno, quando ho iniziato nel 2001, ho percorso 5.441, poi sono andato sempre a superare ogni limite che mi imponevo di superare. Gli ultimi tre anni sono stati l’apice di questa sfida con me stesso: dal 25 gennaio 2016 ho iniziato a ricontare i km da 0 e ho potuto constatare di aver percorso 47.000 km! Di questi tre anni ho estrapolato i mesi con le prestazioni migliori, ovviamente tutti testimoniati e registrati su Strava. Il mese in cui ho percorso più km è stato maggio 2017, 4.700 km! Se ancora ci penso mi si accampona la pelle, soprattutto perché venivo da mesi impegnativi e difficili, dove sembrava avessi raggiunto un limite costante che non riuscivo a superare. Infatti nel marzo e nell’aprile di quell’anno ho percorso 4.500 km. Nel mese di maggio ho raggiunto il record di 4.700. Anni di fatica e passione che, dal 2001, sono costati settantasei copertoni e quarantotto catene consumate. Ho fatto un calcolo e sono arrivato a stabilire che, per il mio peso, la ruota di dietro si consuma ogni 11.000 km e quella davanti ogni 17.000, per un totale di trenta copertoni davanti e quarantasei di dietro. In 500.000 km ho affrontato più di 5.000.000 m di dislivello. In questi tre anni mi è successo di tutto e di più, nel bene e nel male. Ho perso molto giorni di bicicletta ma nonostante tutto ho mantenuto la media di 115 km al giorno. Il mio giro più lungo 271km. Un anno sono andando a vedere il Giro d’ Italia ho fatto 100 km sotto la pioggia».
Ha un ciclista a cui fa riferimento?
«Marco Pantani. Bastava vederlo e capivi che aveva qualcosa di diverso. Sembrava che la bici non toccasse neanche terra. Si alzava sui pedali, si metteva seduto. Poi teneva sempre gli occhi bassi e ogni tanto guardava avanti. Era una sfida, secondo me, neanche con gli avversari, era una sfida proprio con la salita. Perché quando arrivava in cima era quasi sfigurato. Mi ricordo quando vinse a Montecampione alzò le braccia al cielo è fece uno sbuffo come per dire, “anche questa volta ce l’ho ho fatta”. Un ricordo bellissimo risale a poco tempo fa, quando sono andato al Cippo Pantani, vicino a Cesena, una salita che consta di ventinove tornanti. Era il luogo in cui lui si allenava. Ho affrontato quelle curve una ad una, tutte erano numerate. Pantani quando arrivava in cima diceva: “questo può bastare”. E, per la mia età, settantadue anni, poteva bastare, ma io cerco sempre di superare i miei limiti».
Cosa è il ciclismo per lei?
«Io non vado in bicicletta per dimostrare qualcosa. Lo faccio per me stesso e per dimostrare che alla mia età posso essere ancora competitivo e lottare, per dimostrare a me stesso che non sto andando verso il tramonto, ma che possono sorgere sempre nuove albe in noi, nuovi limiti. Nel 2001 ho fatto una scommessa con me stesso, volevo fare 500.000 km in vent’anni e ci sono riuscito in diciassette e nove mesi. Molti campioni mi hanno conosciuto e applaudito: Bettini, Moser. A volte mi sveglio la notte pensando alle mete che devo fare il giorno dopo e penso di non farcela, poi quando sono in bicicletta mi sento vivo, arriva la forza e tutto passa. Per me è una sfida anche con la natura. Sono stato molto preso in giro e giudicato per il fatto che porto la tenuta estiva anche in inverno. In salita si suda molto e nella discesa c’è rischio di ammalarsi prendendo freddo. Stando leggeri non c’è rischio di prendere colpi di freddo, infatti non ho mai preso neanche un raffreddore questa per me è una sfida alla natura che in un certo senso mi ripaga con la salute. Vado sempre da solo, mai in gruppo, e questo è ancora più difficile, perché andando in gruppo e seguendo la scia si risparmia il 50% delle energie. Per andare soli su strada ci vuole costanza e il doppio delle energia. Ho avuto anche cambi nel fisico: nella vita il mio peso è sempre stato di 64 kg in estate e 70 kg in inverno. Da quando vado in bici ho un peso forma di 64 kg. Negli ultimi tre anni ho perso 8 kg per i km in più che ho fatto, 126.155 km dal 2016. Qualcosa di strepitoso!».
Intanto Luigi continua a pedalare, cercando di superare i nuovi limiti che lui stesso si impone. Nuove sfide lo aspettano, perché, come disse qualcuno, il ciclismo è come l’amore: vince chi fugge!
Luigi, che dal 2001 non conta gli anni ma i giorni, ha scritto la poesia Giorni, in onore del 13 marzo 2016, il giorno in cui ha tagliato il traguardo di 500.000 km, a 25.000 giorni dalla sua partenza. La poesia è datata 4 ottobre 1947- 13 marzo 2016; Luigi prende come riferimento di partenza la sua data di nascita, quasi come volesse dire che, la vera data in cui ha iniziato a pedalare, è stata la sua nascita:“Sono pochi non son tanti/ la mia sfida porto avanti / io non mollo e son felice / dessero icona e scattante/ I riflessi son scattando / e perciò che a tutti dico / il movimento è un vero amico / ve lo dico con ardore / con la bici è un vero amore.“

(tratto da CASENTINO2000 | n. 307 | Giugno 2019)