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martedì, 27 Luglio 2021

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Alla ricerca di un’identità

di Anna Franca Rinaldelli – Mirella era giunta nell’istituto Thevenin molto giovane. Forse aveva quindici, sedici anni, ma ne dimostrava molti di meno. Non era possibile sapere esattamente la sua età. Vi era stata condotta dalla polizia, perché sfuggita miracolosamente da una comunità rom che la teneva prigioniera, dopo che era stata venduta dal padre alla tenera età di 2 anni. Ad un anno di età la madre era morta ed era rimasta con una nonna… forse. Da dove provenisse chiaramente non era dato di sapere. Forse dalla Serbia. Questo era quello che raccontava di sé. Raccontava anche che l’archivio anagrafico del suo paese era andato completamente distrutto dalle fiamme, ma non c’erano riscontri oggettivi. Quindi Mirella non aveva una identità sicura.

Era minuta, con grandi occhi neri, scaltri e perennemente ansiosi di decodificare il mondo che la circondava. Sempre in agguato! Aveva lunghi capelli corvini che teneva raccolti stretti, stretti in una crocchia. Aveva i segni della sofferenza sul viso.
Fin da piccola, ne aveva viste di tutti i colori e si era fatta l’idea che l’avessero abbandonata nelle braccia di un mondo cattivo. Quindi, nessun punto di riferimento buono nella sua infanzia, nessuna figura a cui attaccarsi e da ricordare, nessun modello familiare da seguire.

Lei sola, senza famiglia, senza radici, senza un passato a cui riferirsi ed aggrapparsi. Crebbe all’interno di questo vuoto immenso e si ritrovò dentro ad una comunità rom che le imponeva una vita di dolori e di stenti. Si intuiva quali potessero essere le costrizioni subite; ridotta ad una vera e propria schiavitù, come raccontò poi, del corpo e dello spirito. Picchiata, se non mendicava abbastanza e con convinzione.
Ma un giorno i suoi aguzzini distratti, la persero di vista; era scaltra e di piede veloce e in un battibaleno si era confusa tra la folla di un mercato, dove mendicava e rubacchiava, scomparendo.

Nel suo girovagare quotidiano aveva notato ripetutamente dei manifesti che lanciavano appelli alle vittime della tratta e, a partire da lì, un’idea aveva cominciato ad impadronirsi di lei: forse avrebbe potuto fidarsi ed uscire dalla sua drammatica situazione. Ed il dubbio corrose piano, piano, la profonda e giustificata diffidenza verso il genere umano che l’aveva prima abbandonata e poi maltrattata, violentata, abusata.
E così quel giorno, confondendosi tra la piccola folla di un mercato, si dileguò e le gambe la guidarono verso la locale stazione di polizia, poco distante. Sembrava che i suoi piedi agissero autonomamente, c’era la speranza di liberarsi dai suoi aguzzini e il desiderio di essere finalmente libera.

Non sapeva che cosa l’avrebbe attesa nel nuovo universo e per questo il suo cuore era in tempesta. Ma di una cosa era ormai certa: non poteva finire in mani peggiori.
Mentre sostava incerta di fronte al commissariato, un poliziotto dall’aspetto maturo, le si avvicinò e le chiese se avesse bisogno di qualcuno o di qualcosa. Il modo di appellarla era paterno e Mirella, che di uomini se ne intendeva, si lasciò sciogliere in un pianto dirotto. La risposta fu più eloquente di mille parole e, premendola con delicatezza sulla spalla, il poliziotto la condusse all’interno degli affollati uffici.

L’Istituto (Thevenin) in cui la condussero poche ore dopo, l’accolse a braccia aperte e, per la prima volta nella sua vita, proprio lì, iniziò ad assaporare quel senso di famiglia che abitualmente si sperimenta nell’infanzia. Proprio lì, in quel luogo artefatto, scoprì quanto grande fosse la voragine che si era aperta dentro di lei con l’assenza assoluta di legami familiari.  Qui risuonò, agli orecchi di Mirella, una nuova frase, mai udita prima: “questa è la tua casa” furono le parole pronunciate da suor Rosalba.

E in quel luogo Mirella imparò, per la prima volta, a costruire rapporti non effimeri; legami che avrebbero potuto durare nel tempo, anche per una vita intera.
E tra alti e bassi, crisi e rasserenamenti, litigi e riappacificazioni, come in genere avviene nelle migliori famiglie, specie con le figlie adolescenti, Mirella si ritrovò, due anni dopo, a desiderare fortemente di costruire una sua famiglia, quel porto sicuro tanto desiderato in cui finalmente approdare.

E, detto-fatto, un giovane uomo apparve nel suo orizzonte. Un uomo con una famiglia tradizionale e solida alle spalle (troppo solida, dalla quale non si era ancora svincolato), a cui la ragazza si attaccò come una cozza allo scoglio e sulla quale riversò una valanga di bisogni e desideri insoddisfatti. Tutto, apparentemente, sembrava filare liscio con la nascita della prima bambina.

Ma la primavera finì per molti motivi. A colpo d’occhio la colpa era di Mirella.
Gelosa e possessiva, fino all’ossessione, tormentava il giovane compagno che non riusciva a rassicurarla, perché lui stesso, orfanello emotivo e bisognoso quanto lei di cure, non aveva certezze o sicurezze da elargire. In più la sua cultura d’origine lo induceva a considerare Mirella un essere umano di serie B, perché donna ed anche perché zingara e con una identità incerta. Mirella ce la metteva tutta per tenere pulita la casa, rassettare, mandare in giro figlia e compagno puliti e curati alla perfezione, ma niente le veniva restituito per tanto impegno.

Desiderava ardentemente di essere accolta, accudita, amata, compresa. Ma non trovava comprensione e così il dolore la invadeva e la sua rabbia antica e nuova, esplodeva. Si comportava dunque violentemente, scagliando tutta la sua ira su chi la circondava, su coloro che amava. E la sua vita, e quella degli altri, divenne di nuovo un inferno con l’aggravante, a suo carico, che nessun alleato arrivò in suo aiuto. Nessuno, nemmeno qualcuno della famiglia del compagno che parteggiava senza ritegno per “l’uomo di casa”.
I conflitti crebbero vertiginosamente fino a quando, la famiglia decise di espellerla dalla casa.

Per la seconda volta Mirella venne riaccolta in quella che in fondo era stata la sua prima vera casa. Ma vi rimase per pochi mesi perché piangendo ed implorando riuscì a convincere il suo compagno a riprenderla e ad organizzare la loro convivenza senza presenze familiari aggiuntive.

Ma ben presto la giovane donna si rese conto che niente era cambiato. Era nato il secondo bambino che lei accudiva e teneva stretto perennemente al seno.
Sempre più sola e più triste, giacché il suo compagno faceva rientro in famiglia solo per dormire, dovette nuovamente chiedere aiuto, con una complicazione in più: la contesa, davanti ad un tribunale dei minori per l’affidamento dei figli.
Mirella, si sarebbe fatta strappare tutte e due le braccia, o togliere gli occhi, pur di non perdere le sue creature. Sapeva con chiarezza cosa avesse significato per lei l’assenza dei genitori e per questo lottò come una giovane pantera per convincere il giudice che lei era una madre adeguata e capace.
Ed anche questa volta ce la fece.

Ma il problema che doveva affrontare e risolvere immediatamente fu nuovamente quello di avere sulla testa un tetto sicuro per sé e soprattutto per i bambini.
Il suo compagno se ne era andato e lei, senza un lavoro, non avrebbe potuto far fronte ad alcuna spesa. Non vi fu possibilità di scelta e dovette così fare ricorso nuovamente all’istanza assistenziale.

Visse dapprima in una casa-rifugio, dove si trovò abbastanza male e gli altri ospiti si trovarono anche peggio per il suo comportamento inquieto e minaccioso. Nessuno voleva più saperne, nemmeno i gestori della Casa Rifugio, preoccupati per l’intera piccola comunità e per il vicinato che protestava.

Era perennemente tormentata da un’idea che era divenuta una vera e propria ossessione; poter ritornare a vivere con il suo compagno, padre dei suoi figli.
Viveva cullandosi nell’illusione del ricongiungimento, tanto era forte il suo desiderio di un nido, continuava a sperare che un giorno o l’altro lui l’avrebbe ripresa con i bambini.
Infine Mirella dovette capitolare ed accettare di ritornare per la terza volta, a Casa Thevenin, dove il pesante portone non si era mai richiuso alle sue spalle.
E lì Suor Rosalba, nonostante il suo comportamento precedente, l’accolse nuovamente. Gli operatori erano restii e preoccupati per le notizie allarmanti che giungevano sul suo comportamento violento! Del resto questo era stato la causa dell’espulsione dalla casa-rifugio!

Ciò nonostante quell’estate Rosalba decise, con piglio sicuro e passando sopra tutti come un trattore, di accogliere lei ed i bambini come una madre amorevole.
Questa nostra ultima convivenza, durata circa un anno, non fu facile, né per gli operatori né per le altre mamme. Di tanto in tanto Mirella, tormentata dallo stesso problema di riavere il suo compagno, la sua casa, la sua famiglia tanto agognata, si scagliava contro chiunque le capitasse a tiro.
Diversi furono gli episodi in cui fu attivato, come deterrente, anche l’intervento della polizia.
Ma oltre a questo c’erano anche episodi in cui Mirella diventava generosa, altruista, collaborativa.

Preoccupati per le sue ricorrenti crisi di rabbia etero­diretta, gli operatori pensarono ad un “patto”. La Comunità si preparava alla partenza per la vacanza marina. Per includerla (naturalmente con i figli) le fu chiesto di sottoscrivere un patto che consisteva nella promessa di garantire un comportamento corretto nei confronti di tutti.
Se il patto fosse stato tradito, sarebbe stata riaccompagnata ad Arezzo senza “se” e senza “ma”. Mirella non tradì il patto, perché ce la mise tutta ed anche perché i tre bravi educatori, fecero un ottimo lavoro di contenimento.
Pochi mesi dopo il ritorno dalla vacanza, dopo avere implorato, urlato, minacciato, imprecato, convinse tutti (compresa la sua assistente sociale), che la soluzione migliore era quella di una dimissione per un nuovo percorso.
La decisione fu presa e tutti tirarono un sospiro di sollievo.

Mirella, dal canto suo, sembrava avere accantonato, con grande dolore, l’idea di ritornare con il marito. L’aspettativa era quella di ricominciare da capo, in una casa propria, dove poter finalmente continuare la costruzione di una sua specifica identità.
Così iniziò la sua nuova avventura: casa Thevenin seguì a distanza il suo percorso nel mondo libero, sostenendo, consigliando, guidando, ogni qualvolta fu necessario.
Mirella lentamente apprese a destreggiarsi e a costruirsi, sia pure con alcuni supporti, una vita tutta sua fatta di alti e di bassi, come per tutti noi.
L’aiutò la certezza della presenza discreta di chi si era preso cura di lei e dei suoi bambini accettandola per quello che era.

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