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venerdì, 7 Ottobre 2022

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Bisogna trovare il modo di limare i denti dei pescecani privati che nuotano nelle pubbliche acque…

Bisogna riconoscere che non c’è stata informazione – fatta salva quella del Comitato Acqua Pubblica – sui contenuti reali dello scontro in atto sulle tariffe del servizio idrico. Dopo l’espressione del Consiglio di Stato, che dà ragione per l’ennesima volta al Forum Nazionale dell’Acqua, diversi articoli della stampa locale e nazionale hanno riportato i commenti dei responsabili (!) delle aziende di gestione: le interviste dei pescecani privati che nuotano nell’acqua pubblica – però – si limitano a banali slogan di propaganda mirati in via esclusiva a portare, per l’appunto, acqua al proprio mulino. Il punto dirimente è tecnico, ma si può ben spiegare: da una parte c’è la legislazione, di derivazione europea, che impone il rispetto del principio in base al quale tutti i costi di un servizio – compresi gli interessi passivi sui capitali presi in prestito per investimenti nel settore – siano a carico degli utenti beneficiari del servizio stesso…e questo criterio non è stato messo in discussione dai Referendum del 2011. Ciò su cui si è aperto il vero contrasto è su due voci/entità aggiuntive agli interessi passivi: sia le società private che gestiscono il Servizio Idrico, sia i partiti che le sostengono (soprattutto PD-PDL) non vogliono togliere queste due entità, nonostante l’esito dei Referendum e la chiara volontà espressa dai cittadini. Queste due entità aggiuntive agli interessi passivi, definite in maniera emblematica “La componente a copertura della rischiosità”, sono: 1) un interesse fisso (che prima dei Referendum era del 7% ed ora è del 6,40%) e non l’interesse effettivamente pagato dal gestore e posto a consuntivo (e che un bravo ed onesto amministratore può ottenere a tassi molto più bassi dalla Cassa Depositi e Prestiti, invece che ricorrere alla banche sanguisughe); 2) la presunta polizza, che le compagnie di Assicurazione chiederebbero ai gestori, qualora gli stessi gestori volessero assicurarsi contro i rischi derivanti dalla loro gestione: anche quest’ultima componente è trasferita in bolletta come entità fissa e non come rateo annuo assicurativo effettivamente speso. Da ciò deriva che il soggetto privato – incassando bollette ben più alte dei costi sostenuti – ottiene una rendita: e poiché le multinazionali che gestiscono l’acqua si spartiscono il mercato con degli accordi, evitando la concorrenza tramite cartelli, si trovano a godere anche di una situazione di monopolio in un settore dei servizi essenziali a domanda rigida. Una vera e propria rendita parassitaria di fonte legislativa abrogata! Ora – a dispetto dei vari professori che hanno governato il Paese e che hanno delegato ad una formale Autorità di stabilire le tariffe – i Giudici del Consiglio di Stato (e della Corte Costituzionale) hanno detto e ridetto ben chiaro ciò che la dottrina economica nel mondo ha riconosciuto: la rendita monopolistica ad un privato non può essere confusa con un costo di un servizio pubblico! Allora si pongono due domande: perché i partiti, che affermano (!) di rappresentare un interesse pubblico, hanno legiferato e continuano a favorire la rendita parassitaria di privati, contro la volontà della maggioranza del popolo italiano? E ancora, quale garanzia di serietà ed autorevolezza può dare una Autorità che riconosce ai privati stessi, oltre che una rendita parassitaria, anche una presunta polizza assicurativa sui rischi che le gestioni poco accurate dei controllati potrebbero produrre?

Fausto Tenti (Segretario della Federazione provinciale di Arezzo di Rifondazione Comunista)

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