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sabato, 4 Febbraio 2023

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Decido io

di Melissa Frulloni – Più volte nel nostro giornale abbiamo parlato dell’importanza di decidere ognuno del proprio corpo, di sentirsi a proprio agio così come si è, senza preoccuparsi del giudizio degli altri, senza sentirsi inadeguati, inadatti. In questo numero affrontiamo di nuovo questo tema, ma guardandolo da una prospettiva diversa, (forse mai affrontata in maniera così approfondita su pagine locali), prettamente femminile e legata al mondo della natalità.

All’inizio di questo nuovo anno, infatti, abbiamo voluto approfondire un tema che troppo spesso non viene raccontato e che in alcune democrazie del mondo (dove invece dovrebbe essere garantito in quanto diritto fondamentale), è già stato messo in discussione, mentre in altri paesi è ancora illegale e le donne muoiono per poter decidere liberamente che cosa fare del loro corpo.

Stiamo parlando dell’IVG o Interruzione Volontaria di Gravidanza. Nelle pagine che seguono potrete leggere due articoli sul tema: uno relativo all’iter da seguire nel nostro Distretto Sanitario, nel caso si volesse effettuare la procedura; l’altro invece è una testimonianza diretta di una donna che (pur mantenendo l’anonimato) ci ha raccontato la sua esperienza di interruzione di gravidanza.

I due articoli sembrano facce (diverse) della stessa medaglia. Da un lato la ASL ci ha spiegato tutto il percorso di accesso all’IVG che, almeno sulla carta, ci sembra davvero ben organizzato. La presa in carico della donna da parte del Consultorio avviene tramite ascolto e accoglienza, ovviamente senza giudizio e nel pieno rispetto della sua scelta. Un servizio di sostegno psicologico accompagna la paziente sia prima che dopo la procedura, fornendogli tutti gli strumenti (anche informativi) di cui ha bisogno.

Siamo rimasti quindi piacevolmente colpiti nello scoprire come funziona tutto l’iter che appare davvero efficace, preciso e aperto. Direte voi, l’interruzione di gravidanza è un diritto ed è quindi scontato che il sistema sanitario offra la possibilità di effettuarlo. Sì, avete ragione, ma c’è anche da sottolineare che in Italia non esiste una legge che garantisce alla donna di poterlo fare; se ad esempio tutti i medici della propria zona fossero obiettori e non si prestassero ad effettuare l’IVG, la paziente sarebbe costretta a rivolgersi al consultorio di un’altra zona, oppure a seguire l’iter in una clinica privata. Ma è chiaro che non tutte le donne hanno le stesse possibilità economiche o facilità di muoversi sul territorio.

“Dopo oltre 40 anni, si può notare come la legge (194/1978 che regola l’IVG) sia ancora applicata male e addirittura non applicata in molti suoi punti e in molte aree del nostro paese… La legge stessa ha mostrato inadeguatezze nel testo, da cui originano ingiustizie inaccettabili e che dovrebbero essere modificate per garantire realmente a tutte il diritto alla salute, se non quello all’autodeterminazione. L’Associazione Luca Coscioni si batte per la piena applicazione della legge 194, permettendo realmente l’accesso alla IVG farmacologica, che attualmente non è garantito in molte regioni italiane.” (Dal sito associazionelucacoscioni.it)

L’altra faccia della medaglia, dicevamo è la testimonianza di una donna che ha praticato nel nostro territorio l’IVG. Dalle sue parole quel trattamento descritto nella procedura ASL, in cui accoglienza e ascolto sono le parole chiave, pare non essere stato applicato, o almeno non completamente. “Dal Personale Medico mi sono sentita trattata da paziente, da loro (riferendosi al personale sanitario di Reparto), mi sono sentita trattata come una merda, non so per quale ragione. Emblematico anche il fatto che i Medici abbiano sempre parlato di “embrione” o “cellula” durante le varie procedure, mentre in Reparto dicevano “bambino”.”

E questo è solo uno dei punti che abbiamo estrapolato dalla testimonianza (che potete leggere integralmente da pag. 15 del numero di gennaio in edicola), in cui ben si comprende lo stato di disagio che questa donna si è trovata a vivere.

Come abbiamo specificato nell’articolo, da parte nostra non c’è stata nessuna volontà di romanzare la vicenda, ma bensì di riportare fedelmente i fatti a noi raccontati, che abbiamo precedentemente verificato. Per questo motivo vi lasciamo alla lettura e, se lo avete, al giudizio sul tema o semplicemente ad approfondire un argomento che, non ci stancheremo mai di dirlo, è prima di tutto un diritto che ogni donna, in qualsiasi parte del mondo, dovrebbe vedersi riconosciuto e garantito.

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