di Melissa Frulloni – «Il gioco è adrenalina pura. Il cuore batte all’impazzata e la mente è rapita da colori e luci psichedeliche che ti mandano in tilt il cervello. Gli occhi sono sbalenati e tutto il corpo vibra al tintinnio della slot. I problemi non ci sono più, tutto svanisce in un vortice colorato, mentre inizi a sentirti immortale. È una sfida contro il tempo, devi battere la bastarda che hai davanti e sei sicuro che ci sei quasi, tra poco sputerà tutti i soldi che ha dentro, il bonus da mille euro è vicino, altri cento e sarà tuo. Ti senti Superman! Intanto, però, la tua vita va sempre più a fondo…»

E’ con queste parole di una ex giocatrice casentinese che continuiamo il nostro viaggio nel mondo della dipendenza da gioco. Torniamo, infatti, a parlarvi delle slot machine, ma questo mese lo facciamo raccontandovi la storia di chi ha vissuto veramente sulla propria pelle tutto il dolore e il disagio provocati dalle terribili macchinette.
La ex giocatrice, che preferisce restare anonima, ci ha raccontato la sua esperienza in questo mondo folle, fatto di bugie, depressione e di tanti soldi buttati. Ecco l’intervista shock che abbiamo realizzato.

“Ho iniziato
per gioco…”
«Quella maledetta mattina, una signora che avevo conosciuto poco tempo prima a un matrimonio, mi telefonò chiedendomi di andare con lei a prendere un caffè. Ovviamente, accettai, come si fa tra amiche e in mattinata passai a prenderla per andare al bar. Fu la mia rovina.
Dopo il caffè la mia “amica” mi propose di prendere un aperitivo, così per ammazzare il tempo, e di usare i soldi che ci erano avanzati dal caffè per giocare alle macchinette presenti nel bar. Mi disse: “Dai proviamo, magari vinciamo qualcosina!”.
Benché non avessi mai bevuto un aperitivo di mattina, lo prendevo solo prima di una cena, ogni tanto, e benché non sapessi neppure come funzionasse una slot machine, accettai e, per gioco, entrai nel mondo della dipendenza. Ovviamente, non posso addossare su questa signora tutte le colpe.
Chi ha sbagliato, in primis, sono io, ma stavo affrontando un momento veramente difficile, ero depressa, debole psicologicamente e non fui in grado di fermarmi a quel primo aperitivo e a quella prima giocata. Così, da quel giorno del 2007 ho sofferto le pene dell’inferno e sono riuscita a uscire “dal gioco” solo quest’anno.
Quel giorno restai inchiodata alla macchinetta per ore, continuando a bere aperitivi su aperitivi, con il cuore che mi batteva fortissimo e con un’euforia dentro che non avevo mai provato. La ragazza del bar che mi conosceva bene venne da me e mi disse: “Ma cosa stai facendo? Sei pazza?”. Non la sentivo e continuavo a giocare i pochi soldi che la slot mi ributtava.
D’allora io e la mia “amica” ci trovavamo due volte alla settimana per bere e giocare insieme, girando tutti i bar del paese, ubriache ed eccitate, ma, anche da sola, appena potevo entravo nel bar più vicino per farmi un Negroni e per buttare più soldi possibile nella macchinetta».

“… ma non era
un gioco”
«L’unica cosa che non ho fatto in questi anni è stata prostituirmi. Non mi sono mai concessa per soldi, chissà, forse nella mia mente malata c’era ancora un barlume di lucidità. Comunque ho fatto di tutto, dall’elemosina ai clienti del bar, a chiedere soldi a mia figlia che si alzava alle 5 di mattina per andare a lavoro e pagare i miei debiti, fino a finire tutti i soldi che avevo nel mio conto in banca.
Ero fuori controllo, un’altra persona e più cadevo in basso, nel vortice del gioco, più le cose peggioravano, in un circolo vizioso che mi riportava all’alcol e alle slot. Mi ero lasciata con il compagno con cui avevo condiviso 12 anni ed ero andata via di casa con mia figlia, appena maggiorenne.
In quel periodo iniziai a frequentare delle brutte persone che mi trascinavano ancora più in basso, facendomi ammalare ancora di più. Tornavo a casa pochissimo e mia figlia non mi vedeva per giorni non sapendo dove fossi o con chi fossi. Anche gli uomini che frequentavo erano dei bastardi. Uno mi picchiò perché non ero andata a letto con lui, mi ruppe qualche costola e mi lasciò un sacco di lividi. Io, però, non sentivo nulla da quanto ero ubriaca e il dolore di quelle botte l’ho sentito solo anni dopo, quando ho ripensato a quanto avevo toccato il fondo e a quanto era diventata squallida la mia vita.
Avevo perso la fiducia di tutti, non ero più credibile agli occhi di nessuno. Solo al lavoro riuscivo ad andare sobria e a non mostrare i segni della mia dipendenza, ma per il resto era una tragedia. Mia figlia era arrivata a dirmi: “Mamma, mi fai schifo”. Non avevo soldi per pagare le bollette, per l’affitto e, nemmeno, per giocare. Fu allora che pensai a una soluzione drastica, definitiva, dovevo farla finita, così tentai il suicidio. Andai da sola in un posto da dove si gode un ottimo panorama, situato a una grande altezza. Pensai: “Basta! Mi butto!”
Invece, non so cosa mi trattenne o quali meccanismi scattarono nel mio cervello, non ce la feci e tornai a casa distrutta. Sembra strano, ma il tentativo di suicidio fu una mano santa. Decisi che così non potevo continuare e dovevo chiedere aiuto. Ero stata un verme e cominciavo a rendermene conto. Avevo fatto male a tutti quelli che mi stavano intorno e, soprattutto, non avevo fatto la mamma, lasciando mia figlia da sola. Per fortuna, in quel periodo, il mio ex compagno si riavvicinò per aiutarmi e per farmi uscire da quell’incubo che stavo vivendo».
Un po’ di luce?
«Nei miei “giorni di gloria” alle slot ero arrivata a giocarmi l’intera busta paga e, alle volte, tornavo a casa con solo 20 euro in tasca di tutto il guadagno di un mese di lavoro. Avevo accumulato debiti per decine di migliaia di euro.
E fu proprio grazie al mio ex, che decise di tornare con me, che ritrovai un po’ di speranza. Infatti mi aiutò a superare quei momenti e ad andare avanti sia psicologicamente, che economicamente dandomi una grandissima mano, infatti, si offrì di pagare ogni debito che mi ero creata in quegli anni. Intanto, iniziai ad andare al D.S.M. (dipartimento di salute mentale) dove già anni prima avevo trovato supporto dopo aver subito un lutto molto grave. Inoltre, mi sposai con il mio compagno e fu un momento di grande gioia ed emozione che mi fece, per un attimo, dimenticare tutta la sofferenza che avevo vissuto fino a quel momento.
Insomma, iniziavo a vedere una luce in fondo al tunnel. La mia felicità e quella di chi mi stava intorno, però, durarono pochissimo. Solo i primi mesi di matrimonio furono spensierati e con pochi problemi. La mia dipendenza era passata in secondo piano, finché un giorno feci un gesto terribile, del quale mi vergogno e mi pento ancora oggi e che mi riportò nel baratro della malattia».

No, ancora il buio
«Mio marito aveva aperto un conto cointestato in banca che portava anche il mio nome. Per sicurezza aveva nascosto il libretto del conto, temendo una mia ricaduta, di cui si erano già manifestati alcuni sintomi durante i preparativi per il matrimonio.
Ero stata dalla parrucchiera per l’acconciatura da sposa e mio marito aveva pagato la seduta. Assalita nuovamente dalla smania e dall’ossessione per il gioco, chiesi alla parrucchiera di ridarmi i soldi dell’acconciatura e li andai a buttare tutti in una slot. Tornai ben presto ad essere la persona incontrollabile che ero stata fino a pochi mesi prima. Infatti, poco tempo dopo la feci molto più grossa. Trovai il libretto del conto che, come detto, era stato giustamente nascosto, e ritirai dalla banca fino all’ultimo centesimo. La sera stessa, quando tornai a casa, mio marito lo aveva già scoperto e fu allora che disse basta. Mi prese per un braccio e a forza mi caricò in macchina.
Mi porto dall’assistente sociale Angela Daveri e mi disse: “Ammetti di avere un problema e, per il bene di tutti, fatti curare”.
Da allora è iniziata una strada tutta in salita per combattere la mia patologia. Mi sono impegnata molto e oggi posso dire di avercela fatta, anche se ho sempre paura di ricascarci. Per fortuna, ora l’alcol mi fa schifo, non berrei neanche una birra. Invece, ogni volta che vado al bar a prendere un caffè vedo e sento tintinnare le slot…
Se mi assale la voglia di buttarci anche solo un euro, metto in atto la mia tattica; chiamo mio marito o l’assistente sociale o mia figlia, per farmi ricordare quanto era caduta in basso e quanto male avevo provocato. Mi è anche capitato di spendere tutti i soldi che avevo in tasca, in scarpe per non buttarli in quelle maledette macchinette, cosciente che almeno avrei potuto fare un regalo a mia figlia.
Comunque, per evitare cose del genere, non ho, mai più di qualche spicciolo in tasca. Un euro, massimo due, che mi servono per fare colazione e prendermi un caffè. Se mi occorrono vestiti, scarpe o altre cose, mio marito mi accompagna e andiamo a fare compere insieme. Solo se devo fare la spesa prendo 20 o 30 euro, ma in quel caso porto a casa lo scontrino per dimostrare che quei soldi li ho spesi nel cibo e non nelle slot».

“Alla fine
ho vinto io!”
«Oggi sono felice, mi sento diversa e sono sicuramente cambiata. La mia faccia non è più quella triste dell’alcolizzato o del giocatore e anche se ancora ho molto lavoro da fare per uscire definitivamente “dal gioco” mi sento una donna libera.
Sono sicura che non avrei mai superato la mia dipendenza senza mio marito. In questi anni è stato sempre presente, uno scoglio sul quale mi sono aggrappata per resistere alla tempesta. Non solo ha pagato tutti i miei debiti e mi ha portato da persone competenti che hanno saputo aiutarmi, ma mi accompagna costantemente ad ogni seduta del gruppo di recupero di cui faccio parte.
Ogni giorno mi dice quanto mi vuole bene e il suo amore mi aiuta ad affrontare ogni momento difficile e più triste del duro percorso che sto affrontando.
Ma un ringraziamento speciale lo devo anche ad Angela Daveri, l’assistente sociale che per prima ha cercato di aiutarmi, alla Dottoressa Cocci che coordina il gruppo di recupero di cui faccio parte e, infine, al gruppo stesso che rappresenta per me una vera e propria famiglia. Al suo interno ho vissuto tante emozioni, ho conosciuto persone splendide e ho imparato non solo a farmi aiutare, ma ad aiutare gli altri, le persone che come me cercano in quella famiglia un supporto e un sostegno per la vita.
La collana che porto al collo mi è stata regalata da un membro del gruppo che io considero il mio angelo proprio perché, sin dal primo giorno di terapia, mi è stato vicino e mi ha fatto subito sentire parte della famiglia. Mi disse: “Tutto il dolore che hai diventerà oro”».

Un appello
per non cascarci
«Sono molto contenta di questa intervista e ringrazio CASENTINO2000 per aver acceso i riflettori su questo problema che, anche nella nostra vallata, sta assumendo proporzioni inimmaginabili.
Spero che le persone inizino a capire il male che può provocare una semplice macchinetta e mi auguro che a nessuno, dopo aver letto la mia storia, venga in mente di buttare neppure un euro nelle slot mangia soldi. Come avrete capito, non si tratta di un gioco, ma di una pratica autolesionista che porta alla fine di tutto, anche della propria vita. La malattia per il gioco è come un cancro che ti distrugge lentamente dall’interno e ti porta, inevitabilmente, alla morte. Perciò mi rivolgo ai giovani, ai disoccupati e a tutti quelli che stanno vivendo un momento difficile, legato alla crisi del nostro Paese: “Non giocate! Non ci provate neppure per gioco!”
Le slot sono programmate per non far vincere nessuno, servono solo a illudere i giocatori. Alla fine chi ci guadagna non sono i poveri disgraziati, i tanti polli che nelle macchinette buttano interi stipendi, ma i soliti galli che speculano sulle debolezze altrui. Proprio perché ho vissuto sulla mia pelle tanto dolore, non riesco a capire come lo Stato continui a sostenere il gioco alle slot e incentivi l’apertura di sale da gioco in tutto il territorio italiano.
Anche in Casentino sono fioriti i piccoli e tristi casinò dove l’unica cosa da fare è giocare alle macchinette. Lo Stato che, ovviamente, guadagna moltissimi soldi sul gioco d’azzardo non eliminerà mai le slot, per questo, dovremmo essere noi cittadini, tutti insieme, a far sentire la nostra voce contro tutto questo. Propongo di sottoscrivere una petizione per sostenere tutti quelli che, come me, hanno avuto problemi di gioco e non sono liberi di andare al bar a prendere un caffè per la paura di ricascarci. Mi appello a chiunque voglia sostenere la mia causa e spero di trovare nei casentinesi degli alleati per combattere insieme questa dura battaglia».
… … …

È difficile trasmettere tramite un articolo le emozioni che si provano nel fare un’intervista del genere.
Si entra in contatto con un mondo nuovo, spaventoso, che non si capisce. L’intervistato ci lascia entrare nel suo microcosmo e le sue parole ci aprono solo un piccolo spiraglio sulla sua sofferenza e sulla sua vita.
Si cercano di cogliere i dettagli, le sfumature per farsi un quadro più preciso di chi si ha davanti e la mente viene invasa da mille domande: perché non sarà riuscita a fermarsi alla prima giocata? Cosa l’ha spinta ad agire così? Non si rendeva conto del male che si stava facendo e di quello che stava procurando alle persone a cui vuole più bene?
Ma poi, tutto svanisce quando l’intervistato, dopo essersi messo a nudo davanti a te, si alza, ti dice “grazie” e ti abbraccia. Allora, la voglia di giudicare, il sentirsi superiori, il pensare “a me non sarebbe mai successo”, svaniscono e si ascolta davvero chi si ha davanti con la mente e il cuore aperti.
(tratto da CASENTINO2000 – nr. 236 di luglio 2013)