Tremors Quella sera Elena aveva proprio bisogno di vederlo. La sua emotività era divenuta instabile e sentiva una qualche nota stonata.
Come tante altre volte si incontrarono dopo le prove a teatro. In quel periodo stavano provando l’Amleto, rivisitato con la compagnia teatrale di Soci.

“Angeli e ministri di grazia difendeteci! Che tu sia uno spirito del bene o un lémure, porti brezze dal cielo o raffiche dall’inferno, venga a farci del male o a darci aiuto, tu vieni in tale forma da strappare domande che ti parlerò. Ti chiamerò Amleto, re, padre, nobile Danese. Rispondimi!  Non farmi schiattare nell’ignoranza, dimmi perché le tue ossa benedette nella bara hanno strappato il sudario, perché la tomba in cui ti ho visto riposare in pace ha aperto le sue fauci di marmo per rigettarti qui? Che può voler dire che tu, morto, di nuovo tutto armato rivisiti così il lume della luna e rendi orrida la notte, e a noi gonzi della natura così terribilmente sconquassi la ragione con pensieri che vanno oltre l’umano? Dimmi, perché? A che fine? Cosa dobbiamo fare?”
(Amleto – William Shakespeare)

Dalle stanze della vecchia scuola elementare uscirono verso le 23.00 per ritrovarsi nel parcheggio più buio della Mausolea, certi che i frati non si sarebbero lamentati.
Il tempo che avevano era sempre poco ma ogni momento passato insieme era prezioso, come avevano ben appreso sperimentando l’arte di amare.
Seppur sotto il peso della clandestinità era sempre vivificante sentire la melodia delle loro anime che vibravano all’unisono come corde d’arpa.
Soprattutto quella di lei, che si gettò subito tra le sue braccia, in cerca di calore.
L’aria della sera era ancora torrida, eppure, il freddo emotivo era in grado di sovvertire le leggi fisiche infatti, in assenza di passione, anche le fibre più arroventate dalla canicola potevano essere sostenute da una pompa di ghiaccio. I loro cuori si scaldavano solo quando erano insieme.
Dura è l’esistenza di colui che, avendo avuto natali di fuoco, si trova a vivere un’esistenza in gelidi deserti senza fine.
Egli sarà come l’assetato che mai lenisce l’arsura dalla propria bocca avendo imparato a farsi bastare le poche gocce della rugiada del mattino.
Questa è come un effimero balsamo che subito svanisce sotto un tirannico sole.

Lo baciò avidamente e prese a spogliarlo con la frenesia di un ardente desiderio; gli sbottonò la camicia e la cintola dei pantaloni.
Il suo petto ansimava e la fronte si riempì di sudore ma quando appoggiò il viso sentì la pelle fredda come marmo.
– Ma sei gelido! Che ti succede? Esclamò.
– Niente. è tutto a posto, rispose con voce tremula.
– Col cavolo! Tu non stai bene.
– Ma si. Avrò preso una frescata con l’aria condizionata. Siamo sempre sudati.
Con il palmo delle mani passò sulla sua epidermide come se potesse portargli via il malessere quindi si adagiò sulle sue cosce abbracciandole.
Lui le carezzava teneramente i capelli per rassicurarla quindi, cominciò a toccarla per portarle piacere.
– No tesoro, non importa. Quando starai meglio faremo l’amore.
– Si. Io ti amo.
– Ti amo.
Quando si congedarono dovette fermarsi. Aprì lo sportello appena in tempo per vomitare fuori dalla vettura.
Si guardò allo specchio e si vide verde. Stava malissimo.
Accasciato sul volante aspettò che la crisi passasse e, quando si sentì meglio, provò a ripartire. Infine arrivò a casa. Quella era la chemio.
C’erano giorni duri ed altri più sopportabili. Poteva stare in bagno a dare di stomaco per un’ora e sopportare un malessere simile a quello che si prova dopo una sbronza colossale moltiplicato per dieci.
Non era però diventato calvo. Fortunatamente non aveva perso che pochi capelli e trovava solo qualche ciocca sul cuscino la mattina.
In queste condizioni riusciva ancora a condurre una vita normale e non c’era quasi traccia esteriore che evidenziasse il suo disagio.
Andava in studio e lavorava come sempre e lei, come sempre, era li a guardarlo e ad amarlo di un amore intatto, nonostante che negli ultimi giorni il suo vigore fisico avesse mostrato una flessione.
Non pensava certo che fosse un venire meno del trasporto nei suoi confronti, ma solo una contingenza, magari dovuta allo stress.

Meraviglioso fiume Quella sua convinzione trovò presto conferma quando un pomeriggio si ritrovarono davanti alle limpide acque dell’alto Corsalone.
Dopo aver lasciato l’auto lungo la carraia verso Gello attraversarono il pascolo oltre il quale inizia la ripa verso il fiume. L’aria era molto calda e solo qualche cumulo nembo di bel tempo si alzava verso la Verna.
A quell’ora le persone che erano state a godersi il refrigerio stavano rientrando a valle e poi, quella zona remota, non era conosciuta da tutti, specie dai forestieri.
Quel giorno Paride si sentiva pieno di vita come se non avesse alcun male da combattere.
Prese Elena per mano e cominciarono a scendere per fermarsi ai piedi degli enormi dolmen che misteriosamente popolano quella zona.
Grandi come mammuth, portati da chissà quali forze geologiche, lasciano passare il fiume ora in mezzo a strutture mormoranti ora in quiete piscine scintillanti che si contendono l’ombra degli ontani e dei salici.
Impossibile resistere alla tentazione di fare il bagno in un simile paradiso. Si buttarono in quelle acque magiche, così fresche e vivificanti da renderli euforici a tal punto da far dimenticare loro ogni angoscia.
Passavano da uno specchio all’altro come guizzanti lasche che si divertono nella corrente. Lui si immerse infilandosi nel tunnel liquido che passa sotto due grandi arenarie e lei lo seguì. Fecero il giro diverse volte come fanno i ragazzi Casentinesi che conoscono quell’emozionante ed un poco pericoloso pertugio.
Poi lei si appoggiò con la schiena contro la corrente a sbalzo e lui la prese. La afferrò per le braccia e puntò i piedi nel fondale.
Le loro labbra si serrarono con rinnovata passione, prendendo aria tra il bacio e l’acqua che copriva e scopriva i loro volti.
Mentre il sole brillava sopra Secchieta i due amanti sembravano appena nati, come se ciò che ha inizio non debba avere fine e al giorno non segua mai alcuna notte.

Quando la sera rientrò a casa non trovò nessuno. In un primo momento pensò che fossero andati in giro da qualche parte e, dato che era quasi ora di cena, non avrebbero tardato a tornare.
Si servì da bere e si sedette in salotto davanti alla televisione.
Benché si fosse rinfrescato il suo corpo ribolliva del calore interno e di quello esterno che ancora era tosto. Cercò di rilassarsi senza pensare a niente, tranne che a rivivere il pomeriggio appena trascorso e le sue emozioni.
Lui sopra lei. Lei unita a lui.
Fotogrammi che si susseguivano con insistenza quasi ossessiva; una magnifica ossessione. Dopo aver disteso le gambe aveva poggiato la testa oltre il bordo del divano come fosse lo stelo di uno dei suoi Spatiphyllum wallsii.
In quel momento di riposo si mise ad osservare appunto le piante d’appartamento a cui aveva sempre tenuto moltissimo ed ebbe come la sensazione che le stesse guardando per la prima volta.
Questi vegetali hanno bisogno di alcune attenzioni; non chissà che cosa ma certe premure non devono mai mancare.
Mezz’ombra e niente sole diretto, specie dietro i vetri. Aria umidificata e l’acqua nel vaso in misura costante, senza che il terreno si asciughi mai del tutto.
Gli Spatiphyllum vogliono sentirsi a casa o almeno stare in un luogo che gli somigli, perché provengono da luoghi dove la natura provvede con tutto ciò che serve.
Se invece li facciamo sentire degli alieni facilmente si intristiscono, le loro foglie disseccano e poi muoiono.
Una amorevole credenza dice che parlando alle piante da vicino, quasi sussurrando, queste diventino più rigogliose. Il maggior sviluppo apprezzabile per via empirica ha la sua spiegazione scientifica. Pare che sia la maggiore concentrazione di CO2 che emettiamo in vicinanza degli stomi a determinare un incremento della fotosintesi.
E’ bello invece pensare che sia l’affetto.
La sua testa aveva la stessa inclinazione delle foglie lanceolate e cuoiose delle essenze esotiche, solo che queste erano palesemente trascurate. Sulle lamine si era depositato uno strato di polvere vecchia ed il margine stava disseccando. Stavano cercando di resistere al bollore estivo anche se da molti giorni nessuno le aveva più umettate; era una lotta dura contro l’indifferenza.
Le guardava e pensava, o forse non pensava, poi, chissà cosa gli entrò in testa, si alzò di scatto e andò nelle altre stanze accompagnato da un velo di inquietudine.
Nelle camere non c’era nessuno. I cassetti erano aperti per metà così come le ante dell’armadio. Vestiario sparso sul letto.
A quel punto capì.
Si portò le mani alla bocca e sulla fronte rifiutando ancora l’idea che lei se ne era andata portando via i figli.
In preda ad una angoscia feroce fece nuovamente il giro della casa.
Infine si mise a sedere al tavolo di cucina. La sua pila ionica faceva fluttuare anioni e cationi da una parte all’altra della scatola cranica e non era in grado di formare un pensiero qualsiasi.
Per alcuni minuti il suo sistema neurale si fermò del tutto poi, pian piano si riprese e cercò il coraggio per telefonarle.
Con la rubrica aperta sul suo nome non riusciva a premere il tasto di chiamata. Poi prese il coraggio a quattro mani.
– Ma dove sei andata? Dove siete tutti quanti?
– Sono da mia madre, rispose seccamente.
– E quando tornate? Chiese timoroso, facendo finta di non sapere.
– Non torniamo.
– Ma perché? Che storia sarebbe questa?
– Dovresti immaginarlo il perché. Fai come Marzullo: fatti una domanda, datti una risposta.
Un ultimo appiglio:
– Abbi pazienza ma io non ti seguo, provò a tamponare.
– Non pensare di prendermi per il culo! Dove eri oggi e con chi??!! Ti saluto mio caro.
– Aspetta! Perché dici così? Come fai a saperlo?
– Domanda sbagliata. Lo so e basta. E ciò che so mi avanza. Ho sopportato anche troppo. Almeno abbi la decenza di stare zitto!
– Ma quando tornate?! Urlò disperato.
– Buona serata!
Restò immobile e con lo sguardo nel vuoto per una buona mezz’ora. Le uniche immagini che focalizzava erano quelle dei figli.
Vedeva i loro volti senza gioia; gli occhi spenti e privi della spensieratezza della propria età. E quelle visioni gli facevano un gran male.
Il grido di dolore degli Spatiphyllum era stato ignorato per tanto, troppo tempo. Adesso cercava di aggrapparsi alle loro radici senza riuscirci. Queste si presentavano scivolose come fossero cosparse di sapone.
Quando credeva di averle afferrate la sua presa era insufficiente e cadeva nel vuoto, nel baratro degli abissi.
Precipitava all’infinito senza mai provare la pace dello schianto.

(Fine puntata 21)

Marco Roselli, Gli Amanti di Piazza Tarlati, Fruska