di Cristina Li – Giulia ci racconta la sua vita in Cina, un’esperienza unica che l’ha portata ad amare questo grande Paese. Plurilinguismo, coraggio, voglia di mettersi in gioco: questi i requisiti necessari per prendere la rincorsa senza paura e gettarsi fuori dal nido, provando a spiccare il volo. Andare via, scoprire il mondo, vivere nuove realtà e, chi sa, magari tornare… Quanto appena esposto in termini generali, ma vissuta nel dettaglio, non è altro che la storia di Giulia Sabato (nella foto), 29 anni, originaria di Stia, che vive attualmente nella grande Cina.

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“Era l’anno 2006: la fine di un percorso, gli esami di maturità, l’inizio di una nuova parte di vita, la scelta universitaria, indecisa se intraprendere un percorso in linea con il liceo scientifico o se buttarmi in un percorso linguistico, da me forse prediletto. Optai per quest’ultima e, effettuando una ponderata analisi circa i miei interessi e le prospettive lavorative future, scelsi di studiare, oltre all’inglese e allo spagnolo, quella cinese come prima lingua.” Ci ha raccontato Giulia.

“Scelta banale, al giorno d’oggi” – potrebbe esordire qualcuno. “Scelta coraggiosa” – oserei dire io. Scegliere di immergersi in una nuova cultura, partendo in primis dalla lingua, estremamente diversa dalla propria e partendo, per giunta, da zero, può essere considerata quasi come una sfida: una sfida contro se stessi e contro quella passione e quella curiosità che mai si spengono, nonostante vengano ogni volta, in qualche modo, avvicinate e, forse, soddisfatte.

Com’è stato l’impatto iniziale? Com’è nata e come si è sviluppata la passione? «Il primo mese è stato molto strano, non riuscivo a seguire, non capivo… Mi rendevo conto di quanto fosse interessante e stimolante, grazie anche e soprattutto alla componente umanistico-culturali, ma non posso dimenticare quanto mi sia sembrato strano l’approccio a una lingua così diversa dalla mia. La passione per questo grande Paese, la Cina, è nata grazie ad una professoressa, che per prima mi incitò a partire al più presto, per non tardare a scoprire se quella sarebbe stata davvero la mia strada, se mi sarebbe piaciuta anche nella praticità quotidiana, oltre che nella teoria studiata da lontano. Così, nel 2008, sono partita alla scoperta di questo nuovo Paese assieme a due compagne di corso: abbiamo passato cinque settimane a Beijing, la capitale, frequentando un’università per stranieri di lingua e cultura cinese. Quella prima esperienza non fu propriamente appagante né produttiva: ero mossa da timore di sbagliare, l’ho vissuta in maniera piuttosto passiva, senza il giusto spirito intraprendente, cosa che invece serve molto. Dovevo assolutamente recuperare ed è per questo che, una volta rientrata in Italia e terminata la triennale, decisi di tornarvi, nel 2010, da sola.»

È stata questa seconda esperienza a rubarti il cuore? «Proprio così: dopo i cinque mesi trascorsi in Cina, l’ultimo dei desideri era quello di tornare a casa. In Casentino mi sentivo incompleta, avevo bisogno di viaggiare, di aprirmi a nuovi spazi, a nuove realtà e volevo tornare in Cina e rimanervi più tempo ancora, ne avevo bisogno! Quell’anno iniziai la Magistrale e, contemporaneamente, a lavorare per qualche impiego part-time, al fine di guadagnare quanto mi sarebbe servito per ripartire. Qualche mese più tardi, ero pronta: Hangzhou, sei mesi, per poi allungare il periodo di permanenza di un altro semestre. Concluso l’anno, mi resi conto che il mio percorso di crescita non era ancora finito e il progresso linguistico raggiunto sino ad allora non poteva arrestarsi. Decisi, dunque, di rimanere in Cina e di tentare il campo lavorativo.»

Così sei ufficialmente entrata nel mondo del lavoro. Tante le differenze con la tua madrepatria? «Ciò di cui sono sicura è che, in Cina, le possibilità non mancano mai, soprattutto se le abilità linguistiche sono buone. Ho cominciato a lavorare nella città di Shenzhen, in qualità di segretaria e mediatrice linguistica per un’azienda, gestita da italiani, di produzione in campo manifatturiero (di cui ho imparato anche la praticità del mestiere), all’interno dell’azienda stessa e nelle sue relazioni di import-export dei prodotti. Nel corso dei due anni d’impiego lì, mi resi conto che quel lavoro non mi rendeva felice, avevo bisogno di non essere assoggettata solamente al lavoro, di maturare la mia personalità, di conoscere altre persone, di dedicarmi a me stessa e al mio ragazzo, di origine spagnola, con il quale, nel frattempo, avevo cominciato a convivere. Trovai, dunque, un nuovo lavoro: stesse mansioni, ma in un’azienda di design specializzata in produzione di orologi. Lì mi trovai in una situazione del tutto opposta: pochissime le ore veramente impiegate per svolgere il mio mestiere, tutte le altre sprecate a “scaldar la sedia”. Sentivo di perdere tempo a non fare niente, mi sentivo inutile e non era quello che volevo. Non mi sono persa, tuttavia d’animo e mi sono rimessa alla ricerca, fino a trovare il mio lavoro attuale e un ambiente che convoglia in sé tutte le mie esigenze: vivo ancora a Shenzhen con il mio ragazzo, lavoro per una multinazionale statunitense che si occupa di produzione manifatturiera di zaini e borse da viaggio ed io sono la responsabile delle fabbriche presenti in Cina e la mediatrice tra i lavoratori e i dirigenti. La maggior parte del lavoro lo svolgo da casa, in costante aggiornamento virtuale con il datore di lavoro, tranne quando devo far visite di controllo nelle fabbriche.»

Hai trovato la tua dimensione, hai trovato te stessa. Tornerai mai a vivere in Italia? «Ora come ora, non ho intenzione di fermarmi. Torno a casa una volta ogni sei mesi, per trovare la mia famiglia e i miei cari. Ma sto bene in Cina: Shenzhen è una città aperta e pullula di stranieri come me; mi sento libera. Credo fermamente che nel mondo ci sia tanto d’altro e che sia necessario aprirsi ad esso, vederlo, viverlo. Non so dove andrò, ma sicuramente non smetterò di viaggiare. Vedremo, vedremo! La vita è imprevedibile, per cui è essenziale porsi degli obiettivi, ma senza mai dimenticare che le cose potrebbero andare diversamente da come ci siamo immaginati e, pertanto, non arrendersi, bensì rialzarsi e trovare sempre il coraggio di imboccare una nuova strada.»

(tratto da CASENTINO2000 | n. 274 | Settembre 2016)