di Lara Vannini – Una pianta molto comune in Casentino era legata alla Pasqua per la preparazione del Santo Sepolcro. Il mondo contadino è ricco di storie, aneddoti, e tradizioni che oggi stanno godendo di una nuova rinascita. Molte motivazioni ci spingono con rinnovato interesse verso questa realtà: curiosità per un tempo fatto di esperienza tramandata, un profondo affetto legato alle storie dei nostri nonni, ammirazione per una vita rigidamente scandita dalle fasi solari e dalle stagioni. Spesso amiamo la semplicità della vita rurale, così difficile ma allo stesso tempo carica di significati e azioni simboliche. I soldi erano pochi, gli agi ancora meno, ed il gelo era il peggior nemico, eppure la devozione religiosa, la famiglia e un pizzico di superstizione, facevano si che niente fosse lasciato al caso. Arrangiandosi si poteva provvedere a qualsiasi necessità (o quasi!) e lo spirito di iniziativa era il più grande stimolo.

Esiste una pianta, chiamata Veccia, che si lega inestricabilmente alla Pasqua casentinese e più precisamente alla preparazione del Santo Sepolcro, il giovedì antecedente alla festività religiosa. Come è noto la religione nel mondo rurale era fortemente sentita, per dovere o per fervore personale, non esistevano momenti del calendario contadino che non fossero legati a festività religiose. La ricorrenza doveva essere santificata non solo partecipando al rito sacro, ma anche espletando precise pratiche e comportamenti che andavano a caricare di importanza e mistero ciò che sarebbe successo.

La Veccia è una leguminosa molto comune nei boschi casentinesi, si trova nei prati ed è caratteristica per i rami assottigliati e i fiorellini penduli che possono essere violacei ma anche bianchi. È una pianta “poco nobile”, nel senso che oggi si trova abbondantemente nei prati e viene utilizzata come foraggio per gli animali, un tempo però non era solo preziosa come decoro, ma poteva anche essere usata come surrogato del grano. Chiaramente il pan di vecce non era buono come quello di grano, ma non era raro che i contadini “allungassero” la farina con veccia ma anche ghianda. Diceva infatti il proverbio “in tempo di carestia è buono anche il pan di vecce”.

In passato la Veccia, come pianta decorativa, “saliva alla ribalta” la Settimana Santa che precedeva la Pasqua. Nell’arte dell’arrangiarsi, non era uso comune spendere dei soldi per acquistare fiori o ornamenti votivi. Le donne dovevano aguzzare l’ingegno e trovare qualcosa d’effetto ma a buon mercato. Per fare ciò venivano conservati nell’arco dell’anno i semi di Veccia, che poi sarebbero stati piantati in preparazione alla Pasqua.

Cinque o sette giorni dopo il Mercoledì delle Ceneri, i semi di Veccia, venivano sotterrati in dei contenitori e posti in un ambiente buio come le cantine. Dovevano essere innaffiati una volta a settimana, e piano piano iniziava a germogliare una piantina filiforme, con steli ricadenti e sottili, proprio per la mancanza di illuminazione.

Questa pianta, era simbolicamente una pianta triste, per il suo colore e la forma ricadente, ma allo stesso tempo viva, segno che la morte non era fine a se stessa ma propedeutica alla Resurrezione.

Tutte le donne del paese facevano germogliare piantine di Veccia ma era cura del parroco scegliere quelle più belle adatte ad essere mostrate. I vasi venivano sistemati in gruppi a formare dei rigogliosi cespugli ricadenti. La Veccia poteva essere accompagnata da mazzetti di viole e primule, anch’esse abbondanti nei boschi e molto sceniche per i loro colori.

Il Venerdì Santo in segno di lutto per la morte di Cristo, venivano legate le campane ovvero attorcigliate le loro cordicelle, che sarebbero state sciolte il sabato a mezzogiorno con rintocchi a doppio suono. Quando le campane erano legate per informare i credenti che stava iniziando la messa, qualcuno girava per le strade di paese con la “graciola”, uno strumento molto rumoroso e divertente per i ragazzi che gli correvano dietro.

Inoltre per ottenere indulgenze o altri benefici, era comune fare “il giro delle sette chiese”, visitando sette Sepolcri e pregando. Chi non avesse trovato sette chiese vicine, poteva entrare e uscire sette volte dalla stessa Chiesa.

Oggi è rimasto il detto “fare il giro delle sette chiese” quando una persona si dilunga oltre il dovuto a fare qualcosa.