di Matteo Bartelli – A tutti quei pochi concittadini che ancora amano rovinarsi l’appetito guardando un telegiornale qualsiasi durante i pasti, a quelli in estinzione che amano leggere il giornale la mattina per accompagnare l’amaro del caffè, persino a quelli che si mettono col proprio cellulare a seguire dalla pagina dell’Ansa fino a chissà quale content creator, è ormai chiaro che viviamo in una situazione difficile.
Un’emergenza sanitaria che è stata come un pugno dritto in faccia. Micidialmente doloroso all’inizio, poi via via metabolizzato, ma con degli strascichi che fanno più male quanto più è debole chi lo ha subito.
Non che servisse una banale metafora per spiegare ciò che stiamo vivendo. Già in TV le interviste sono quasi totalmente dedicate più che a chi ha perso un caro, a chi sta soffrendo economicamente. Perché la crisi sanitaria non è solo sanitaria, ma ha lasciato il posto a una crisi economica che, probabilmente, ancora ha molto da mostrarci.
Oltre alle grandi aziende, quelle che fanno rumore a ogni avvenimento che le riguarda, c’è un altro mondo, ugualmente in difficoltà. È il mondo delle piccole imprese, quelle che in Casentino danno da mangiare a centinaia di lavoratori dipendenti; un mondo fatto di contratti a tempo determinato, incertezze, blocco dei licenziamenti, casse integrazioni, anticipi pensionistici e tutto ciò che più spaventa chiunque speri di avere una visione chiara del proprio futuro. Un mondo che abbiamo chiesto di aiutarci a conoscere meglio a Marialaura Bronchi, Segretaria Confederale della CGIL di Arezzo e responsabile di zona del Casentino. (Nella foto, le donne della CGIL al tempo del Covid. La seconda da sinistra è Marialaura Bronchi).
Come sta reagendo il Casentino alla crisi economica derivante dal Covid-19?
«Senza tanti giri di parole, quella che vedo io è una situazione drammatica. La prima cosa che mi viene da sottolineare è quanto sia peggiorata la già difficile situazione delle donne nel mondo lavorativo. Molte erano assunte in cooperative, come badanti o a fare le pulizie, nel settore turistico e della ristorazione ma, ad oggi, sono in cassa integrazione, almeno fino al mantenimento del blocco dei licenziamenti, quando la situazione potrebbe anche peggiorare. Si pensi a una famiglia normalissima che aveva una badante per il proprio nonno: adesso moglie e marito hanno perso parte del proprio reddito e un taglio importante può essere fatto licenziando, ad esempio, proprio la badante, magari spendendo parte del “guadagnato” tempo libero nell’accudirlo».
Quindi possiamo dire che si stia cambiando completamente modo di vivere, nonostante la cassa integrazione eviti licenziamenti e, quindi, mantenga attiva una fonte di reddito?
«Sicuramente il nostro stile di vita sta cambiando e continuerà a cambiare. Chi va in cassa integrazione non prende, come si è soliti credere l’80% dello stipendio, bensì molto meno. Oltre a perdere benefici come la tredicesima, la quattordicesima, le ferie, i permessi (se non lavora almeno metà mese, n.d.r.), un lavoratore che aveva una busta paga ipotetica di 1.300 Euro si ritrova a dover sostenere le stesse spese che aveva prima con 700/800 Euro. Se ci immaginiamo questa situazione in una famiglia dove, magari, entrambi i coniugi sono in cassa integrazione, oppure, più frequente, dove il marito è in cassa integrazione e la moglie con contratti a chiamata in settori fermi o quasi, capiamo come sia impossibile mantenere lo stesso standard di vita, pur continuando ad avere un lavoro. In più c’è da sottolineare che non tutte le aziende possono anticipare la cassa integrazione e, in alcuni casi, l’INPS ha avuto forti ritardi nel pagamento, a causa della mole enorme di richieste e di errori nell’invio telematico da parte di commercialisti».
Quindi come si sta muovendo un giovane (o anche un meno giovane) medio nell’attuale mondo del lavoro?
«Un settore che storicamente ha sempre fatto incetta di diplomati è quello industriale, ma anche qua si registra un disastro con pochi precedenti nella storia. Chi lavora nelle grandi aziende ha avuto qualche minima fortuna in più rispetto a chi apparteneva a settori come artigianato e agricoltura, ma, per quanto riguarda le nuove assunzioni, anche nelle realtà più grandi del settore si naviga a vista, con contratti di alcuni mesi. Questo anche perché è ormai complicato avere una programmazione a lungo termine del lavoro. Per fare un esempio: molti uomini e anche molte donne stanno tentando di reinventarsi, magari cercando di entrare in graduatorie pubbliche, come quelle per l’insegnamento, anche a cinquant’anni o più. Tutto questo mentre i giovani se ne vanno dalle nostre terre, e non solo per cercare fortuna nelle città limitrofe. Molti partono per la Germania, altri per la Spagna; persino immigrati di seconda e terza generazione ripercorrono a ritroso i passi dei propri genitori o nonni per cercare lavoro».
Un quadro decisamente poco roseo. Ma quali potrebbero essere le prospettive a medio termine?
«Non sono ottimista. Da qui ai prossimi mesi sarà una catastrofe. Abbiamo visto un aumento esponenziale di richieste di redditi di cittadinanza o redditi di emergenza, nuovi volti che si affacciano a un mondo difficile, un mondo al quale non erano abituati. Situazioni in cui famiglie che non avevano mai avuto troppi problemi adesso devono trovare il modo di reinventarsi per poter tirare avanti e, magari, assicurare ai figli gli stessi diritti che assicuravano prima, come quello allo studio. Non possiamo lamentarci neanche degli scarsi investimenti, a livello locale, in materia di lavoro. Ne sono stati fatti eccome ma, in questa situazione, poterne vedere i benefici è praticamente impossibile. Anche e soprattutto perché il problema non è a livello locale: quello che sta succedendo è un collasso vero e proprio del sistema di mercato di tutto il mondo, che porta l’incertezza a regnare sovrana in ogni ambito».
In quello che ha definito “reinventarsi” possiamo inserire anche un aumento del lavoro a nero?
«Per quanto riguarda il lavoro a nero bisogna in realtà dire che in alcuni settori, vuoi per contingenza vuoi per altri motivi, siamo andati incontro a una positiva inversione. Si pensi alle badanti, raramente regolarizzate, che hanno ottenuto un contratto, durante il lockdown, per consentir loro di spostarsi fino a casa degli assistiti».
E per quanto riguarda invece le assunzioni?
«In questo discorso dobbiamo distinguere tra le grandi aziende, che sfruttano anche gli incentivi governativi per assumere giovani o over-55, e le piccole, che raramente hanno questa possibilità. Perché un’azienda medio-piccola non è sicura di come si strutturerà il lavoro e difficilmente avrà la sicurezza economica e lavorativa per assumere a tempo indeterminato. Le realtà più grandi, invece, per quanto abbiano ugualmente sofferto, hanno un mercato maggiormente strutturato che permette loro di avere alcune certezze in più. Quelle che soffrono il lungo periodo sono, quindi, maggiormente le aziende più piccole».
Quanto è stato importante il blocco dei licenziamenti?
«A mio avviso è stato fondamentale. Se non ci fosse stato l’obbligo di mettere in cassa integrazione, anche se con tutti i ritardi e le complicazioni del caso, ci saremmo trovati in una situazione drammatica di licenziamenti di massa, con famiglie che si sarebbero dovute arrangiare a vivere con la NASPI. E nonostante tutto, continuiamo a osservare come sia minacciosa la mancanza di liquidità per le famiglie, con alcuni lavoratori che arrivano addirittura a chiedere l’anticipo dei fondi pensione».
Questa violenta crisi economica chi ha colpito maggiormente?
«Una prima categoria che, sicuramente, ha sulle spalle compiti decisamente più gravosi di prima sono i pensionati. Sappiamo come in tutta Italia il ruolo del “nonno” che sostiene i figli e i nipoti sia alla base dell’economia della famiglia, e, a oggi, questo peso è raddoppiato a causa, ad esempio, di licenziamenti o casse integrazioni dei figli. E questa è la risposta che darei se proprio dobbiamo trovare una categoria ben definita di persone maggiormente in difficoltà, ma, in realtà, la vera vittima è una famiglia normalissima. Una famiglia normale con uno o due stipendi, con uno o due figli a carico. Una famiglia che non ha mai avuto grossi problemi a far fronte alle proprie spese e che, da un momento all’altro, si trova a dover arrivare in fondo al mese con alcune centinaia di euro in meno, laddove la cassa integrazione viene realmente attivata».
Abbiamo detto che il blocco dei licenziamenti sta congelando una, seppur drastica, situazione. Ma non potrà durare per sempre: cosa succederà quando finirà?
«Sarà un dramma sociale. Nel 2010 ci fu la crisi nel settore orafo aretino. Fu drammatica ma, paradossalmente, riguardava un solo settore, per quanto grande, e l’esportazione non fu intaccata più di tanto. La crisi era quindi in qualche modo circoscritta. Questa nuova situazione alla quale ci stiamo affacciando riguarda, invece, tutti, non risparmia nessuno. Dal nostro territorio, dal nostro Casentino, che vive di piccole e medie aziende, con alcune positive eccezioni, passando per la Toscana, l’Italia, l’Europa e il mondo tutto. Deve essere rivista la politica mondiale. Ci vuole un intervento politico forte sul lavoro e sull’abbattimento del cuneo fiscale, per aiutare famiglie e aziende. E non solo per le grandi imprese, quelle che fanno sicuramente “più rumore”, ma anche per le piccole realtà che sono la linfa vitale del Casentino. Vanno rinnovati e riunificati i contratti nazionali e va creata una tutela universale per il reddito di “sopravvivenza”. Perché, è bene chiarirlo, non sarà soltanto un maremoto che sconvolge il mondo economico e politico, ma anche la cultura subirà un cambiamento drastico, a partire dalle modifiche da apportare al proprio stile di vita».
E a livello locale?
«I nostri imprenditori sono casentinesi, sono parte della comunità stessa in cui vivono e a cui danno lavoro. Io mi appello a loro e chiedo una tenuta dal punto di vista industriale, ovviamente nel rispetto delle regole. Se siete in grado di anticipare la cassa integrazione, anticipatela; se dovete licenziare pagate il TFR, non è elemosina; ragionate nel lungo periodo, sfruttate tutti gli ammortizzatori sociali possibili ma cercate di non licenziare nessuno quando il blocco finirà. Rimanete aperti meno ore, ma fate lavorare, pagando sempre. Le conosciamo le difficoltà degli imprenditori, ma siamo in una situazione drammatica dove, per uscirne, servirà un sacrificio immane da parte di tutti. Il tutto considerando che siamo in un limbo. In una fase di stallo in cui è come se aspettassimo di vedere cosa succederà nei prossimi mesi, inermi. Una “pace armata”».

(tratto da CASENTINO2000 | n. 322 | Settembre 2020)