fbpx
19.9 C
Casentino
domenica, 3 Luglio 2022

I più letti

L’olivo, un pallino colturale tutto aretino

di Giancarlo Zavagli – Un vecchio detto recita così: “Vino del babbo e olio del nonno!”. Da quando il mondo è mondo, è stato sempre ribadito che la coltivazione dell’olivo richiede tempi lunghi, pazienza, competenza, fatica, buona dose di concimazioni e trattamenti a base di rame, una potatura complessa perché non è facile sapere dove la pianta farà i nuovi frutti. Comunque dopo questa premessa, se vi sembra poco, ecco un altro proverbio fantastico. Diceva mio nonno: “Gli olivi sono dispettosi come le signorine!” cioè se non li tieni in considerazione, non li frequenti, non gli fai un po’ di salamelecchi, sono capaci di darti buca, saltando l’impegno e producendo poco o nulla.

Siamo toscani e ci piacciono i detti, le battute fanno parte del nostro modo di fare, bizzarri come l’olivo, è forse anche per questo che questa pianta occupa una parte così importante nel nostro territorio. E’ vero, buona parte di noi sono piccoli proprietari con un numero limitato di piante, non industriali dell’olio come i pugliesi, gli spagnoli oppure i marocchini, dove l’olivo è una attività remunerativa, ma aretini dove l’olivo e l’olio sono un culto, un pallino cerebrale, una fissazione del cuore e dell’animo.

Comunque non finiscono mai le sorprese che questa pianta riserva, lo sconcerto ti può prendere anche dopo una fruttifera annata, al frantoio, quando scruti la pasta dentro la gramolatrice cercandovi indizi di olio nuovo, poi il misterioso e rumoroso decanter ed infine il separatore da cui fuoriesce l’olio e ti ritrovi con una resa che può andare dall’otto al quindici, sedici percento.

Pensate un attimo, un anno di lavoro per tirare fuori, se tutto va bene, quindici chili di olio per ogni quintale di olive. Se facciamo un paragone ad esempio con l’uva, notiamo che quest’ultima può arrivare a rese del settanta percento, cioè settanta litri di vino per quintale d’uva. Ma non termina ancora l’amarezza del produttore se volesse venderlo, perché un chilo d’olio, quello vero, cioè il nostro, probabilmente il migliore al mondo, se venduto può costare dieci, dodici euro al chilo (perché l’olio si vende a chili) mentre una bottiglia di vino di buona qualità, da settantacinque centilitri, cioè tre quarti di litro vale un prezzo variabile dai sette ai dodici euro. Un chilo di olio ad una famiglia può bastare anche un mese, una o più bottiglie di vino si bevono in una serata. Quindi se non esistesse per noi qualcosa di altro oltre alla resa, al ricavo, ma un riguardo ossessivo verso l’olio e le sue qualità, una passione innata per questa pratica colturale, ci sarebbe una sola soluzione, orientarsi verso altre produzioni e tralasciare questo tipo di coltivazione.

Comunque, se tutto questo non vi bastasse, ecco il vero flagello dell’oliveto, la: “Batrocera oleae” meglio conosciuta come “la Mosca dell’olivo”. E’ un insetto che per buona parte dell’anno se ne sta a ruzzare nel querceto o nei boschi che confinano con gli oliveti, ma d’estate in genere tra luglio ed agosto vola sulle olive, le trapana ben bene deponendo dentro i fori le uova da cui nasceranno le larve che per crescere si nutriranno della polpa dell’oliva. E’ vero, sono millenni che questo insetto ha una sua consuetudine che si ripete ciclicamente anno dopo anno; alcune annate se le condizioni climatiche sono normali, cioè inverni freddi con temperature per diversi giorni attorno ai due, tre gradi sottozero ed estati calde con temperature per diversi giorni sopra i trenta gradi, la Batrocera viene decimata dal freddo o non riesce a riprodursi in maniera ottimale nel torrido caldo estivo. Però nella maledetta ipotesi di un inverno mite dove le temperature minime non scendono per alcuni giorni sotto lo zero e l’estate tiepida con una temperatura media con minima sui 20° e massime con medie attorno ai 26,5°, piogge frequenti e perciò umidità elevata, come nel 2014, la mosca impazza e diventa un vero e proprio flagello.

Per capire meglio lo sviluppo dell’insetto esaminiamo il ciclo annuale della mosca dell’olivo. La Batrocera è una specie che riesce a compiere più generazioni fino a che la stagione le è favorevole, almeno tre generazioni complete da luglio a novembre nel litorale toscano, che poi sverna nel suolo allo stadio di pupa. Il completamento della generazione invernale si compie in primavera quando gli adulti iniziano a volare, una fase documentata in alcune località della Toscana nei mesi di marzo e aprile. Da fine giugno alla raccolta può iniziare il processo in cui i due soggetti, mosca ed oliva, agiscono una sull’altra, da uovo ad adulto. Le uova deposte in ottobre sono quelle che attraverseranno l’inverno e svilupperanno le cosiddette forme svernanti.

Il ciclo annuale della mosca è perciò, stando alle consuetudini, diviso in tre parti:

– da inizio luglio a fine ottobre è la fase di interazione mosca-oliva.

– da inizio novembre a fine febbraio la fase di svernamento.

– da inizio marzo a fine giugno è chiamato il periodo “bianco” nel quale è stato visto il volo degli adulti, ma non c’è segno di deposizione delle uova.

La temperatura è il fattore che più condiziona la mosca dell’olivo, sia per la durata e intensità dei picchi massimi estivi, sia per le minime invernali. Il forte caldo estivo limita l’attività degli adulti, rallentando la deposizione delle uova e ostacolando lo sviluppo delle larve. Un inverno rigido invece, può decimare in modo consistente la popolazione svernante. Anche le precipitazioni hanno un effetto sull’attività dell’insetto, infatti in caso di siccità estiva (luglio-agosto) lo scarso spessore della polpa delle olive tende ad essere meno accogliente e attraente per la deposizione delle uova.

Gli oliveti casentinesi, a prescindere dall’anno 2014, dove la mosca ha imperversato dappertutto a causa delle favorevoli condizioni del tempo – un clemente inverno ed una mite e piovosa estate – di principio sono abbastanza protetti, in quanto normalmente la mosca non sale a quote superiori a 400 m s.l.m. Per di più i nostri inverni di regola sono abbastanza rigidi e le estati secche. Quest’anno ad esempio, mentre in estate ad Arezzo e dintorni è piovuto molto favorendo la Batrocera, in Casentino la stagione è stata più asciutta e perciò non abbiamo avuto un’infestazione massiccia. E’ probabile che qualche volo dell’insetto abbia interessato le nostre olive, ma stando alla mia esperienza le ho trovate belle, turgide, lisce, colorate e senza segni evidenti di punture da parte della mosca. E’ chiaro che, da sempre, esiste questo connubio mosca-oliva tanto che a livello nazionale si parla di infestazione quando le olive da olio attaccate superano il 15%, mentre per quelle da tavola deve superare il 4%.

Noi casentinesi (da Talla a Stia) amanti di questa pianta e del suo prodotto possiamo stare abbastanza tranquilli, senza impegnarsi in trattamenti complessi; se curiamo con metodicità gli olivi con ossicloruro di rame, oppure poltiglia bordolese in ragione di 1,5 Kg/Hl, o solfato di rame, anche se tutti questi prodotti non sono insetticidi ma fungicidi, determiniamo per prima cosa uno stato di salute ottimale della pianta ed anche una inibizione e un rallentamento della maturazione delle uova e dello sviluppo larvale dell’insetto. Il rame, al pari di altri prodotti come la calce, sembra avere anche un effetto repellente, tale da indurre la mosca a non deporre uova sulle olive trattate.

Torniamo all’oggi, a questo inizio dicembre, è quasi finita la molinatura e tra poco comincerà la stagione invernale e con essa riprenderanno i lavori nell’oliveto, tra gli enormi marchiani, gli olivi di dio, i toscani e splendidi frantoi, gli infaticabili e resistenti leccini, i delicati pendolini dal prezioso polline e gli argentei moraioli, piante queste ultime psicologicamente complesse, da terapia. Li senti lamentarsi durante la potatura, perché vogliono tagli piccoli in quanto hanno una soglia del dolore bassa ed una fiacca capacità di rigenerazione dei tessuti con tempi di rimarginazione lunghi.

Entreremo dentro quelle chiome per sentire già in tarda primavera il profumo dell’olio che emana dai rami, dai tronchi e dai tagli delle potature. E’ vero, già molti mesi prima della raccolta, coloro che frequentano queste piante, cominciano a giovare di quel micro-clima unico e irripetibile, un soave paradiso, che solo l’olivo concede.

(tratto da CASENTINO2000 | n. 277 | Dicembre 2016)

Ultimi articoli