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venerdì, 2 Dicembre 2022

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Risentimento, il sentimento senza fine

di Denise Pantuso – Etimologicamente la parola risentimento richiama un’esperienza emotiva che si manifesta con il “sentire ancora, sentire di nuovo”, un sentire molto vivo, come un contraccolpo interno che “mangia dentro”. Le ragioni che lo motivano sono state osservate da molte discipline umanistiche che ne hanno scorto sia l’origine relazione che intrasoggettiva, vedendone comunque un tratto comune ovvero la ripetizione nel tempo, il coinvolgimento ininterrotto delle sensazioni del corpo e del rimuginio ed infine la percezione di innocenza che ha il soggetto risentito.

Sigmund Freud accenna a questo sentimento nel testo Totem e Tabù e lo ritiene come un effetto dell’ambivalenza umana in cui convivono amore e odio, paura e desiderio nelle relazioni umane. Il risentimento sembra essere quindi l’effetto di un’offesa proveniente dall’oggetto amato o comunque da chi riveste una certa importanza. Il filosofo F. Nietzsche nel testo La genealogia della morale parla del risentimento considerandolo come l’esperienza di chi, invece di affermare se stesso, oppone un no a tutto ciò che gli è differente, superiore, vivendo un senso di ingiustizia per ciò che l’altro ottiene. Per il filosofo il risentimento sembra essere fratello dell’invidia ma ciò che lo distingue è il senso di immeritatezza di ciò che l’altro ha.

È proprio l’immeritatezza che, distinguendo il giusto dallo sbagliato, fa collocare il risentimento in una logica di moralità. Quindi per l’autore il risentimento non ha un’origine relazionale come lo è per Freud ma nell’impossibilità del soggetto di sapersi emancipare, di saper raggiungere ciò che desidera e pertanto prova disprezzo e rancore di fronte al fatto che l’altro possa riuscirci. Lo psicoanalista argentino Luis Kancyper nel testo Risentimento e rimorso, espone le infinite forme con cui il risentimento si manifesta e come questo sia a volte legato al rimorso.

Per lo psicoanalista il risentimento è la condizione sentimentale di chi per lungo tempo ha desiderato, senza mai realizzare ciò cui aspirava, e sente ora che quanto aveva immaginato non si concretizzerà più. Da qui il suo legame con il rimorso. Il risentimento si manifesta quindi come causa di un desiderio sotto scacco, in arresto, inesprimibile ma anche come effetto di una fissazione del pensiero al desiderio irrealizzato. Il risentimento si presenta così sotto forma di un demone che imprigiona, che continua il suo eterno lavorio, arrovellandosi dentro di noi, alimentatore di pensieri inestinguibili, tenuto in vita dal nostro stesso desiderio. Il demone rumina, rimugina, rimastica sempre il medesimo cibo, come se il tempo della digestione definitiva non dovesse mai giungere.

Nelle forme in cui il risentimento ha un’origine relazionale si può presentare il desiderio di vendetta. Partendo da una supposta posizione di innocenza per la ferita subita il soggetto matura una posizione di “carnefice” per mezzo della vendetta. Il soggetto risentito “si trincera e si nutre dell’aspettativa della vendetta in un tempo futuro”. Per questo il risentimento appare allo psicoanalista legato alla pulsione di morte reggendosi sul principio del “tormento”, sul pensare calamitoso, una sorta di sfogo che uscite non ha. Il risentimento infatti si colloca tra quelle esperienze del mondo interno che impediscono l’elaborazione del lutto che, non avviandosi tiene vivi i legami per mezzo dell’odio e del desiderio distruttivo.

Questa barriera emotiva al lutto, l’impossibilità di fare i conti con la mancanza che l’offesa ha generato, la difficoltà di trattare l’idealizzazione di un legame che lo si vuole ancora perfetto, impediscono nuovi investimenti affettivi e nuove forme di desiderio giungendo in alcuni casi a sviluppare un nuovo modo di guardare il mondo, ovvero incessantemente rancoroso, litigioso e con difficoltà a ritrovare il bello nella vita.

Dott.ssa Denise Pantuso Psicologa e psicoterapeuta individuo, coppia e famiglia www.denisepantuso.it – tel. 393.4079178

 

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