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venerdì, 2 Dicembre 2022

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Salvo Salvi detto il Salvino

di Anselmo Fantoni – Scrivere per ricordare, raccogliere per non dimenticare, tramandare il passato affinché il futuro sia meno sbagliato. Che cosa spinge un artigiano a diventare scrittore? Cosa scatta nella mente di un uomo qualunque a inoltrarsi nei sentieri della storia, dentro la foresta dei ricordi profondi dell’umanità?

Ne parliamo con un personaggio sociano che ha scritto ben 13 libri sui suoi ricordi di infanzia e non solo. Ovviamente aver vissuto una guerra mondiale, essere nato sotto una monarchia e ritrovarsi poi in una repubblica ha il suo fascino, ce ne sono di cose da raccontare, ma pochi poi hanno il coraggio di mettere i propri sentimenti e quelli dei coetanei nero su bianco. Era il 2002, per soci una data importante che festeggiava i suoi 1000 anni dalla fondazione, o almeno da cui si hanno documenti scritti. Fu chiesto un piccolo contributo ad alcuni cittadini e quello di Salvo piacque moltissimo tanto che qualcuno gli disse: «ma perché non scrivi un libro?».

Bisogna sempre stare attenti a cosa si dice perché le parole sono potenti e a volte possono cambiare il mondo. Fu così, per gioco, che il Nostro scrisse “I ragazzi di Soci”, fu un successo inaspettato e il libro attraversò i confini casentinesi alla ricerca dei suoi figli dispersi in tutta Italia. Come sempre l’appetito vien mangiando e il secondo scritto confermò l’interesse per questi racconti che non conferiranno a Salvo il nobel per la letteratura, ma che hanno il pregio di fissare su carta episodi della vita comune dei nostri antenati, semplici ed essenziali arricchiti da tante foto di volti ormai sbiaditi dal tempo. Il terzo libro fu addirittura sponsorizzato dalla Toro assicurazioni grazie ad una lettera che raccontava un aneddoto: «mi chiesero di scrivere una lettera al consiglio di amministrazione – dice Salvo, – così scrissi dando del lei e raccontando che nel ’56 quando acquistai una vespa 150, Mariano mi disse, vai da Ugo e fai l’assicurazione, ragazzo se ti succede qualcosa ti portano via anche il pel de’ coglioni. L’assicurazione non era obbligatoria, nel consiglio di amministrazione risero a lungo e rumorosamente tanto che qualcuno disse, ma che paese è Soci? Beh il paese non sarà il centro della cultura ma la Toro elargì ben 2.400 euro per la pubblicazione del libro».

Uno dei tanti aneddoti da tramandare ai posteri. Scrivere tredici libri non è cosa semplice e lo scrittore ci dice alcune cose interessanti, «i miei libri sono letti dalle donne, le donne sono grandi lettrici, gli uomini meno, forse colpa della caccia, del pallone, della piazza, io sono sempre stato un piazzaiolo dove si chiacchiera spesso a vanvera, mentre le donne stanno a casa e leggono. Una volta con i miei amici Roselli, Baracchi, Chimenti, Rossi, Susi, Caporali, Oddone, Corezzi, Bargellini si discuteva di politica, di stato e chiesa, le discussioni erano di altissimo livello, oggi in piazza i contenuti sono al ribasso piccole conversazioni da pettegoli, scaduti come il mondo, travolti dalla sconfitta della globalizzazione».

Non si smetterebbe mai di ascoltare quest’uomo, mite e sensibile, mentre ci racconta episodi riportati nei suoi libri si commuove per un gesto di umanità compiuto da un bravo fascista, ma anche dalla carezza di un partigiano verso l’avversario che gli ha salvato la vita, perché al di là delle etichette storiche ci sono gli intrecci personali, amicizie e vincoli di riconoscenza tra persone. In questo sta forse il grande merito del Salvino, aver documentato la storia di tutti i giorni, gli intrecci sociali, a volte malevoli ma spesso benevoli, di figure, di uomini e donne etichettati come “cattivi” che nel momento della scelta hanno salvato vite senza clamore e senza chiedere riconoscenza ma semplicemente per stare dalla parte giusta a anche a dispetto del ruolo che ricoprivano, a volte rischiando in prima persona.

Dice Salvo «per me scrivere è stato un piacere, ho passato il tempo divertendomi, i grandi scrittori dicono che hanno finito la loro ultima fatica, per me altro che fatica, un piacere infinito». Quando gli chiediamo qual è il suo preferito ci dice «Violino zigano, quello che ha venduto meno, ancora non so se perché ha avuto un taglio leggermente diverso o perché essendo il figlio più problematico in termini di vendite mi ci sono affezionato di più».

Avremo mai un 14° libro? «Io avrei deciso di appendere la penna al chiodo ma non si può dire mai, forse troverò nuovi stimoli, forse il nuovo governo mi stuzzicherà a fermare le reazioni di vittoriosi e sconfitti quando si incontreranno in Piazza Garibaldi, o forse qualche ragazzo di oggi deciderà di continuare il racconto della storia di un Paese fantastico, forse il lanificio troverà una nuova primavera un nuovo Sisto Bocci, un nuovo impegno imprenditoriale e sociale, forse, chissà?».

Come potremmo definire il nostro scrittore? Il nonno di Soci? Riduttivo. La memoria del paese? Semplice. Forse, visto che siamo a un passo dalle foreste potremmo indicarlo come lo gnomo della memoria, l’elfo della verità. I suoi libri non sono un giudizio sulla vita, ma più semplicemente un reportage fotografico dei sentimenti dei personaggi, partendo dal fatto storico, dall’accadimento oggettivo, si scopre la profondità dell’animo dei protagonisti, nel bene e nel male con un grande insegnamento, il male e il bene sono ovunque e spesso dove meno te lo aspetti. Sarà finita qui la collana del Salvino? Chissà…

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