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martedì, 27 Luglio 2021

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RSA di Stia, la lotta delle lavoratrici

di Mauro Meschini – Non è facile scrivere queste righe restando distaccati, come la letteratura anglosassone imporrebbe ai giornalisti. Abbiamo in questi giorni e in queste ore potuto ascoltare e i troppe testimonianze per non sentire una completa vicinanza con le tante storie che si stanno intrecciando intorno alla vicenda dell’improvvisa chiusura della RSA di Stia.

Sono le storie delle lavoratrici, quelle degli anziani ospiti, quelle delle loro famiglie che si erano con fiducia affidate al servizio di assistenza e cura offerti dalla struttura.

I pensieri e le emozioni che in queste ore accomunano tutte queste persone sono forse in parte espressi attraverso le parole scritte sugli striscioni apparsi questa mattina all’esterno dell’edificio della RSA, sono parole chiare, severe, che possono aiutare a rendere più chiara una situazione che in molti fino ad oggi non hanno voluto vedere.

Ma come si è arrivati a questo punto? Cosa è successo in questi mesi che ci separano da dicembre, quando un focolaio di Covid-19 aveva costretto a chiudere temporaneamente la struttura e spostare altrove gli ospiti?

Da Simona Ignatescu, una delle dipendenti della RSA di Stia, abbiamo avuto alcune prime risposte alle nostre domande.

«In questi mesi piano piano sono tornati tutti gli ospiti, siamo riusciti a ritrovare un equilibrio, anzi, sembrava di stare meglio di prima. Anche perché è entrata una nuova responsabile con cui si è creata una buona collaborazione. Ci sono stati anche nuovi ingressi e siamo arrivati a 28 ospiti, ora ci sono anche nuove normative e quindi i parametri sono diversi. Ho partecipato a vari momenti di confronto con i vertici della cooperativa per verificare come proseguissero i progetti per la nuova struttura, per il centro diurno e il resto. Sempre ci sono state rassicurazioni e promesse sul fatto che tutto era a posto e procedeva bene. Anche se con calma, perché il Covid aveva creato problemi, il futuro sarebbe stato bellissimo, ma erano solo parole. Intanto nella RSA il lavoro andava avanti nella serenità e tranquillità. Poi ci sono stati gli arresti in seguito alle indagini sulla cooperativa e dopo qualche giorno è arrivata una commissione della ASL che doveva valutare la situazione dell’immobile. Ma era già dallo scorso anno che si sapeva che la struttura non era a norma. Allora perché arrivare proprio adesso? Comunque la commissione, come era logico, ha valutato che la struttura non è a norma e poi si è saputo che sarà chiusa».

In pratica questa commissione della ASL è apparsa a pochi giorni dagli arresti e ha espresso un parere su una situazione che si conosceva già ampiamente… Comunque in caso di chiusura in genere viene indicato un periodo di tempo, oppure è una decisione immediata?

«Si parla di chiusura immediata, deve arrivare una comunicazione tramite PEC dalla ASL e dopo in 72 ore si deve liberare la struttura».

In questi mesi alcuni degli ospiti sono stati comunque già spostati in altri edifici di Stia?

«Cinque anziani autosufficienti sono stati spostati nella Casa Famiglia aperta in Piazza Tanucci. I posti sarebbero stati anche molti di più ma i presenti sono sempre stati cinque».

Con un servizio garantito comunque per le 24h?

«Assolutamente si. C’erano poi altri edifici che erano stati individuati a Stia in cui, dopo alcuni interventi di adeguamento di alcuni mesi, ci dicevano sarebbero stati spostati altri ospiti. Si parlava anche di aprire un centro Alzheimer e un centro diurno a Poppi, in appartamenti di proprietà della cooperativa, ma adesso non faranno più niente, non ci sono i soldi, neppure per pagare i nostri stipendi».

Ma la Cooperativa Agorà esiste ancora o ha un altro nome?

«Ora si chiama Reses».

Ma il nome quando è stato cambiato, prima o dopo le indagini e gli arresti?

«È stato cambiato prima, rendendo indipendenti tutte le strutture. In pratica il San Carlo Borromeo di Stia è indipendente e può andare in cessazione da solo perché ha un’amministrazione interna…»

Sembra quasi che si sia voluto che ogni singola struttura o servizio potesse seguire il suo destino, senza tirarsi dietro altri…

«A me sembra studiata a tavolino tutta questa faccenda…».

Tornando alla situazione che si era di nuovo normalizzata. C’era comunque la sensazione che potesse succedere qualcosa?

«Non lo so. Ripensando a quello che è successo… a dicembre era la Misericordia che diceva di volerci sfrattare. Poi si sono accordati e hanno detto che avrebbero trovato soluzioni, ma non è stato fatto niente. Tutti comunque sapevano quale era la situazione: la cooperativa. la Misericordia, la ASL, il sindaco. Tutti hanno visto che in questi non si è andati avanti e che non si stava costruendo la nuova casa di riposo».

L’Amministrazione comunale si è fatta vedere in questi mesi?

«In questi mesi non ho mai visto il sindaco, era presente solomercoledì scorso durante la riunione ad Arezzo con ASL, cooperativa e sindacati in cui hanno comunicato la chiusura della RSA».

E nella riunione che invece si è svolta ieri, venerdì 18, di cosa si è parlato?

«Era la riunione della cooperativa con i sindacati e si è parlato della sorte di noi lavoratori».

Cioè?

«La ASL distribuirà gli ospiti in altre strutture. Venti andranno alla Casa di Riposo di Poppi, dove si è liberata l’ala destinata all’area Covid. Gli altri otto ospiti potrebbero andare in altre strutture Reses in zone di Arezzo, Prato o altrove. Ai sindacati hanno poi detto che tocca a loro andare a parlare con la Cooperativa Elleuno per chiedere l’assunzione di personale da Stia. Ma a Poppi non hanno bisogno di personale e noi siamo tanti: 14 OSS, 5 infermiere, 1 fisioterapista, 2 educatori, 3 cuoche, 3 addette alle pulizie... Dove sarà possibile collocare tutti? Ci hanno anche detto che la cooperativa potrebbe aver bisogno di qualcuno ad Arezzo, a Prato… ma chi può essere disposto a spostarsi così lontano per lo stipendio che prendiamo, con il rischio di lasciarne metà per strada? In più ho fatto presente in quella riunione che molte colleghe non sono più giovani, anzi a breve potrebbero andare in pensione, come possono accettare questi spostamenti se in alcuni casi non hanno neppure la patente? Molte di noi sceglieranno la disoccupazione con tutto quello che comporta. Anche io sono una ragazza madre con un figlio che frequenta le superiori. Dovrò ripartire da zero. E come me le altre… ognuna per la propria situazione».

Quindi, se ho capito bene, in questi mesi non si progettato niente. Quello che è stato detto probabilmente non era vero perché poi è andato tutto a rotoli. In più adesso nessuno si pone il problema, visto anche la loro situazione personale, di tutelare le lavoratrici che rischiano di perdere il posto di lavoro. Visto che molte sono anche vicine alla pensione si potrebbero creare le condizioni per accompagnarle a raggiungere questo obiettivo. Non si sta muovendo nessuno per questo?

«Nessuno, nessuno!».

E la Misericordia l’avete più sentita?

«Silenzio assoluto. Nessuno sembra sapere qualcosa».

In questo silenzio gli striscioni appesi fuori dalla RSA sono il riassunto di quello di cui abbiamo parlato. A questo punto comunque il prossimo appuntamento è per lunedì?

«Si, c’è la riunione tra la cooperativa, il sindaco e i parenti degli ospiti alle 17 al Teatro Antei di Pratovecchio».

E anche voi, anche se non invitate, in qualche modo ci sarete…

«Certo ci saremo, adesso siamo tutte unite… ho cercato di parlare alle altre ragazze spiegando che probabilmente gli ospiti troveranno comunque una sistemazione e forse anche tutti in zona. Il problema siamo noi. O meglio siamo noi che resteremo in mezzo ai problemi…».

Abbiamo visto che anche alla notizia pubblicata sul nostro sito due giorni fa le persone hanno cominciato a fare commenti senza più paura di metterci la faccia…

«Si, è stata una cosa che mi ha fatto molto piacere. È la prima volta che accade… bene».

La solidarietà nata tra le lavoratrici della RSA è motivo di speranza in una situazione così critica. Per quello che possiamo ci sentiamo pienamente dalla loro parte e cercheremo di fare di tutto per far conoscere i particolari di una vicenda che sembra almeno spingere, questa volta, molti a interrogarsi su quello che è stato fatto, non da adesso, a Stia che sta rischiando di perdere, insieme ai posti di lavoro, uno dei suoi simboli.

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