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martedì, 16 Agosto 2022

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Il Re Cinghiale

di Melissa Frulloni – Chi di voi non si fosse ancora soffermato sulla copertina di questo mese, può chiudere per un attimo questo articolo e dargli un’occhiata più da vicino. Il “Re” in primo piano appare in tutta la sua forza, anche se i suoi occhi non trasmettono sfida o cattiveria, ma piuttosto la consapevolezza di essere quello che è, il padrone dei nostri boschi. Il cinghiale è presente in Casentino da diversi secoli e la sua permanenza nella vallata è considerata da molti davvero ingombrante, tanto che le battute di caccia “in suo onore” sono aspettate a gloria da contadini, agricoltori e gente comune che abbia anche solo un piccolo orto nel giardino di casa. Forse però, quando si parla di questo imponente ungulato, non è il caso di lasciarsi trasportare dai luoghi comuni e se avete capito come la pensa chi è dietro alla tastiera e che scrive queste parole, prima di sparare a zero (appunto!) su questo animale è meglio approfondire e affidarsi a chi lo studia praticamente da sempre.

Il professor Marco Apollonio arriva in redazione e iniziamo subito a parlare del “nostro”, ricordando per un attimo l’incontro di questa estate, in cui ci eravamo soffermati a parlare di un grande predatore della nostra terra, il lupo. Lui ha intorno a se un’aura di mistero e di fascino che scatena nella mente di tutti ammirazione e tanta curiosità, il cinghiale invece è spesso odiato da molti casentinesi e chi pensa all’orto distrutto o al raccolto del campo andato perso, subito si imbestialisce difronte a quelle zanne che sono sinonimo di devastazione. Ma ripetiamolo, è meglio approfondire per farsi un’idea più scientifica dell’animale e di tutti i problemi che porta con se. In questo senso il professore è la persona che fa al caso nostro.

“Il cinghiale è una delle specie più difficili da censire.” Esordisce il professore. “Quello che possiamo dire è che la densità di popolazione va dai 4/5 ai 35/40 esemplari per 100 ettari nel nostro territorio e il modo migliore per contarli, seppur un po’ sbrigativo, è valutare l’abbattuto ossia il numero di cinghiali uccisi. Il 40/60% degli esemplari esistenti viene ucciso nelle battute di caccia che risultano essere la principale causa di morte per questo animale. Lavorando sull’Alpe di Catenaia con il mio team abbiamo potuto mettere a 225 cinghiali un collare con microchip e seguirne quindi il destino e anche su questo campione abbiamo potuto costatare che le percentuali stimate sono abbastanza realistiche.”

Il cinghiale presenta una caratteristica che lo differenzia molto da tutti gli altri ungulati, la sua densità è caratterizzata da cicli e varia soprattutto in base alla produttività del bosco. In uno studio che il professore ha condotto presso Casa Stabbi, Centro Studi che si trova a Chitignano, è riuscito ad incrociare i dati della produzione di querce, castagni e faggi con i dati dell’abbattimento dell’animale ed ha scoperto che c’è una forte correlazione tra la produttività degli alberi e il numero di cinghiali esistenti. Anche i piccoli (una femmina adulta ne può partorire anche 5) sopravvivono in base alle disponibilità di cibo, per questo è davvero difficile stabilire se ci siano 30 o 40 mila cinghiali nel nostro territorio in assoluto, le variabili sono davvero troppe. I cinghiali in Casentino si trovano su tutto il territorio, la loro diffusione è a tappeto e sopravvivono ovunque ci siano boschi produttivi. “Possiamo escludere la parte alta delle nostre Foreste in cui ci sono boschi di conifere, ma per il resto troviamo i cinghiali un po’ da per tutto. In questo senso non capisco perché le persone si meraviglino del fatto che questi animali si trovano anche in prossimità dei paesi o molto vicini alle case. Ovviamente ci sono perché spesso trovano più cibo lì che in vetta alla Giogana e per loro questa è una scelta economica che fanno spinti esclusivamente dalla loro natura.” Ci ha spiegato Apollonio.

Ma quali sono le abitudini, alimentari e quindi di vita, del cinghiale casentinese? «Il cinghiale, in Casentino come nel resto del Paese, si muove spinto dalla ricerca di cibo. In molte parti d’Europa causa dei veri e propri problemi di “inurbamento”, mi passi il termine, ossia è attivamente presente in diverse grandi città. Lo troviamo da Genova a Barcellona, tanto che in molti casi è considerato “fauna urbana” e questo dipende principalmente della sua natura, estremamente plastica. I cinghiali sono onnivori, ma la loro dieta è costituita per il 90% da sostanze di origine vegetale e solo per il 10% da sostanze di origine animale. Questo ungulato si ciba di frutti, funghi, ma anche di invertebrati e piccoli vertebrati che trova nel terreno, pensiamo ai topi di campagna, ma anche ai serpenti. Ovviamente non è un ruminante; a un cervo potete chiedere di sopravvivere masticando erba secca, al cinghiale no! Ha uno stomaco esattamente come il nostro, quindi ha bisogno di mangiare molto e di assumere molte energie, ecco spiegata la forte dipendenza da ghiande e nocciole. È per questo che è un animale molto critico, perché ha delle forti esigenze alimentari, è molto prolifico e si adatta (quasi) a qualsiasi condizione.»

Le battute di caccia sono uno strumento davvero utile per arginare questo “problema”? «Credo che siano davvero uno strumento indispensabile in ambienti come il nostro, ma (sì, c’è un ma) è importante che le battute di caccia al cinghiale siano ben gestite e soprattutto affidate a dei cacciatori capaci, dei veri e propri professionisti. Il problema più grosso, infatti, è la pianificazione e la gestione degli abbattimenti controllati; chi va a caccia deve farlo nel modo più preciso possibile, le squadre devono lavorare per obiettivi, prefissando dei chiari step da raggiungere. Serve collaborazione e se gli enti non devono vedere i cacciatori come degli antagonisti, i cacciatori non devono scambiare le battute di caccia per un mero sport o un divertimento, ma devono considerarle come un servizio che svolgono per la comunità, prendendosi tutte le responsabilità del caso. Per spiegarmi meglio, i cacciatori non possono rifiutarsi di prelevare un certo numero di femmine perché vogliono più cinghiali da cacciare il prossimo anno, serve serietà e rispetto delle regole imposte dagli enti preposti, la caccia deve essere esercitata per rispondere all’interesse generale e non per soddisfare quello di pochi.»

A questo punto però è doveroso fare un salto indietro nel tempo e tornare agli anni 1972/’74 quando, dopo un vero e proprio sterminio dei cinghiali, questi animali furono reintrodotti in tutto il territorio aretino e quindi anche in Casentino, legalmente, tramite un’iniziativa pubblica. Il professor Apollonio ci spiega che su questa vicenda c’è un’ampia documentazione e che l’idea della reintroduzione di questa specie nel nostro territorio fu portata avanti proprio perché il cinghiale è un animale autoctono di queste terre e fa parte di questa zona. Inizialmente venne sterminato perché era incompatibile con la vita di allora, legata indissolubilmente all’agricoltura di sussistenza.

“Antonio Ghigi, il primo studioso della fauna selvatica a fini venatori, vissuto fino alla metà del ‘900, racconta nei suoi scritti un episodio avvenuto nelle Alpi Cunesi. In quella zona il cinghiale non c’era fino agli anni 20 del ‘900, quando un grande incendio divampato in Francia fece arrivare in Italia diversi esemplari di questo animale. Gli agricoltori del tempo coltivavano principalmente patate e l’incompatibilità del loro stile di vita con l’arrivo dei cinghiali fu tale che i contadini furono costretti ad emigrare in Francia.”

Ci racconta il professore proprio per farci capire che la ragione principale del contrasto fortissimo che si è andato instaurando tra uomo e cinghiale è proprio questa, una incompatibilità di stili di vita. La reintroduzione dei cinghiali ovviamente è sfuggita di mano anche a chi li ha riportati sul nostro territorio negli anni ’70 ed è per questo che, secondo il professore, va data una reale responsabilità alle squadre di cacciatori, facendo in modo che anche la caccia segua delle precise regole imposte e coordinate da un ente centrale.

I cinghiali sono una specie pericolosa per l’uomo? «Se non sono feriti, no. Nelle tante esperienze che ho avuto con questi animali, non ho mai trovato un cinghiale aggressivo nei miei confronti. Ripeto, solo nel caso in cui il cinghiale sia ferito, il rischio di essere attaccati è davvero alto.

Però se ci pensa bene anche un coniglio ferito può diventare aggressivo per salvarsi la pelle. È ovvio però che il cinghiale fa paura; un maschio pesa dai 60 agli 80 chili e le zanne che ha possono arrivare anche ad una lunghezza di 10 centimetri, non dimentichiamoci poi che sono comunque animali selvatici. Inoltre, credo che i cinghiali più pericolosi siano quelli a cui diamo da mangiare, quelli che abituiamo a fare cose contrarie alla loro natura. Loro si avvicinano per prendere il cibo e quindi non per attaccarci, però se quello che credono cibo invece è la nostra mano su cui abbiamo appoggiato un pezzo di pane o di carne, la probabilità di essere morsi aumenta vertiginosamente. Per i bambini il rischio è ancora più elevato dato che la loro piccola mano si ritrova davanti ad una grande bocca affamata. Il cinghiale, però in linea di massima non è né pericoloso né aggressivo, piuttosto siamo noi che ci comportiamo in modo stupido, facendo delle cose contro natura.»

Facciamo al professore anche un paio di domande su alcune “nuove” specie che pare si aggirino nei boschi casentinesi. Sono recenti alcune foto scattate a Stia (www.casentino2000.it/attenzione-arrivano-i-procioni/) di un procione che si aggirava indisturbato per la Piazza del paese. La specie è originaria del Nord America.

Come è possibile che questo animale sia arrivato fino in Casentino? «Si, il procione è un animale nord americano e come il cinghiale è estremamente plastico e si adatta bene ad ogni situazione. In America rappresenta un enorme problema per le zone urbane e periurbane, dato che si può considerare l’animale più dannoso all’insieme delle attività che gli esseri umani svolgono. Il procione è un animale onnivoro e per questo mette a rischio le specie autoctone del nostro territorio. L’unica cosa da fare è catturarlo e rimuoverlo il più velocemente possibile! Su questo ci sono specifiche direttive italiane ed europee che puntano proprio ad eliminare le specie aliene, considerate la minaccia principale alla biodiversità. Indubbiamente qualcuno ha avuto la brutta idea di portali in Casentino; o sono scappati dalla cattività o chi li possedeva ha furbamente deciso di liberarli nel bosco. Ripeto, devono essere immediatamente catturati tramite trappolaggio e in questo senso credo che il Parco, dopo la pronta segnalazione della Forestale, si stia già occupando della faccenda. Al momento i procioni si trovano nella zona di Stia, Pratovecchio e Avena e dovrebbero essere circa una decina, ma si riproducono molto velocemente.»

Alcuni casentinesi giurano di aver visto nei boschi sopra a Papiano un orso! Secondo lei è possibile o dà ragione al nostro articolo satirico (www.casentino2000.it/un-orso-a-papiano-in-umbria/) in cui prendevamo in giro questo avvistamento? «È un mito che viene tirato fuori ogni tot anni come chi giura di aver visto la lince. Ovviamente non so dirle se le persone che dicono di averlo avvistato erano davvero davanti ad un orso, ma teoricamente è possibile. Mi spiego meglio. Una piccola popolazione di orsi appenninici vive in Abruzzo. Le femmine si sono stabilite nella parte centrale della regione, mentre i maschi possono andare in dispersione, ossia compiere tantissimi chilometri e spostarsi anche in altre zone. Pensi che dal Trentino alcuni orsi sono stati ritrovati in Germania, Slovenia e Austria e alcuni elementi della Germania sono arrivati addirittura fino alle Provincie di Trento e Belluno. Gli orsi sono onnivori e mangiano ciò di cui si ciba anche il cinghiale, quindi qui in Casentino potrebbero trovarsi benissimo e avere tutto quello di cui hanno bisogno per sopravvivere. Si riscontrano tracce storiche della presenza dell’orso in questo territorio e anche alcuni toponomi, come la “Siepe dell’Orso”, situata poco oltre il crinale, suggeriscono la presenza dell’animale in tempi passati. Quindi torno a ripetere che teoricamente un solo esemplare può arrivare in Casentino a causa della dispersione, ma da qui a dire che c’è una popolazione di orsi nella vallata me ne guarderei bene.»

Il professor Apollonio è stato anche questa volta puntuale e preciso nelle sue risposte e lo ringraziamo per averci fornito anche sul cinghiale, come sul lupo, un punto di vista scientifico, da grande studioso quale è, infatti per gran parte della sua vita si è occupato di questi animali.

Lo ringraziamo anche perché, seppur analizzando i dati, nelle nostre chiaccherate ci fa sempre capire che la natura e gli animali hanno intrinsecamente un loro equilibro, che agiscono sempre perché spinti da un istinto; dal bisogno di mangiare, di accudire i piccoli, di sopravvivere. Il loro scopo non è attaccarci, turbare la nostra vita e distruggere i nostri orti, se lo fanno è solo perché, come diceva il professore, “spesso trovano più cibo lì che in vetta alla Giogana”. Si muovono per “economicità” e per preservare se stessi e i loro simili.

Noi umani, invece per cosa agiamo? Perché ci sentiamo in diritto di sterminare un’intera specie e poi, con altrettanta supponenza ci prendiamo la briga di ripopolare il nostro territorio con quegli stessi animali che fino a qualche tempo prima consideravamo dei nemici? Ora i cinghiali sono tornati ad essere un problema per noi e quindi che cosa faremo? Li elimineremo tutti finché nessuno di loro potrà più entrare nel nostro orto o girovagare indisturbato nelle piazze dei nostri paesi?

Probabilmente si, resta il fatto che stiamo sfruttando la nostra terra al limite delle sue possibilità e forse non capiremo mai che ci stiamo autodistruggendo, finché non sarà lei ad imporre (perché ne sarebbe capace!) la nostra fine.

Ma è meglio lasciarsi alle spalle queste domande, la discussione che innescherebbero sarebbe aspra e molto animata. Quindi atteniamoci ai dati e alle informazioni che su questo possente animale che è il cinghiale, ci ha fornito il professore, mentre con gli occhi chiusi e il naso tappato, mandiamo giù anche l’amaro boccone che “per il nostro bene” è necessario e indispensabile sterminare un’altra specie…

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Foto di Francesco Lemma

(tratto da CASENTINO2000 | n. 276 | Novembre 2016)

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